Oneri Generali di Sistema EE, Diamo i Numeri

Bene, nella precedente puntata (che potete leggere qui) abbiamo scandagliato le origini degli oneri generali di sistema, quasi travalicando nel Mito e scoprendo i principali retroscena che hanno portato alla loro attuale struttura.

E’ quindi ora di passare oltre e dare qualche numero. 

Per iniziare, è sempre cosa buona e giusta dare un occhio agli euri così da capire di cosa stiamo parlando. Di seguito il dettaglio del gettito per singolo componente degli ultimi 5 anni:

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per il passato i dati non sono di agevole reperimento e, comunque, gli ammontari in gioco non erano altissimi (ad esempio, nel 2008 il gettito della A3 – di gran lunga la componente predominante – era circa € 3 mld, mentre nel 2009 è passato ad € 3, 678 mld).

Le cifre sono oggettivamente imponenti e ad oggi tutti i segnali indicano che nel medio termine sono destinate a restarlo. Questo concetto è valido anche se esprimiamo i dati in prezzi costanti (con i prezzi 2010 = 100):

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Visti gli euri, è certamente di grande interesse vedere i trend in modo poter avere una impressione immediata dell’evoluzione subita dagli oneri di sistema nel quinquennio considerato.

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Com’è facile vedere, c’è stato un balzo felino in avanti da parte un po’ di tutti gli oneri generali “di peso” e, soprattutto, del incontrastato campione dei pesi massimi: la A3 (talmente sproporzionata rispetto alle altre componenti che è nel grafico precedente è stato necessario spostarne la scala sull’asse destro), che nel periodo d’oro delle rinnovabili – triennio 201172013 – è cresciuta in media di € 2,7 mld/anno (e di circa € 3,9 mld tra il 2011 ed il 2012, soprattutto a causa dei generosi contributi garantiti al fotovoltaico dai vari conti energia che si succedevano in quegli anni).

Infine, è opportuno – anche se scontato – dare un’occhiata al mix annuo del gettito:

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Nessuna sorpresa direi!

Dopo aver visto i numeri in ottica di sistema, mi sembra giusto mettersi nei panni del povero cliente finale e cercare di capire quale sia l’impatto degli oneri sulle sue bollette, dato che gira che ti rigira chi deve poi effettivamente pagarli è lui.

Per far questo, diamo un occhiata alle seguenti tabelle che riportano il costo totale per kWh espresso in €c/kWh e l’ammontare, sempre in €c/kWh, degli oneri generali sostenuti dal cosiddetto cliente tipo, ovvero della famiglia Rossi che a casa propria ha 3 kW di potenza impegnata e 2.700 kWh di consumo annuo.

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Com’è facilmente visibile, nel periodo considerato tranne pochissime eccezioni (che vediamo fra un attimo) la linea dell’andamento anno su anno degli oneri generali è sempre posizionata “sopra” rispetto a quella relativa al costo totale del kWh, soprattutto nel triennio precedentemente ricordato 2011/2013. In altre parole, gli oneri generali hanno avuto un ruolo primario nell’aumento della bolletta del nostro povero cliente tipo in nel periodo considerato.

Però…aspetta un po’….negli ultimi trimestri sembra che qualcosa sia cambiata! Che magia è mai questa?!

Ebbene, è l’effetto della riforma delle modalità di addebito degli oneri generali di sistema ai clienti domestici (come la nostra cara famigliola Rossi) e, in particolare, del suo secondo stadio partito proprio il 1°gennaio 2017 (modello fuoco artificiale di capodanno!) e declinata in dettaglio nella delibera 782/2016/R/eel.

Questo effetto, ovviamente, non deve farci gridare al miracolo, né deve portarci ad attribuire poteri taumaturgici a detta riforma: si tratta, infatti, di un diverso modo di redistribuire un totale che, comunque, rimane scolpito nella roccia. 

