Oneri Generali di Sistema EE, Diamo i Numeri

Bene, nella precedente puntata (che potete leggere qui) abbiamo scandagliato le origini degli oneri generali di sistema, quasi travalicando nel Mito e scoprendo i principali retroscena che hanno portato alla loro attuale struttura.

E’ quindi ora di passare oltre e dare qualche numero. 

Per iniziare, è sempre cosa buona e giusta dare un occhio agli euri così da capire di cosa stiamo parlando. Di seguito il dettaglio del gettito per singolo componente degli ultimi 5 anni:

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per il passato i dati non sono di agevole reperimento e, comunque, gli ammontari in gioco non erano altissimi (ad esempio, nel 2008 il gettito della A3 – di gran lunga la componente predominante – era circa € 3 mld, mentre nel 2009 è passato ad € 3, 678 mld).

Le cifre sono oggettivamente imponenti e ad oggi tutti i segnali indicano che nel medio termine sono destinate a restarlo. Questo concetto è valido anche se esprimiamo i dati in prezzi costanti (con i prezzi 2010 = 100):

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Visti gli euri, è certamente di grande interesse vedere i trend in modo poter avere una impressione immediata dell’evoluzione subita dagli oneri di sistema nel quinquennio considerato.

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Com’è facile vedere, c’è stato un balzo felino in avanti da parte un po’ di tutti gli oneri generali “di peso” e, soprattutto, del incontrastato campione dei pesi massimi: la A3 (talmente sproporzionata rispetto alle altre componenti che è nel grafico precedente è stato necessario spostarne la scala sull’asse destro), che nel periodo d’oro delle rinnovabili – triennio 201172013 – è cresciuta in media di € 2,7 mld/anno (e di circa € 3,9 mld tra il 2011 ed il 2012, soprattutto a causa dei generosi contributi garantiti al fotovoltaico dai vari conti energia che si succedevano in quegli anni).

Infine, è opportuno – anche se scontato – dare un’occhiata al mix annuo del gettito:

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Nessuna sorpresa direi!

Dopo aver visto i numeri in ottica di sistema, mi sembra giusto mettersi nei panni del povero cliente finale e cercare di capire quale sia l’impatto degli oneri sulle sue bollette, dato che gira che ti rigira chi deve poi effettivamente pagarli è lui.

Per far questo, diamo un occhiata alle seguenti tabelle che riportano il costo totale per kWh espresso in €c/kWh e l’ammontare, sempre in €c/kWh, degli oneri generali sostenuti dal cosiddetto cliente tipo, ovvero della famiglia Rossi che a casa propria ha 3 kW di potenza impegnata e 2.700 kWh di consumo annuo.

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Com’è facilmente visibile, nel periodo considerato tranne pochissime eccezioni (che vediamo fra un attimo) la linea dell’andamento anno su anno degli oneri generali è sempre posizionata “sopra” rispetto a quella relativa al costo totale del kWh, soprattutto nel triennio precedentemente ricordato 2011/2013. In altre parole, gli oneri generali hanno avuto un ruolo primario nell’aumento della bolletta del nostro povero cliente tipo in nel periodo considerato.

Però…aspetta un po’….negli ultimi trimestri sembra che qualcosa sia cambiata! Che magia è mai questa?!

Ebbene, è l’effetto della riforma delle modalità di addebito degli oneri generali di sistema ai clienti domestici (come la nostra cara famigliola Rossi) e, in particolare, del suo secondo stadio partito proprio il 1°gennaio 2017 (modello fuoco artificiale di capodanno!) e declinata in dettaglio nella delibera 782/2016/R/eel.

Questo effetto, ovviamente, non deve farci gridare al miracolo, né deve portarci ad attribuire poteri taumaturgici a detta riforma: si tratta, infatti, di un diverso modo di redistribuire un totale che, comunque, rimane scolpito nella roccia. 

