Oneri Generali di Sistema EE, l’origine della specie

 

Dato che quello degli oneri generali di sistema è uno dei temi caldi di questo primo trimestre 2017, anche e soprattutto per le note vicende giuridiche, è quantomai opportuno fare un po’ il punto della situazione e cercare di capire cosa sono, da dove vengono e verso dove vanno.

Di conseguenza, nelle prossime righe e pagine, per prima cosa, individueremo il perché della loro esistenza, quindi ripercorreremo quella che è la loro storia, a volte poco conosciuta e sempre molto articolata e complessa, per poi cercare di capire come funziona oggi il loro meccanismo e di quanti euri stiamo parlando. Infine, tenteremo una analisi della situazione attuale, cercando di individuare i possibili rischi e soluzioni.

Orsù, andiamo a cominciare!

Perché gli oneri di sistema?!

Come tutte le domande esistenziali, il motivo ultimo del perché qualcosa esista in certa data forma è sostanzialmente insondabile. Questo concetto può applicarsi anche agli oneri di sistema, che avrebbero potuto benissimo assumere una forma diversa, ad esempio (come frequentemente proposto) sotto forma di fiscalità generale.

Comunque sia, l’evoluzione è andata diversamente e, almeno inizialmente, si è preferito forse utilizzare un criterio di (vaga) inerenza tra costi da coprire e fonti di copertura, visto che – come vedremo in seguito – è innegabile una certa affinità di questi costi con il sistema elettrico e con la sua evoluzione.

Inoltre, probabilmente anche il fatto che inizialmente non è che erano questa cifra stratosferica ha giocato un ruolo nel propendere per metterli da una parte (bollette) e non altrove: d’altronde, spulciando nelle relazioni annuali dell’Autorità apprendiamo che nel 2001 – sono passati solo 15 anni e pochi mesi, ma per il sistema elettrico sembra passata un’era geologica! – gli oneri pesavano in bolletta un incredibile 3,3% (dato ovviamente indicativo, vista l’evoluzione successiva del sistema e delle aggregazioni di costo considerate in bolletta) e nel 2003 questi erano aumentati in maniera iperbolica, portandosi a ben 8,1%. Oggi solo al 20,36%.

E così gli oneri sono finiti in bolletta e ci sono rimasti fino ad oggi (ed anche domani) dove sono applicati come maggiorazione della tariffa di distribuzione (ma questa è un’altra storica, su cui torneremo in seguito. 

Le Origini (del mito)

Ma da dove arrivano questi oneri di sistema che, sin dalla loro introduzione, hanno generato non pochi malumori?

La loro nascita è da attribuire al celeberrimo Dlgs 79/99 (il c.d. Decreto Bersani, quando ancora non smacchiava giaguari!) ed al suo art.3 comma 11. Si trattava però solo di un primo abbozzo, in cui si definivano ruoli e criteri generali(ssimi) da sviluppare in un apposito Decreto Ministeriale. Che arrivò, un po’ oltre i 180 giorni previsti (ma questo è un classico italiano!), i primi di febbraio del 2000 nella forma del DM 26 gennaio 2000 e smi, che conteneva le antenate delle attuali componenti. In particolare:

  •  A2  a copertura degli oneri nucleari, che con l’andare del tempo è stata più volte rimaneggiata e anche “saccheggiata” dalle voraci fauci statali, ad esempio nel 2005 e nel 2006 con le relative finanziarie;
  • A4 a copertura delle agevolazione tariffaria ferrovie e – originariamente- alla produzione di alluminio. Successivamente, l’agevolazione si ampliò anche ad altre industrie energivore (lavorazione/produzione piombo, zinco ecc) localizzate in Sardegna per poi  essere eliminata con definitivamente col la legge 9/99 – legge sviluppo);
  •  A5  a copertura dei costi relativi alla ricerca di sistema.