Se al posto della nostra simpatica famiglia Rossi, che consuma ben 2.700 kWh all’anno, avessimo preso il single di ferro Marco Bianchi (detto anche lo scapolo d’oro), simpatico lavoratore fuorisede per una primaria società di consulenza strategica – tra l’altro strapagato –  che è sempre in giro per vernissage ed eventi montani vari e, quindi, non consuma nemmeno un kWh (vabbeh, facciamo che ne consumi 500, dai) nella casa dove abita in affitto e in cui non è residente, avremmo avuto un effetto contrario, dato che con la redistribuzione effettuata con la riforma elimina (in più step) i sussidi perversi che esistevano a favore di chi consumava poco e che venivano pagati da chi consumava molto. Evidentemente, una ideologia appartenente ad un passato in cui, per ragioni economiche (costo materie prime ai tempi degli shock), ambientali (beh, non è che si producesse energia elettrica bruciando Chanel N.5 negli anni 80/90…) e sociali (l’arricchito post boom consuma a manetta, il povero no), consumare = male assoluto. Ora quei tempi sono definitivamente passati e consumare molta energia elettrica non è e non deve più essere considerato un peccato.

Quanto appena detto può essere meglio compreso guardando i freddi numeri:

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Come è possibile vedere, a parità di consumi tra 2016 e 2017 mentre per la nostra famiglia Rossi la spesa per gli oneri generali è diminuita (da € 125,1 a  € 102,44), così come il loro peso sul totale (da 29% al 24%), lo stesso non può dirsi per l’amico Bianchi che, proprio mentre festeggiava l’arrivo del 2017, vedeva la sua spesa per oneri generali schizzare alle stelle esattamente come il tappo del Kristal che stava sciabolando per l’occasione, con un balzo da € 41,41 annue (peso sul totale: 20%) alla cifra monstre di € 148,55 (peso sul totale: 48%), grazie all’introduzione di una quota fissa (per POD) pari a ben € 135.

Direi che sul fronte quantitativo possiamo dirci soddisfatti

Nella prossima ed ultima puntata andremo quindi a vedere qual è l’architettura di sistema pensata per la raccolta delle somme derivanti dall’applicazione delle componenti A e UC a copertura degli oneri di sistema, la loro gestione ed, infine, l’erogazione agli aventi diritto.

Tutela SIMILE, il punto della situazione 

Fra non molto, anche se a noi comuni mortali non è ancora dato sapere quando e soprattutto come, i clienti domestici e non domestici (altri usi/piccole imprese) connessi in BT si troveranno di fronte alla necessità di abbandonare la rassicurante baia della maggior tutela, dove le condizioni economiche sono definite periodicamente dall’Autorità, per intraprendere il viaggio che li porterà,  non senza peripezie,  o nella terra incognita che si estende oltre la maggior tutela (quella indicata nelle carte antiche con la dizione “hic sunt leones”!) o nel vasto mare del mercato libero che, come l’oceano, può essere fantastico e terribile allo stesso tempo e, quindi, per solcare in sicurezza le sue acque bisogna essere lupi di mare navigati.

Nel corso di tale viaggio il nostro cliente finale-Eroe, come ogni protagonista di cartoni animati Disney/Pixar che si rispetti, crescerà e maturerà (almeno nelle intenzioni!) fino ad acquisire tutte le competenze tecniche ed intellettuali necessarie per poter affrontare con successo l’Antagonista, qui impersonato dalle pratiche non sempre cristalline poste in essere da alcuni soggetti operanti nel mercato dell’energia.

Ma il nostro eroe, come tutti sanno, non può intraprendere questo viaggio iniziatico da solo! Solitamente, ad un certo punto ed in condizioni particolari, entra in scena l’Aiutante.

Nel nostro caso specifico, quest’ultimo assume le fattezze della Tutela SIMILE.

Come (non!) tutti sanno, infatti, dal 1° gennaio di quest’anno l’eroico cliente finale può sottoscrivere un contratto di cosiddetta tutela simile (solo per la genialità dell’acronimo ne varrebbe la pena!), il cui fine è quello di insegnare al cliente tutto ciò che ancora non sa/non sa fare e che gli sarà necessario, un domani, per solcare in scioltezza il mare magnum del mercato libero. Un po’ come fa Maui, il simpatico semidio Hawaiiano, con Moana Waialiki nel suo viaggio/missione nell’oceano pacifico nel recente film Disney Moana (In Italia Oceania, per evitare fraintendimenti tra gli aspiranti spettatori meno giovani).

Fin qui, tutto bene.