Se al posto della nostra simpatica famiglia Rossi, che consuma ben 2.700 kWh all’anno, avessimo preso il single di ferro Marco Bianchi (detto anche lo scapolo d’oro), simpatico lavoratore fuorisede per una primaria società di consulenza strategica – tra l’altro strapagato –  che è sempre in giro per vernissage ed eventi montani vari e, quindi, non consuma nemmeno un kWh (vabbeh, facciamo che ne consumi 500, dai) nella casa dove abita in affitto e in cui non è residente, avremmo avuto un effetto contrario, dato che con la redistribuzione effettuata con la riforma elimina (in più step) i sussidi perversi che esistevano a favore di chi consumava poco e che venivano pagati da chi consumava molto. Evidentemente, una ideologia appartenente ad un passato in cui, per ragioni economiche (costo materie prime ai tempi degli shock), ambientali (beh, non è che si producesse energia elettrica bruciando Chanel N.5 negli anni 80/90…) e sociali (l’arricchito post boom consuma a manetta, il povero no), consumare = male assoluto. Ora quei tempi sono definitivamente passati e consumare molta energia elettrica non è e non deve più essere considerato un peccato.

Quanto appena detto può essere meglio compreso guardando i freddi numeri:

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Come è possibile vedere, a parità di consumi tra 2016 e 2017 mentre per la nostra famiglia Rossi la spesa per gli oneri generali è diminuita (da € 125,1 a  € 102,44), così come il loro peso sul totale (da 29% al 24%), lo stesso non può dirsi per l’amico Bianchi che, proprio mentre festeggiava l’arrivo del 2017, vedeva la sua spesa per oneri generali schizzare alle stelle esattamente come il tappo del Kristal che stava sciabolando per l’occasione, con un balzo da € 41,41 annue (peso sul totale: 20%) alla cifra monstre di € 148,55 (peso sul totale: 48%), grazie all’introduzione di una quota fissa (per POD) pari a ben € 135.

Direi che sul fronte quantitativo possiamo dirci soddisfatti

Nella prossima ed ultima puntata andremo quindi a vedere qual è l’architettura di sistema pensata per la raccolta delle somme derivanti dall’applicazione delle componenti A e UC a copertura degli oneri di sistema, la loro gestione ed, infine, l’erogazione agli aventi diritto.

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Oneri Generali di Sistema EE, l’origine della specie

 

Dato che quello degli oneri generali di sistema è uno dei temi caldi di questo primo trimestre 2017, anche e soprattutto per le note vicende giuridiche, è quantomai opportuno fare un po’ il punto della situazione e cercare di capire cosa sono, da dove vengono e verso dove vanno.

Di conseguenza, nelle prossime righe e pagine, per prima cosa, individueremo il perché della loro esistenza, quindi ripercorreremo quella che è la loro storia, a volte poco conosciuta e sempre molto articolata e complessa, per poi cercare di capire come funziona oggi il loro meccanismo e di quanti euri stiamo parlando. Infine, tenteremo una analisi della situazione attuale, cercando di individuare i possibili rischi e soluzioni.

Orsù, andiamo a cominciare!

Perché gli oneri di sistema?!

Come tutte le domande esistenziali, il motivo ultimo del perché qualcosa esista in certa data forma è sostanzialmente insondabile. Questo concetto può applicarsi anche agli oneri di sistema, che avrebbero potuto benissimo assumere una forma diversa, ad esempio (come frequentemente proposto) sotto forma di fiscalità generale.

Comunque sia, l’evoluzione è andata diversamente e, almeno inizialmente, si è preferito forse utilizzare un criterio di (vaga) inerenza tra costi da coprire e fonti di copertura, visto che – come vedremo in seguito – è innegabile una certa affinità di questi costi con il sistema elettrico e con la sua evoluzione.

Inoltre, probabilmente anche il fatto che inizialmente non è che erano questa cifra stratosferica ha giocato un ruolo nel propendere per metterli da una parte (bollette) e non altrove: d’altronde, spulciando nelle relazioni annuali dell’Autorità apprendiamo che nel 2001 – sono passati solo 15 anni e pochi mesi, ma per il sistema elettrico sembra passata un’era geologica! – gli oneri pesavano in bolletta un incredibile 3,3% (dato ovviamente indicativo, vista l’evoluzione successiva del sistema e delle aggregazioni di costo considerate in bolletta) e nel 2003 questi erano aumentati in maniera iperbolica, portandosi a ben 8,1%. Oggi solo al 20,36%.