Oltre a queste simpatiche vegliarde, c’erano anche dei veri e propri dinosauri, elementi di un ‘altra epoca che piano piano di sono estinti. In particolare:

  • La fu A6, a copertura degli stranded cost derivanti, inizialmente, dagli effetti della   liberalizzazione del settore elettrico sull’ex-monopolista e sulle imprese produttrici e, in seguito, anche dall’affaire del GNL Nigeriano (in poche parole, Enel importava questo gas, solo che in Italia allora non c’erano rigassificatori e, quindi, ci si avvaleva dei cugini transalpini di GdF che, ovviamente, si facevano pagare bene. A valle della liberalizzazione e fino alla conclusione del contratto questi costi erano coperti tramite questa componente).
  • la fu A7, che serviva ad estrarre dai gestori di impianti idroelettrici la mitica “rendita idroelettica” generata dal nuovo assetto di mercato (post decreto bersani infatti questa energia era valorizzata come quella generata da fonte termoelettrica, con un notevole aumento rispetto al passato quanto non era riconosciuto l’ “onere termico).  2000)

La materia fu poi riordinata – per alcune questioni relative alla quantificazione degli oneri coperti dalla A6 e dalla A7, eliminata,- dal DL 18 febbraio 2003, n.25 come convertito con legge 17 aprile 2003, n. 83.

Sempre nel 2003, con la legge 24 dicembre 2003, n. 368 veniva poi introdotta la componente MCT a copertura delle misure di compensazione territoriale a favore dei siti che ospitano centrali nucleari e impianti del ciclo del combustibile nucleare (e teoricamente in futuro al sito che ospiterà il fantomatico deposito nazionale, una infrastruttura fatta della stessa materia di cui sono fatti i sogni).

Più recenti, invece, sono gli oneri generale a copertura dei costi legati al doveroso Bonus Sociale (As) e quello, su cui si è da poco giunti ad una quadra, a copertura delle agevolazioni alle imprese manifatturiere con elevati consumi di energia elettrica (a.k.a. energivori) (Ae). Difatti, il primo nasce nel 2007 grazie al DM MiSE 28 dicembre 2007, mentre il secondo nel 2012 con il DL 22 giugno 2012, n. 83 (legge di conversione 134/2012).

Ho volutamente lasciato per ultima la principessa, la star degli oneri generali: quella A3 che in pochi anni è salita alla ribalta monopolizzando la scena come una vera e propria rockstar anni ’80!

Sin dall’inizio si capiva che era una predestinata alla gloria, data la “nobiltà” della sua schiatta, che si vanta di discendere direttamente dal celeberrimo provvedimento CIP 6/92 con cui, a valle della legge 9 gennaio 1991, n. 9,  si era iniziato fattivamente ad incentivare la produzione di energia da fonti rinnovabili. Si tratta però di una mezza verità, dato che il conto “contributo energia da fonti rinnovabili ed assimilate” originariamente era stato istituito dal provvedimento CIP 15/89, che però non ha avuto grande fortuna. Non ancora adolescente, poi, subì il trauma della riforma complessiva del sistema elettrico nazionale ex dlgs 79/99, quando il compito di ritirare  l’energia allora incentivata (quella da impianti ex CIP 6/92) e per la quale copriva l’onere di detta incentivazione, passò dall’Enel+imprese distributrici a quel Gestore di Rete da cui nacque in seguito l’attuale GSE. Nel frattempo, gli oneri che andava a coprire pian piano si allargavano con l’entrata in vigore dei vari conti energia e delle varie evoluzioni normative/regolatorie dei meccanismi a sostegno della produzione da fonti rinnovabili, solare e non (ad esempio, le tariffe fisse omnicomprensive o lo scambio sul posto), ma lo schema è rimasto sempre più o meno lo stesso: l’Autorità individua i meccanismi per la copertura dell’incentivazione a carico della A3, i clienti finali la pagano, i venditori la trasferiscono ad distributori che, infine, la versano per la stragrande maggioranza al GSE che provvede ad erogare gli incentivi.

Oltre agli oneri generali appena citati, esistono (e sono ad oggi pagati in bolletta) anche delle c.d. “ulteriori componenti“, le UC, che si differenziano dai primi in primis per la loro “fonte” di leggittimazione e in secundis per la loro funzione che, a differenza dei primi, è tutta interna al sistema elettrico. Oggi questi sono essenzialmente 4: (i) il preistorico UC4, a copertura delle integrazioni tariffarie per le imprese elettriche minori (originariamente 12 e operanti sulle isole minori italiane, come capri, favignana e l’isola del giglio. Dal 2009 il perimetro si è allargato anche ai distributori <5.000 pod), è decisamente preistorica, dato che la sua introduzione risale addirittura al 1974, grazie al provvedimento CIP 34/74 (pensate, è così antico che non ne ho trovata una copia elettronica….quindi niente link!); (ii) il più recente UC7, a copertura degli oneri generati dalla promozione dell’efficienza energetica negli usi finali, introdotto dall’Autorità nel 2004 a seguito del decreto 20 luglio 2004 e infine (iii) l’UC3 e (iv) UC6, rispettivamente a copertura di meccanismi perequazione e di regolazione incentivante della qualità del servizio, entrambi di natura, ed origine, puramente regolatoria.