All’atto pratico, però, questo strumento/aiutante non si sta (per ora) dimostrando all’altezza delle aspettative. Com’è possibile vedere dalla tabella seguente, ad oggi i contratti sottoscritti/prenotati sono stati veramente pochini, pari al miserrimo 0,013% dei contratti a disposizione (dati al 14.02.2017):

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Nella seguente immagine, invece, è possibile avere un idea del traffico generato dal  portale portaletutelasimile.it. In particolare, dal 1° gennaio scorso lo hanno visitato circa 45.000 navigatori, circa 1.200/giorno. Non tantissimi. E, cosa più importante, in media il navigatore resta sulla pagina circa 5 minuti: non molti considerando il tempo necessario per registrarsi ed effettuare la prenotazione e possibile segno di un atteggiamento del tipo “uhhh è troppo difficile/lungo/ecc…non c’ho voglia”. Considerando i contratti stipulati/prenotati, potremmo dire, forse impropriamente, che la redemption si attesta intorno al 3%. 

(NOTA BENE: si tratta di dati stimati al 9.02.2017 dai vari servizi di monitoraggio siti web disponibili in rete. Niente di ufficiale e 101% preciso/accurato. Servono solo a dare una idea)

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E’ un vero e proprio peccato, perché i venditori in generale sembrano crederci, specie quelli puri/nuovi entranti che hanno proposto i classici “sconti irripetibili”. Da un rapido conto, infatti, è possibile stimare in circa € 400 mln (media ponderata sul numero dei clienti domestici e non domestici degli sconti totali offerti nell’ipotesi di adesione di soli clienti domestici, pari a € 400 mln, e degli sconti totali offerti nell’ipotesi di adesione di soli clienti non domestici, pari € 600 mln) le risorse investite dagli operatori su questo progetto, a fronte di ben 7,8 mln di contratti disponibili per gli utenti domestici + non domestici.  Considerando che i clienti finali domestici+non domestici in maggior tutela sono circa 23 mln, i contratti offerti coprono potenzialmente circa il 34% del mercato. Niente male!

 (fonte: dati  al 2015 reperiti dalla relazione annuale AEEGSI. Totale, circa 23 mln di cui 20 domestici e circa 3 non domestici…ecco spiegati il dubbio di cui sopra: in questo caso i contratti disponibili sono il doppio degli potenziali clienti.).

Magari tale indicatore non è al 100% corretto, dato che si tratta di minori ricavi derivanti da contratti che non è detto si sarebbero chiusi sul mercato libero e, soprattutto,“a prezzo intero”, ma è comunque utile per valutare l’impegno profuso dagli operatori.

I motivi che fino a qui hanno tarpato le ali alla nostra tutela simile sono vari e variegati. Vediamone i principali:

  • Atavica diffidenza del cliente finale verso le novità: mi è capitato spesso di parlare della questione con soggetti che possono essere definiti senza dubbio “clienti informati” che, anche di fronte agli allettanti sconti proposti, non ritenevano conveniente abbandonare la tutela “per evitare problemi“, sostanzialmente di switch o  di doppia fatturazione. Legato a questo aspetto ce n’è poi un’altro molto interessante, che emerge sia parlando con i potenziali clienti, che analizzando i dati:in molti casi, anche dedicendo di aderire alla tutela simile di propria spontanea volontà, il cliente sceglie operatori con nomi noti (non esclusivamente come operatori del settore elettrico, ma in generale), anche a fronte di sconti sensibilmente minori. Il ché, in una situazione dove il contratto è blindato, le condizioni economiche le medesime per tutti e l’unica leva attivabile è l’entità del bonus, la dice lunghissima sulla loro  richiesta di sicurezza/certezza di fronte ad un mercato percepito poco chiaro/ostile (infatti la risposta sul perché hanno scelto un operatore X invece che Y rinunciando così a mille mila euri di bonus è sempre del tipo “eh, ma X è famosa/di grande dimensione, non avrò problemi/fatturazioni errate ecc.)
    • In questo caso, nell’immediato c’è poco da fare. Nel medio termine, però, è necessario rinforzare ed efficientare la catena informativa del settore e le relative procedure, in modo da assicurare al cliente, anche al più timoroso, quella “sicurezza” che oggi sembra mancare.
  • Oggettiva difficoltà/complessità della procedura e sua “lungaggine”: Sottoscrivere tale contratto non è facile e ciò è frutto in parte del design della procedura ed in parte delle procedure informatiche degli operatori. Il meccanismo della prenotazione e dell’accesso alla pagina “segreta” (talmente segreta che nemmeno google la indicizza, e scusate se è poco di questi tempi!), con tutti i suoi codici e codicilli non è il massimo della fluidità, e neanche la fase operativa di sottoscrizione del contratto di tutela simile con il fornitore prescelto è proprio una passeggiata, anche a causa di  qualche intoppo informatico.
    • Qui alcune contromisure, in parte, sono già state adottate, dato che recentemente c’è stata la riapertura dei termini per l’accreditamento dei facilitatori, ovvero di quei soggetti deputati a facilitare (nomen omen!) la sottoscrizione del contratto da parte del cliente finale. Anche da parte dei venditori ci sono stati miglioramenti, com’è normale che sia a valle della fase di rodaggio.