E così gli oneri sono finiti in bolletta e ci sono rimasti fino ad oggi (ed anche domani) dove sono applicati come maggiorazione della tariffa di distribuzione (ma questa è un’altra storica, su cui torneremo in seguito. 

Le Origini (del mito)

Ma da dove arrivano questi oneri di sistema che, sin dalla loro introduzione, hanno generato non pochi malumori?

La loro nascita è da attribuire al celeberrimo Dlgs 79/99 (il c.d. Decreto Bersani, quando ancora non smacchiava giaguari!) ed al suo art.3 comma 11. Si trattava però solo di un primo abbozzo, in cui si definivano ruoli e criteri generali(ssimi) da sviluppare in un apposito Decreto Ministeriale. Che arrivò, un po’ oltre i 180 giorni previsti (ma questo è un classico italiano!), i primi di febbraio del 2000 nella forma del DM 26 gennaio 2000 e smi, che conteneva le antenate delle attuali componenti. In particolare:

  •  A2  a copertura degli oneri nucleari, che con l’andare del tempo è stata più volte rimaneggiata e anche “saccheggiata” dalle voraci fauci statali, ad esempio nel 2005 e nel 2006 con le relative finanziarie;
  • A4 a copertura delle agevolazione tariffaria ferrovie e – originariamente- alla produzione di alluminio. Successivamente, l’agevolazione si ampliò anche ad altre industrie energivore (lavorazione/produzione piombo, zinco ecc) localizzate in Sardegna per poi  essere eliminata con definitivamente col la legge 9/99 – legge sviluppo);
  •  A5  a copertura dei costi relativi alla ricerca di sistema.

Oltre a queste simpatiche vegliarde, c’erano anche dei veri e propri dinosauri, elementi di un ‘altra epoca che piano piano di sono estinti. In particolare:

  • La fu A6, a copertura degli stranded cost derivanti, inizialmente, dagli effetti della   liberalizzazione del settore elettrico sull’ex-monopolista e sulle imprese produttrici e, in seguito, anche dall’affaire del GNL Nigeriano (in poche parole, Enel importava questo gas, solo che in Italia allora non c’erano rigassificatori e, quindi, ci si avvaleva dei cugini transalpini di GdF che, ovviamente, si facevano pagare bene. A valle della liberalizzazione e fino alla conclusione del contratto questi costi erano coperti tramite questa componente).
  • la fu A7, che serviva ad estrarre dai gestori di impianti idroelettrici la mitica “rendita idroelettica” generata dal nuovo assetto di mercato (post decreto bersani infatti questa energia era valorizzata come quella generata da fonte termoelettrica, con un notevole aumento rispetto al passato quanto non era riconosciuto l’ “onere termico).  2000)

La materia fu poi riordinata – per alcune questioni relative alla quantificazione degli oneri coperti dalla A6 e dalla A7, eliminata,- dal DL 18 febbraio 2003, n.25 come convertito con legge 17 aprile 2003, n. 83.

Sempre nel 2003, con la legge 24 dicembre 2003, n. 368 veniva poi introdotta la componente MCT a copertura delle misure di compensazione territoriale a favore dei siti che ospitano centrali nucleari e impianti del ciclo del combustibile nucleare (e teoricamente in futuro al sito che ospiterà il fantomatico deposito nazionale, una infrastruttura fatta della stessa materia di cui sono fatti i sogni).

Più recenti, invece, sono gli oneri generale a copertura dei costi legati al doveroso Bonus Sociale (As) e quello, su cui si è da poco giunti ad una quadra, a copertura delle agevolazioni alle imprese manifatturiere con elevati consumi di energia elettrica (a.k.a. energivori) (Ae). Difatti, il primo nasce nel 2007 grazie al DM MiSE 28 dicembre 2007, mentre il secondo nel 2012 con il DL 22 giugno 2012, n. 83 (legge di conversione 134/2012).

Ho volutamente lasciato per ultima la principessa, la star degli oneri generali: quella A3 che in pochi anni è salita alla ribalta monopolizzando la scena come una vera e propria rockstar anni ’80!