Una volta esistevano anche l’UC1, a copertura degli squilibri della perequazione dei costi di approvvigionamento dell’energia elettrica destinata al mercato vincolato, eliminata a valle momento di transizione dalla vecchia organizzazione di mercato, con distribuzione e vendita insieme, a quello attuale; la UC2, a copertura dell’ulteriore componente di ricavo riconosciuta all’energia elettrica prodotta dalle imprese produttrici-distributrici per i clienti del mercato vincolato, di cui all’art. 6 della deliberazione dell’Autorita’ 29 dicembre 1999, n. 205/1999  e la UC5 a copertura del meccanismo di perequazione delle perdite di rete).

L’ammontare di tutte queste componenti è aggiornato trimestralmente dall’Autorità sulla base degli indirizzi generali previsti dalla normativa appena ricordata.

Annunci

Gare Gas, ovvero l’applicazione specifica di difetti generali

Le cosiddette gare gas sono oramai diventate croce e delizia di chiunque lavori nel settore della regolazione o in quello legale.

Non solo: sono lo specchio della cultura italiana, di quella definibile “cerchiobottista” (o, se volete, democristiana…ma evidentemente non sono definizioni alternative) che ad ogni costo cerca di garantire a ciascuno il suo, ovviamente in base al relativo peso specifico.

Tale cultura, applicata al caso particolare in esame, ha generato azioni (coscienti e non) che hanno portato alla sistematica demolizione di quanto c’era di buono nelle intenzioni originarie. Azioni che, in tipico stile italico, sono state per lo più di tipo “additivo”, senza un qualsivoglia coordinamento con il preesistente e poste in essere senza alcun – seppur minimo – tentativo di renderle coerenti con lo spirito e le finalità originarie.

Eviterò, per amor di sintesi, la cronistoria di tutto quello che è successo finora, dalla lunghissima gestazione nel caldo utero ministeriale, passando ai primi traballanti passi per arrivare alle arditissime acrobazie degli ultimi tempi,e mi concentrerò unicamente su 2-3 temi esemplificativi del concetto espresso in premessa e nel titolo.

E quali temi migliori degli stra-abusati e pluri-commentanti grandi classici Delta VIR-RAB, valore di rimborso e canoni? Nessuno!

Orsù, quindi….andiamo a cominciare e cerchiamo di trovare qualche argomento che non odori eccessivamente di muffa!

Sul tema Delta VIR-RAB (e della ormai celeberrima regolazione tariffaria asimmetrica) si è detto di tutto e di più. Tuttavia, non mi sembra di aver letto qualcosa in merito alla sua ratio originaria, che era decisamente condivisibile, e su come questa sia stata stravolta in seguito.

Il concetto alla base della normativa era, sostanzialmente, chiudere i conti con il passato e far iniziare una “nuova era” su basi “pulite” e condivise. Realizzare, finalmente, un opera di “riconciliazione nazionale”. Per far ciò, per garantire la tenuta della futura “pax gas”, nella prima tornata di gare si doveva necessariamente affrontare di petto il passato ed eliminare tutti i dissapori, le recriminazioni e le doglianze esistenti tra i vari attori coinvolti.

Il metodo individuato era dei migliori: riconoscere all’operatore (chiunque esso sia) la differenza tra il vero valore della rete (sorvoliamo il tema-mammut delle linee guida) e quanto riconosciuto nelle tariffe, che a causa delle metodologie utilizzate molto spesso non consideravano tutta la rete (esempio classico: il comune si è perso tutta la documentazione contabile e quindi….poff….quella rete non esiste e non viene considerata in tariffa….però stranamente in gas in quei tubi fantasma fluisce lo stesso!)? Se poi a questo si aggiunge la bella idea di permettere di offrire tale differenza come sconto sulle tariffe (e quindi a favore degli utenti), il sistema è completo, coerente e robusto:

1) Il gestore si vede in ogni caso riconosciuto il valore dei propri beni. Ha ottenuto quello che gli spetta, è felice e, quindi, in futuro non recriminerà più su tariffe troppo basse, mancata considerazione di tratti di rete ecc.