L’ultimo motivo che vorrei indicare è, secondo me, il più importante: la pubblicità, a.k.a.l’anima del commercio.

Ora, è impossibile vendere un prodotto – anche il migliore di questo mondo, quello che chiunque sognerebbe di possedere – senza che lo si faccia conoscere ai potenziali acquirenti.Quindi, com’è pensabile vendere un prodotto non proprio “eccitante” come l’energia elettrica, per di più nella sua versione “no frills” (ergo, nessun servizio supplementare, solo puri e semplici elettroni), utilizzando uno sconto come unica leva competitiva senza farlo sapere in giro?! Semplice: non è pensabile e infatti non si vende!

Si potrebbe controbattere ricordando che i venditori dovevano e dovranno inserire delle comunicazioni in bolletta…..ma veramente possiamo considerare la bolletta un medium pubblicitario efficace?! Magari va bene per le comunicazioni tecniche/operative relative alla gestione del contratto, ma da qui a dire che abbia la stessa abbia la stessa efficacia di un cartellone 50mt X 50mt nella principale via della città, ce ne passa! No, spiacente, la comunicazione in bolletta è doverosa, ma del tutto insufficiente.

Allo stesso modo, è difficile considerare il portaletutela un mezzo efficace per portare a conoscenza dei clienti potenzialmente interessati questa opportunità: ci vi accede lo fa esclusivamente perché già è a conosce della tutela simile. A tale conclusione ci si arriva guardando i dati relativi agli accessi al sito, dati quali emerge chiaramente che la quasi totalità (circa 95%) di questi avviene tramite ricerca su Google della parola chiave “tutela simile”. Quindi, non ci siamo: il portale è proprio l’oggetto da far conoscere, non il mezzo.

Stesso discorso vale per lo sportello per il consumatore (sito e numero verde): se non ho idea che esista una cosa chiamata maggior tutela, perché dovrei chiamare lo sportello per avere informazioni in merito?

Arriviamo quindi al tasto più dolente in assoluto: la mancanza pressoché totale di pubblicità tramite i canali classici e più efficaci: radio, televisione e social network, magari customizzando il messaggio veicolato tramite ciascun canale in base al fruitore tipo dello stesso, così da massimizzare le probabilità di intercettare soggetti potenzialmente interessati e, con essa, il valore ottenuto dalla spesa sostenuta.  Ho provato a cercare, giuro, ma non ho trovato nulla se non il video istituzionale di presentazione della tutela simile sul sito dell’ansa, il cui link è presente anche sul sito dell’Autorità, e qualche altro video realizzato da altri stakeholder. Poco, decisamente troppo poco per spingere per coinvolgere una buona fetta del mercato, cosa pure possibile dato che è innegabile che di offerte allettanti ce ne siano a sufficienza.

Per la pubblicità, però, ad oggi c’è una sola soluzione: dovrebbe essere l’Autorità a farsene carico, predisponendo un piano comunicativo di profilo puramente istituzionale adeguatamente distribuito nello spazio (fisico e virtuale)/tempo, eventualmente adattato ai vari canali attraverso i quali lo si veicola,  con cui far conoscere al mercato questa ulteriore possibilità. Difatti, anche qualora possibile, perché mai i venditori dovrebbero investire in comunicazione e marketing per spingere la tutela simile (su cui, comunque, già hanno investito)? Per loro è evidentemente più logico spingere le proprie offerte sul mercato libero, dove la durata del contratto è generalmente maggiore rispetto ai 12 mesi della tutela simile, se non a tempo indeterminato.