Sin dall’inizio si capiva che era una predestinata alla gloria, data la “nobiltà” della sua schiatta, che si vanta di discendere direttamente dal celeberrimo provvedimento CIP 6/92 con cui, a valle della legge 9 gennaio 1991, n. 9,  si era iniziato fattivamente ad incentivare la produzione di energia da fonti rinnovabili. Si tratta però di una mezza verità, dato che il conto “contributo energia da fonti rinnovabili ed assimilate” originariamente era stato istituito dal provvedimento CIP 15/89, che però non ha avuto grande fortuna. Non ancora adolescente, poi, subì il trauma della riforma complessiva del sistema elettrico nazionale ex dlgs 79/99, quando il compito di ritirare  l’energia allora incentivata (quella da impianti ex CIP 6/92) e per la quale copriva l’onere di detta incentivazione, passò dall’Enel+imprese distributrici a quel Gestore di Rete da cui nacque in seguito l’attuale GSE. Nel frattempo, gli oneri che andava a coprire pian piano si allargavano con l’entrata in vigore dei vari conti energia e delle varie evoluzioni normative/regolatorie dei meccanismi a sostegno della produzione da fonti rinnovabili, solare e non (ad esempio, le tariffe fisse omnicomprensive o lo scambio sul posto), ma lo schema è rimasto sempre più o meno lo stesso: l’Autorità individua i meccanismi per la copertura dell’incentivazione a carico della A3, i clienti finali la pagano, i venditori la trasferiscono ad distributori che, infine, la versano per la stragrande maggioranza al GSE che provvede ad erogare gli incentivi.

Oltre agli oneri generali appena citati, esistono (e sono ad oggi pagati in bolletta) anche delle c.d. “ulteriori componenti“, le UC, che si differenziano dai primi in primis per la loro “fonte” di leggittimazione e in secundis per la loro funzione che, a differenza dei primi, è tutta interna al sistema elettrico. Oggi questi sono essenzialmente 4: (i) il preistorico UC4, a copertura delle integrazioni tariffarie per le imprese elettriche minori (originariamente 12 e operanti sulle isole minori italiane, come capri, favignana e l’isola del giglio. Dal 2009 il perimetro si è allargato anche ai distributori <5.000 pod), è decisamente preistorica, dato che la sua introduzione risale addirittura al 1974, grazie al provvedimento CIP 34/74 (pensate, è così antico che non ne ho trovata una copia elettronica….quindi niente link!); (ii) il più recente UC7, a copertura degli oneri generati dalla promozione dell’efficienza energetica negli usi finali, introdotto dall’Autorità nel 2004 a seguito del decreto 20 luglio 2004 e infine (iii) l’UC3 e (iv) UC6, rispettivamente a copertura di meccanismi perequazione e di regolazione incentivante della qualità del servizio, entrambi di natura, ed origine, puramente regolatoria.

Una volta esistevano anche l’UC1, a copertura degli squilibri della perequazione dei costi di approvvigionamento dell’energia elettrica destinata al mercato vincolato, eliminata a valle momento di transizione dalla vecchia organizzazione di mercato, con distribuzione e vendita insieme, a quello attuale; la UC2, a copertura dell’ulteriore componente di ricavo riconosciuta all’energia elettrica prodotta dalle imprese produttrici-distributrici per i clienti del mercato vincolato, di cui all’art. 6 della deliberazione dell’Autorita’ 29 dicembre 1999, n. 205/1999  e la UC5 a copertura del meccanismo di perequazione delle perdite di rete).

L’ammontare di tutte queste componenti è aggiornato trimestralmente dall’Autorità sulla base degli indirizzi generali previsti dalla normativa appena ricordata.

Riforma Tariffe EE: Un Moderno Nodo Gordiano

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Il tema del giorno è ostico, diciamolo subito.

Di più: irrisolvibile, se non con metodi drastici, come per il famoso nodo che Alessandro Magno, tipo che non ci andava tanto per il leggero, tagliò di netto e chissene….

Il problema di base, per come la vedo io, è (e non potrebbe essere altrimenti) la legge su cui l’Autorità deve basarsi (appunto!) per il suo intervento: gli obiettivi da raggiungere (“favorire l’efficienza energetica e ridurre l’inquinamento ambientale e domestico mediante la diffusione delle tecnologie elettriche) fanno un po’ (un po’ tanto, per l’esattezza) a pugni con i vincoli (tariffe aderenti al costo del servizio).

