Alcune brevi considerazioni sui Titoli di Efficienza Energetica

Di seguito alcuni brevi pensieri sulla situazione dei titoli di efficienza enegetica (TEE, per gli amici Certificati Bianchi) dal punto di vista dei soggetti obbligati, alla luce del nuovo DM, della consultazione avviata dall’Autorità (DCO 312/2017/R/efr) e, non da ultimo, della situazione di mercato e delle sue prospettive future.

Lo scenario non è propriamente roseo.

Da una parte, infatti, l’offerta è compressa dalle nuove regole per realizzazione progetti, specie il superamento del parametro Tau, e dal fatto che i progetti più “semplici”, com’è normale che sia, si stanno via via esaurendo lasciando spazio a quelli più complessi ed evidentemente più costosi.

Dall’altra, invece, la domanda deve tener conto che, anche se gli obblighi futuri sono numericamente inferiori rispetto a quelli passati (9,5 mln TEE obbligo 2016 Vs 5,3 mln TEE 2017, ma più difficili da raggiungere per via del minor numero di TEE disponibili), c’è una decisa spinta verso alto dovuta alle nuove regole per il rispetto degli obblighi, oggi entro l’anno successivo e non più entro i 2 successivi, nonché dall’importante cumulo di obblighi ancora da rispettare che farà sentire il suo peso nei prossimi 2 anni (per poi smorzarsi una volta che la regola del rispetto entro l’anno successivo andrà a regime).

Alta domanda e bassa offerta generano necessariamente prezzi elevati.

In questo quadro si inserisce la consultazione sulle nuove modalità di definizione del contributo tariffario a copertura dei costi sostenuti dai distributori di energia elettrica e gas naturale in cui si propone, sostanzialmente, che il contributo tariffario sia calcolato in modo da avere una inerzia maggiore di quella attuale rispetto ai prezzi espressi dal mercato. Nel dettaglio, si propone l’utilizzo della media triennale con cap sui valori medi delle sessioni di mercato considerati così da non includere (eventuali) spike di prezzo anomali e permettendo uno scostamento più ampio rispetto valore medio di mercato (da 2€ a 5/7€), ciò al fine di porre un freno a tendenze rialzistiche dei prezzi e, in definitiva, dei costi del sistema dei TEE riversati sul sistema energetico e, quindi, sui clienti finali.

Solo che si agisce su soggetti obbligati che non possono non comprare i TEE necessari a coprire i propri obblighi dato che in questo caso, fermo restando il rispetto dell’obbligo, gli verrebbero comminate sanzioni adeguate a rendere non convenienti eventuali comportamenti opportunistici e che, di conseguenza, non hanno molto potere contrattuale rispetto ai soggetti che compongono l’offerta di TEE.

Il problema è di difficilissima risoluzione, dato che comunque oramai il disegno del sistema è consolidato, gli obblighi sono definiti e inderogabili ed il mercato è quel che è e non sono state riscontrate pratiche opportunistiche (cfr. esito istruttoria conoscitiva di cui alla delibera 292/2017/R/efr).

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Smart Meter 2G, facciamo il punto

Lo scorso 20 Gennaio, con la presentazione da parte di E-Distribuzione del proprio piano di messa in servizio degli smart meter 2G, si è conclusa la fase consultiva del processo di approvazione di tale piano e la palla è, quindi, passata all’Autorità che dovrà deliberare – entro marzo, a quanto dichiarato – in materia e, in particolare, decidere se il piano potrà imboccare l’autostrada del fast track o dovrà passare dalla mulattiera dello slow track,. Inoltre, tale delibera dovrà dare indicazioni in merito alla c.d. spesa standard annuale di capitale e definire il piano di sostituzione convenzionale.

Possiamo quindi permetterci qualche osservazioni in materia con maggiore tranquillità.

Il punto caldo dell’intera questione, recentemente affrontata anche da autorevoli commentatori (vedi qui, ad esempio), è se sia o meno opportuno sostituire gli attuale misuratori elettronici di prima generazione (di seguito: 1G) con misuratori di seconda generazione (di seguito: 2G) o se sia meglio individuare soluzioni alternative/aspettare ancora un po’ e sviluppare uno strumento ancora più performante di quello proposto.

Prima di affrontare tale questione, però, è opportuno e necessario sgombrare il campo da alcune imprecisioni che, volute o meno, vanno a colpire la pancia dei consumatori con il risultato (voluto? Domanda retorica!) di provocarne lo sdegno & indignazione.

A tal fine. facciamo un brevissimo excursus dei dati disponibili e della regolazione applicabile.