Non mi resta altro da aggiungere se non augurarvi una buona navigazione!

Smart Meter 2G, facciamo il punto

Lo scorso 20 Gennaio, con la presentazione da parte di E-Distribuzione del proprio piano di messa in servizio degli smart meter 2G, si è conclusa la fase consultiva del processo di approvazione di tale piano e la palla è, quindi, passata all’Autorità che dovrà deliberare – entro marzo, a quanto dichiarato – in materia e, in particolare, decidere se il piano potrà imboccare l’autostrada del fast track o dovrà passare dalla mulattiera dello slow track,. Inoltre, tale delibera dovrà dare indicazioni in merito alla c.d. spesa standard annuale di capitale e definire il piano di sostituzione convenzionale.

Possiamo quindi permetterci qualche osservazioni in materia con maggiore tranquillità.

Il punto caldo dell’intera questione, recentemente affrontata anche da autorevoli commentatori (vedi qui, ad esempio), è se sia o meno opportuno sostituire gli attuale misuratori elettronici di prima generazione (di seguito: 1G) con misuratori di seconda generazione (di seguito: 2G) o se sia meglio individuare soluzioni alternative/aspettare ancora un po’ e sviluppare uno strumento ancora più performante di quello proposto.

Prima di affrontare tale questione, però, è opportuno e necessario sgombrare il campo da alcune imprecisioni che, volute o meno, vanno a colpire la pancia dei consumatori con il risultato (voluto? Domanda retorica!) di provocarne lo sdegno & indignazione.

A tal fine. facciamo un brevissimo excursus dei dati disponibili e della regolazione applicabile.

Innanzitutto, il costo del misuratore: Utilizzando i dati presenti nel PMS2 predisposto da E-Distribuzione (che è disponibile qui), è possibile stimare un valore pari a circa 93 €/unità in servizio nel periodo 2017-2025, ovvero il periodo di sostituzione massiva, e di € 140/unità messa in servizio nel periodo 2026 – 2031, quando la gestione sarà effettuata “on-condition“. In generale, prezzo medio per unità in servizio nell’intero periodo di piano sarà pari a circa 99 €/unità in servizio.

Si devono poi aggiungere tutta una serie di altri costi (concentratori, sistemi centrali,ecc) che generano un costo medio unitario di circa 105 € (€98 in fase massiva, € 153 in fase on condition).

Si deve però considerare che i valori patrimoniali riportati nel piano incorporano una inflazione in arco piano definita dall’Autorità e che, seppur certamente derivante da fonti autorevolissime (DEF, Stime BCE o che altro), ad oggi sembra al minimo sovra stimata: l0 0,5% nel 2017, l’1% nel 2018 e poi in media l’1,6% nel periodo 2019-2032…Roba da trasformare l’austero Mario Draghi nel leader della LOVE parade di Berlino! Di conseguenza, il costo medio effettivo verosimilmente sarà più basso (diciamo sui €100/unità in servizio).

Infine, si deve considerare l’effetto della matrice IQI predisposta dall’AEEGSI che però potrebbe essere sia positivo, che negativo a seconda di (i) rapporto tra stima E-distribuzione/Stima AEEGSI sui capex unitari e (ii) costo unitario annuale effettivo sostenuti da E-Distribuzione. Si può andare da un incentivo massimo di circa il 5% del costo unitario di capitale ad una penalità massima di circa il 7%.  Ad ogni modo, una stima attendibile su questo elemento è oggi impossibile.

Nella tabella seguente trovate i dati quantitativi, estrapolati dal PMS2 di E-Distribuzione, utilizzati per le stime:

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In generale, quindi, ci si può sbilanciare ed affermare che il costo unitario del sistema di misura 2G è comparabile con quello attuale, di prima generazione. Tra l’altro, E-Distribuzione non ha fatto mistero di confidare, proprio in virtù di ciò, di poter accedere  al fast track per la valutazione ed approvazione del proprio piano.

Stabilito che, a livello di costo, poco/nulla cambia tra installare misuratori 1G o misuratori 2G, bisogna individuare chi paga.

Tali costi – ammortamento del costo del misuratore in 15 anni e la remunerazione del capitale (oggi 5,6%) – , ovviamente, saranno pagati in bolletta dai clienti finali….come normale che sia, aggiungerei, dato che si tratta di investimenti infrastrutturali in attività (strettamente) regolate –  in quanto monopoli naturali -realizzati per erogare a tali soggetti un servizio (pubblico) con caratteristiche coerenti con quanto previsto dalla regolazione e, nel caso specifico, dalla normativa.