In pratica: se si applicano tariffe non progressive e non sussidiate, la conseguenza logica (come dimostrano gli esempi dell’Autorità) è che la stragrande maggioranza degli utenti domestici (siano essi single, coppie, famiglie; residenti e non) ci perde e paga un bel pacco di €uri in più. Evidente, quindi, che ci sarà meno reddito disponibile (e sicuramente molta meno voglia) per interventi di efficienza o per acquistare elettro-tecnologie. Con buona pace dell’ambiente e dell’efficienza.

In questo senso, l’unica soluzione (che ingloberebbe il tema del bonus) sarebbe una tariffa flat espressa €/pod legata a qualcosa come il quoziente familiare, così da attuare una redistribuzione tra gli utenti dei costi e degli oneri. Ovviamente, una roba simile è puro distillato di wishful thinking affinato 10 anni in botti di rovere dato che presenta, oltre a “semplici” punti negativi (ad esempio, individuare il Pantalone che paga di più), anche ostacoli tecnici e legali non superabili in alcun modo (esempio: chi è che fa lo Who’s who fiscale degli utenti? Certamente non i distributori!).

Quindi, le uniche soluzioni sono quelle dell’Autorità.

Tuttavia, per individuare quella più adatta sarebbe necessario qualche approfondimento rispetto all’analisi svolta nel DCO 34/2015/R/eel, molto incentrata sul qui – ed – ora del solo settore elettrico. In particolare:

  • Sembrerebbe mancare una approfondita analisi diciamo multidisciplinare. Perché non ampliare le analisi anche agli effetti che una certa tariffa può avere su altri vettori energetici e, quindi, sull’importo complessivo della spesa energetica degli utenti? Tanto oramai l’Autorità i vettori energetici li ha collezionati tutti o quasi! Si sarebbe potuto indagare, ad esempio, l’impatto di alcune tipologie di tariffe sulle scelte di investimento degli utenti, anche nel futuro prossimo (es: che tariffa favorirebbe nei prossimi x anni il passaggio dal gas ai piani ad induzione, considerando anche la discesa dei costi dei piani stessi? Insomma, robe cosi).
  • Sembrerebbe mancare una analisi prospettica incentrata sui consumi e sulla variazione delle abitudini dei consumatori (analisi che tra l’altro potrebbe addolcire la pillola anche alle associazioni dei consumatori!). Tale tema, infatti, è sì accennato, ma mai approfondito del tutto. Dato che, come riconosce la stessa Autorità, ci si affiderà sempre più alle elettro-tecnologie per una serie di esigenze, esistenti (riscaldamento, cucina, alcune attività domestiche ecc) o che ora nemmeno ci immaginiamo, una tariffa strutturata in un certo modo garantirebbe un forte risparmio rispetto alle tariffe attuali (dato che – graficamente – le attuali, essendo progressive, hanno una pendenza crescente con i consumi, laddove le future sono più piatte). Di conseguenza, uno studio dettagliato su questo tema permetterebbe sicuramente una scelta più consapevole, nonché rivolta al futuro.
  • Sembrerebbe mancare una analisi degli effetti delle diverse opzioni sugli operatori del settore (Terna, distributori e venditori). Il modo di distribuire un ammontare di €uri noto su un altrettanto noto numero di persone, infatti, ha notevoli impatti anche sui soggetti-ingranaggi che si trovano nel mezzo e che devono “trasmettere il moto”. Si potrebbe indagare, ad esempio, qual’è l’impatto in termini di flussi di cassa per un venditore che per scelta commerciale si è concentrato solo sui single ricchi residenti (che consumano poco e sono pure sussidiati!): in questo caso, la riforma provocherebbe una maggiore necessità di cassa per versare tariffe+oneri ai distributori; in via del tutto speculare, anche per i distributori la riforma non è indifferente. L’ulteriore tema che va a braccetto con quanto appena detto è ovviamente la morosità: un conto è avere tutti single ricchi morosi, ché tanto sono sussidiati e quindi anche le potenziali perdite dei venditori sono “ridotte” (va beh….chiaro che sono sempre troppissimissimi soldi anticipati a fondo perduto…ovvio…è solo una concessione poetica per meglio esprimere il concetto!), altro è avere single ricchi e morosi che hanno tariffe al costo e quindi molto più pesanti.
  • Infine, considerando i benchmark proposti dall’Autorità, mi sembra che ci sia una mancanza notevole e un altrettanto notevole intruso. Ho trovato singolare, infatti, la mancanza delle famiglie numerose residenti tra detti benchmark, dato che sono loro la categoria (magari non numerosissima, ok) oggi più vessata da questo sistema tariffario (alti consumi e, in alcuni casi, anche potenze non compatibili con la D2). Ancor più singolare ho trovato l’inclusione del “nucleo famigliare numeroso”, (che fa molto film impegnato anni ’70, tipo “ritratto di famiglia in un interno”); sinceramente, questa categoria non l’ho proprio capita….sarebbero tipo gli studenti universitari che dividono un appartamento o cose simili? Io sinceramente più di 3 studenti per casa non li concepisco (già con 3 è dura….figurarsi con 5 o più! Roba da guerra chimica).