2) I gestori in lizza per conquistare un Atem di interesse possono decidere liberamente di rinunciare a quella differenza pur di vincere la gara per l’ambito tanto ambìto.

Troppo facile, troppo logico per la mente italica. Ecco che quindi entra in gioco la regolazione asimmetrica: se tu sei il gestore uscente e ti riconfermi, ti becchi la vecchia RAB a prescindere dal vero valore della rete e, per giunta, puoi fare delle offerte che vanno ad erodere tale valore per poter competere alla pari con gli altri concorrenti. Se sei un nuovo entrante, ti becchi il VIR.

Ma il dettaglio diabolico sta nello spostamento del riconoscimento del VIR alla conclusione delle prime gestioni d’ambito, ovvero dopo ben 12 anni! Così non si può dire che il regolamento sia stato formalmente violato, ma allo stesso tempo si evitano indesiderati aumenti delle tariffe.

E la famosa “pax gas”? Il voler chiudere definitivamente un capitolo per aprirne uno nuovo e del tutto condiviso? Boh…..si vedrà tra 12 anni…..per il momento non fa niente…..meglio pensare ad interessi più immediati….12 anni sono lunghi, si troverà un modo!

Il calcolo del valore di rimborso, poi, è un altro piccolo, grande capolavoro. Il tema è noto e riguarda la sottrazione dei contributi privati dal valore di rimborso.

Ciò è esattamente quello che si intende per azione “additiva”: la norma era consolidata, aveva una ratio ben precisa, era coerente. Poi passa il tempo, e ad un certo punto, sotto il periodo di natale 2013, ecco che una sagace manina inserisce di soppiatto 2/3 righe al D.lgs 164/00 et voilà, i contributi privati ora devono essere tolti. Motivo confessabile? Bravo chi lo sa! Motivo inconfessabile? Inutile dirlo! Coerenza con tutta la normativa precedente, nonché con la “storia” del settore? Non pervenuta!

L’unica cosa certa è che i gestori, che nei tempi remoti avevano concluso accordi con gli enti concedenti considerando nelle proprie valutazioni economiche anche i ricavi derivanti da questi contributi (esempio: contributi “pieni” e lasciati al gestore a fronte di tariffe (anche per per servizi) più basse), si trovano con un pugno di mosche: tutte le valutazioni economico/finanziarie effettuate, i calcoli sul terminal value, le valutazioni dei flussi di cassa fatte ai tempi per decidere che offerta fare sono da buttare: i contributi sono da togliere e pace se i gestori ci perderanno 2 volte.

L’ultima riflessione è sul “canone” da riconoscere agli enti concedenti. In questo caso, si sta provando a mettere una pezza sul caos generato dagli interventi sul valore di rimborso (contributi+linee guida): dato che evidentemente il valore delle reti su cui calcolare il canone potrebbe in molti casi scendere di molto (nei casi di gestore entrante diverso dall’uscente, quando in tariffa sarà riconosciuto il VIR al netto dei contributi), gli enti concedenti dovevano essere adeguatamente indennizzati. Di conseguenza, il vecchio tetto del 5% (della remunerazione + quota ammortamento del capitale riconosciuto dall’Autorità in tariffa) raddoppia e diventa il 10%!

Ma non si era detto che la gara doveva essere giocata sul piano dello sviluppo tecnico, del rispetto ambientala, della fratellanza tra i popoli e l’amore universale e non sul vile denaro, sullo sterco del demonio? No, niente…..avevamo scherzato! Ci servono i soldi e quindi li prendiamo dove li troviamo, con buona pace dei bei concetti espressi nei considerata del regolamento.

Qualcuno potrebbe controbattere che l’incremento porta a risultati, in valore assoluto, più bassi che in precedenza…..il che può anche essere. Ma solo nei casi in cui non si riconferma l’incumbent! In questo caso, il valore del capitale investito riconosciuto dall’Autorità non è il VIR, ma la solita RAB già riconosciuta e quindi la “compensazione” precedentemente ricordata (aumento la % perché è sceso il valore a cui applicarla) non vale.

Bene, ora non ci resta che vedere fino a quanto tutti questi granelli di sabbia inseriti più o meno deliberatamente in un meccanismo che – bene o male – aveva una sua organicità bloccheranno il meccanismo stesso e che cosa ne sarà della famosa “pax gas” quando questo, tra sinistri cigolii e sibili asmatici, partirà.