Si deve però considerare che la regolazione adottata dall’Autorità, proprio al fine di scongiurare il rischio di improvvise fiammate tariffarie, per il riconoscimento in tariffa degli investimenti prevede il ricorso alla rata costante  (in breve, se la sostituzione avvenisse in un unico anno  con un investimento di 150 da ammortizzare in 15 anni e remunerato al 5,6%, i clienti dovrebbero pagare ogni anno circa 14€, il che significa che nei primi anni “soffre” un po’ il distributore e negli ultimi anni il cliente. Da notare che con le regole attuali”soffrirebbe” solo il cliente).

Da ultimo, non bisogna dimenticare che i nuovi investimenti per i misuratori 2G saranno riconosciuti con un meccanismo – piuttosto cervellotico -basato sul piano di dismissione convenzionale 1G e sullo speculare piano di messa in servizio 2G: sostanzialmente, se nell’anno X si conclude l’ammortamento di Y misuratori 1G, tale piano prevede – convenzionalmente – che venga installato lo stesso numero Y di misuratori 2G che verrano poi effettivamente riconosciuti a livello tariffario (rectius, viene riconosciuto il minimo tra il numero di misuratori installati effettivo e quello previsto dal piano convenzionale). In questo modo, quindi, si cerca di adottare una logica “rolling” nel riconoscimento degli investimenti che tende a minimizzare – anche insieme agli elementi prima ricordati – aumenti sgraditi e sgradevoli delle tariffe.

Sono infine previste sanzioni tariffarie  in caso di mancato rispetto del piano proposto, e anche piuttosto salate.

Bene, finito il nostro saccente excursus possiamo concentrarci sul cuore della questione: questa sostituzione s’ha da fare (meglio, si doveva fare) oppure no?

Secondo me il punto focale, a prescindere da quanto richiesto dalla normativa (D.lgs 102/2014), è che i misuratori 1G di E-Distribuzione sono comunque da cambiare: come è possibile vedere dai dati pubblicati nel suo PMS2, al 2017 i misuratori che hanno superato i 15 anni di vita sono circa 4,3 mln, cifra che sale a circa 19 mln al 2019, fra soli 2 anni.

Si potrà sempre obiettare che non è necessario sostituire questi misuratori dato che, essendo entrati in esercizio prima del fatidico ottobre 2006, non rientrano nel novero di quelli oggetto di verifiche metrologiche legali periodiche e, quindi, possono essere utilizzati in secula seculorum (sempre che non vengano rimossi). Tuttavia, non mi sembra una grande idea perseverare nell’errore e continuare come se nulla fosse! Meglio sarebbe approfittare dell’occasione e procedere all’eliminazione di questo vulnus.

Si potrebbe però dire, a questo punto, “ok, dai, va bene…sostituiscili, ma perché devi utilizzare questi 2G? Puoi continuare con gli 1G che funzionano e nel frattempo vediamo se è possibile fare qualcosa di più figo (allo stesso costo o meno)”. Si potrebbe anche fare, ma ci sono alcune elementi da valutare:

  • I 2G costano più o meno come gli 1G (vedi su)
  • I 2G hanno funzionalità molto più avanzate degli 1G
  • Se installo gli 1G ho 2 problemi:
    • Procedo “on condition, ovvero quando si rompono i misuratori installati o comunque quando c’è necessità? la sostituzione sarà più lunga e molto più inefficiente e, quindi, costosa (far uscire un tecnico per cambiare un solo misuratore in un appartamento costa molto di più che far uscire lo stesso tecnico per fargli cambiare i misuratori di tutto un palazzo). Senza contare che (i) rimane il problema dei vecchi misuratori non certificati (si potrebbe dire “e vabbeh..ce si siamo tenuti finora, non sarà qualche anno in più a fare la differenza”), (ii) non posso fornire alcuna funzionalità evoluta alla clientela, (iii) con l’invecchiare del parco contatori cresce la probabilità di disservizi (guasti, letture sballate e tutte quelle cose belle lì), cosa che fa diminuire il già basso livello di fiducia dei clienti nel mercato. Il che, nell’attuale fase di mercato, non mi sembra una cosa particolarmente intelligente.
    • Predispongo un piano massivo? Devo essere conscio che ciò sostanzialmente mi preclude la possibilità di passare ad un sistema più evoluto in tempi brevi: dopo che in 2/3 anni ho sostituito qualche milione di misuratori con 1G nuovi, è pensabile pensare di iniziare ad installare dei nuovi e superfighi misuratori, magari 4G e che fanno pure il caffé? E di quelli nuovi che nel frattempo ho installato che ci faccio? Li butto, con una grossa perdita economica? Li tengo  in esercizio fino allo scadere dei 15 anni, generando così una Italia spaccata a metà e, cosa ben peggiore, creando una inefficienza pazzesca dato che bisogna tenere in vita 2 sistemi di misura sovrapposti (e si badi bene: per quanto retrocompatibili è impensabile che dei misuratori diversi tra loro possano funzionare a pieno regime con lo stesso sistema centrale+concentratori)? Chi paga tutto ciò? (suggerimento: inizia con c e finisce con liente)

Senza contare, poi, la dura realtà dei fatti: i 2G, le cui caratteristiche rispondono a quanto richiesto dalla normativa e dalla regolazione, sono stati sviluppati, industrializzati e – presumibilmente – anche messi in produzione massiccia e sono pronti ad essere installati. Che ci facciamo? Cambiamo la normativa e li buttiamo a mare? E i sunk cost derivanti chi se li accolla? (vedi suggerimento precedente)

No, da come stanno le cose la soluzione più razionale è quella di sfruttare l’occasione e installare dei misuratori di nuova generazione. Ciò, tra l’altro, porta benefici ad entrambe le parti in gioco:

Da una parte, E-Distribuzione (ma anche il cliente, naturalmente!) ha interesse ad investire nella propria infrastruttura, e nello specifico nei misuratori 2G, per tantissimi motivi, tecnici ed economici.  Tra i primi, possiamo citare, ad esempio, il miglioramento del monitoraggio della rete in generale e delle interruzioni in particolare (funzionalità last gasp, molto utile), nonché delle performance del sistema di misura (grazie ai 2 canali di chain 1), mentre tra i secondi, oltre agli attesi aumenti di efficienza in alcuni processi-chiave sia aziendali (manutenzioni/perdite “commerciali”/pronto intervento in caso di interruzioni) che di sistema (settlement), è fondamentale il mantenimento di un adeguato n livello di RAB, cosa necessaria per restare appetibili agli occhi del mercato/analisti/investitori e assicurarsi un futuro prospero (con tutto quello che ciò comporta: investimenti, occupazione, riflessi positivi sui territori gestiti ecc.).

Dall’altra, ci sono i clienti. Per questi, il passaggio agli smart meter 2G, segna un grosso balzo in avanti in termini di capacitazione (marchio registrato), almeno potenziale, dato che permette di superare il peccato originale dell’attuale sistema 1G: essere sostanzialmente chiuso ai clienti finali (con buona pace del mitologico display a cristalli liquidi che nemmeno le calcolatrici che uscivano dai fustini di detersivo del discount e utile quanto una forchetta per bere il brodo). E’ indubbio, infatti, che la possibilità (parola chiave, cfr. infra), di poter monitorare in tempo reale i propri consumi è di enorme importanza per rendere palese il vincolo causale tra comportamenti->consumi->bollette, cosa oggi impossibile. La disponibilità crescente di tali informazioni permetterà – finalmente – l’accumulo di conoscenza da parte dei clienti finali che, in questo modo, capiranno sempre più le caratteristiche base del settore (oggi del tutto oscuro) e saranno in grado di meglio barcamenarsi nel procelloso mare delle offerte presenti nel mercato elettrico. Inoltre, all’aumentare della conoscenza del mercato da parte del cliente, queste ultime andranno inesorabilmente ad aumentare di numero e, soprattutto, di raffinatezza in modo da soddisfare le richieste – crescenti – di una clientela sempre più conscia delle proprie esigenze e delle conseguenze delle proprie scelte.