Detto questo e aggiunto l’apprezzamento per lo sforzo immane che gli uffici dell’Autorità hanno dovuto fare per individuare una serie di soluzioni al classico problema della coperta troppo corta (quale quello delle tariffe è), passiamo ad alcune valutazioni sulle tariffe vere e proprie:

L’ideale, sarebbe individuare quella tariffa per la quale si raggiunga il punto di breakeven con le tariffe attuali con il minimo consumo (spostando, quindi, verso sinistra il punto di intersezione delle curve).

In questo modo, infatti, si minimizzano i “danni” economici per gli utenti (specie gli attuali D2) e si mantengono (quasi) impregiudicati gli effetti positivi per consumi elevati, così da favorire la transizione verso tecnologie elettriche efficienti.

In questo senso, alcune proposte dell’Autorità sono già positive anche se si potrebbero ulteriormente migliorare giocando sulle % di ripartizione degli oneri di sistema tra le quote fisse e quelle variabili (es: si potrebbe superare la parità €/kW – €/kWh aumentando un po’ quest’ultima, in modo da migliorare la situazione per i bassi consumi senza peggiorarla troppo per gli alti).

Poi, sarebbe opportuno inserire una clausola di salvaguardia automatica da qualche parte nel testo del provvedimento finale. Qualcosa che renda automatica la revisione delle tariffe a seguito del verificarsi di alcuni precisi eventi futuri (ad es. l’adeguatezza dell’articolazione delle tariffe sarà valutata ed eventualmente modificata in caso di modifica di tale % nei consumi degli utenti/loro composizione/% di penetrazione di tale o tal’altra tecnologia….poi il driver giusto si trova), Lo scopo è quello di evitare di avere per altri 40 anni una tariffa del tutto non rappresentativa delle esigenze del Paese e degli utenti.

Infine, una considerazione sulla quota potenza.

Premesso che il perché della quota potenza è perfettamente chiaro e condivisibile, ho il dubbio che non sia la variabile più “logica” considerati gli obiettivi chesi vogliono raggiungere (efficienza, transizione energetica ecc. ecc). Ad esempio: se sono virtuoso e voglio installare una pompa di calore, un piano ad induzione e, perché no, anche il carica macchina elettrica in garage, i 3 kW me li brucio in un nano secondo; d’altra parte, se aumento la potenza la tariffa mi si alza (magari non tantissimo, ma si alza) e quindi è un disincentivo all’efficienza. In questo senso, sembrerebbe meglio una relativamente maggiore quota fissa in €/pod: visto che tanto devo pagare una quota “forfettaria”, allora tanto vale che faccio tipo “all you can eat” giappo(ci)nese e oltre alla macchina elettrica, ci metto anche l’aspirapolvere robot, lo scaldabagno elettrico e un paio di lampade alogene! Ribadisco: questa considerazione è un po’ slegata dal resto e guarda solo agli obiettivi delle nuove riforme.

Ad ogni modo, il problema è di difficilissima soluzione e vede un numero di stakeholder e di interessi in gioco realmente ragguardevole. E’ evidente sin da ora, quindi, che sarà difficile arrivare ad un compromesso che non scontenti nessuno e che, ad un certo punto, bisognerà impugnare la spada per dare un taglio netto al nodo.

(quanto scritto rappresenta esclusivamente il punto di vista dell’autore).