Sul tema della disponibilità dei dati è poi doveroso aprire una parentesi: le caratteristiche base dei misuratori 2G (Allegato A alla Delibera 87/2016/R/eel) comprendono tra l’altro la “Segnalazione al dispositivo (il famoso “smart info”, ndr) di imminente intervento del limitatore, in relazione alla derivata in aumento della potenza istantanea“, mentre i dati sui consumi – sebbene non validati – avranno disponibilità immediata (come più volte ribadito anche dall’AEEGSI: cfr presentazione AEEGSI alle associazioni dei consumatori su smart meter 2G); questi ultimi, anche qualora fossero con granularità quartoraria, sarebbero comunque di grandissimo aiuto per i clienti finali/fornitori di servizi ad alto valore aggiunto dato che l’unità di tempo elementare del mondo elettrico è proprio  il quarto d’ora. Sul tema in esame, quindi, sostenere il contrario significa, nel migliore dei casi, sostenere qualcosa di errato.

Non dimentichiamoci infine che anche una fatturazione near real time basata su dati di consumo effettivi (possibile grazie al combinato disposto dell’acquisizione giornaliera e non più mensile delle letture e miglioramento della performance nell’esecuzione di tale attività), la possibilità di effettuare switch in pochissimo tempo/infra-mese e la possibilità di impostare offerte commerciali maggiormente su misura (grazie ad una maggiore granularità delle fasce orarie e facilità di configurazione) sono tutti elementi che contribuiranno fattivamente a trasformare radicalmente, seppur progressivamente il mercato nei prossimi anni.

Semplicemente, pensare che l’attuale configurazione del mercato elettrico retail possa sopravvivere immutata a se stessa ancora a lungo nell’era dell’informazione e del su misura è pura utopia. Ci vorrà del tempo, ma ci si arriverà. E un sistema di misura (ma sarebbe meglio chiamarlo informativo) che fornisca le a tutti i soggetti informazioni complete, attendibili e tempestive ed  è la pietra da cui partire.

Quando detto finora significa forse che siamo nel migliore dei mondi possibili? Assolutamente NO! Si potrebbe/sarebbe potuto fare di meglio? Certamente!

Innanzitutto, ci si poteva svegliare un po’ prima ed iniziare ad immaginare il misuratore del futuro con un certo margine, magari meno stringente, così da permettere analisi più approfondite su molte tematiche, non ultime le soluzioni tecniche da adottare, coinvolgendo ancora di più tutti gli stakeholder.

Inoltre, sarebbe opportuno meglio chiarire alcuni aspetti di interesse generale come ad esempio:

  • Quale sarebbe stato il delta costo unitario (i.e. per misuratore) nel caso di adozione di soluzioni alternative alla PLC per la chain 2 (quella misuratore->cliente) tali da permettere una connessione diretta tra misuratore e apparati nella disponibilità del cliente (ad esempio: WiFi, Bluetooth).
  • Fattibilità tecnica delle soluzioni appena ricordate. Difatti, non va dimenticato un elemento molto importante: non sempre i misuratori sono in casa! Se fossero centralizzati, magari in cantina, il Bluetooth non sarebbe nemmeno ipotizzabile…il WiFi non ne ho idea.
  • Il costo dell’ apparecchio tipo “smart info” e informazioni in merito: dove si compra, come si installa (è plug&play?!), interoperabilità (cioè..ne compro uno, di una qualsiasi marca e questo funziona senza problemi o qualcuno ha l’esclusiva?) ecc. ecc. (da considerare a latere che sulla fornitura di tale apparecchio si potrebbero fondare molte offerte commerciali….tipo i modem per le offerte adsl/fibra).
  • Quanto costa il singolo misuratore per gli altri operatori che dovessero decidere di convergere su tale modello/tecnologia?
  • Livello di performace atteso della chain 2, elemento cruciale affinché il sistema di misura si trasformi in un sistema informativo efficace ed efficiente al servizio del mercato.

Infine, un appunto. Ma veramente è possibile pensare che, per una società che mediamente investe ogni anno circa € 1 miliardo (€ 1.000.000.000) per interventi sulla propria rete, un investimento di € 4,4 mld in 15 anni precluda ogni altro tipo di investimento, finanche quelli importantissimi per aumentare la resilienza del sistema elettrico (su cui tra l’altro è in corso un importante tavolo tecnico operatori/RSE proprio sul tema dei manicotti di ghiaccio)?! No, dai…seriamente… non è evidentemente possibile se non con un grande esercizio di benaltrismo, specialità olimpica tutta italiana!