Innanzitutto, il costo del misuratore: Utilizzando i dati presenti nel PMS2 predisposto da E-Distribuzione (che è disponibile qui), è possibile stimare un valore pari a circa 93 €/unità in servizio nel periodo 2017-2025, ovvero il periodo di sostituzione massiva, e di € 140/unità messa in servizio nel periodo 2026 – 2031, quando la gestione sarà effettuata “on-condition“. In generale, prezzo medio per unità in servizio nell’intero periodo di piano sarà pari a circa 99 €/unità in servizio.

Si devono poi aggiungere tutta una serie di altri costi (concentratori, sistemi centrali,ecc) che generano un costo medio unitario di circa 105 € (€98 in fase massiva, € 153 in fase on condition).

Si deve però considerare che i valori patrimoniali riportati nel piano incorporano una inflazione in arco piano definita dall’Autorità e che, seppur certamente derivante da fonti autorevolissime (DEF, Stime BCE o che altro), ad oggi sembra al minimo sovra stimata: l0 0,5% nel 2017, l’1% nel 2018 e poi in media l’1,6% nel periodo 2019-2032…Roba da trasformare l’austero Mario Draghi nel leader della LOVE parade di Berlino! Di conseguenza, il costo medio effettivo verosimilmente sarà più basso (diciamo sui €100/unità in servizio).

Infine, si deve considerare l’effetto della matrice IQI predisposta dall’AEEGSI che però potrebbe essere sia positivo, che negativo a seconda di (i) rapporto tra stima E-distribuzione/Stima AEEGSI sui capex unitari e (ii) costo unitario annuale effettivo sostenuti da E-Distribuzione. Si può andare da un incentivo massimo di circa il 5% del costo unitario di capitale ad una penalità massima di circa il 7%.  Ad ogni modo, una stima attendibile su questo elemento è oggi impossibile.

Nella tabella seguente trovate i dati quantitativi, estrapolati dal PMS2 di E-Distribuzione, utilizzati per le stime:

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In generale, quindi, ci si può sbilanciare ed affermare che il costo unitario del sistema di misura 2G è comparabile con quello attuale, di prima generazione. Tra l’altro, E-Distribuzione non ha fatto mistero di confidare, proprio in virtù di ciò, di poter accedere  al fast track per la valutazione ed approvazione del proprio piano.

Stabilito che, a livello di costo, poco/nulla cambia tra installare misuratori 1G o misuratori 2G, bisogna individuare chi paga.

Tali costi – ammortamento del costo del misuratore in 15 anni e la remunerazione del capitale (oggi 5,6%) – , ovviamente, saranno pagati in bolletta dai clienti finali….come normale che sia, aggiungerei, dato che si tratta di investimenti infrastrutturali in attività (strettamente) regolate –  in quanto monopoli naturali -realizzati per erogare a tali soggetti un servizio (pubblico) con caratteristiche coerenti con quanto previsto dalla regolazione e, nel caso specifico, dalla normativa.

Si deve però considerare che la regolazione adottata dall’Autorità, proprio al fine di scongiurare il rischio di improvvise fiammate tariffarie, per il riconoscimento in tariffa degli investimenti prevede il ricorso alla rata costante  (in breve, se la sostituzione avvenisse in un unico anno  con un investimento di 150 da ammortizzare in 15 anni e remunerato al 5,6%, i clienti dovrebbero pagare ogni anno circa 14€, il che significa che nei primi anni “soffre” un po’ il distributore e negli ultimi anni il cliente. Da notare che con le regole attuali”soffrirebbe” solo il cliente).

Da ultimo, non bisogna dimenticare che i nuovi investimenti per i misuratori 2G saranno riconosciuti con un meccanismo – piuttosto cervellotico -basato sul piano di dismissione convenzionale 1G e sullo speculare piano di messa in servizio 2G: sostanzialmente, se nell’anno X si conclude l’ammortamento di Y misuratori 1G, tale piano prevede – convenzionalmente – che venga installato lo stesso numero Y di misuratori 2G che verrano poi effettivamente riconosciuti a livello tariffario (rectius, viene riconosciuto il minimo tra il numero di misuratori installati effettivo e quello previsto dal piano convenzionale). In questo modo, quindi, si cerca di adottare una logica “rolling” nel riconoscimento degli investimenti che tende a minimizzare – anche insieme agli elementi prima ricordati – aumenti sgraditi e sgradevoli delle tariffe.

Sono infine previste sanzioni tariffarie  in caso di mancato rispetto del piano proposto, e anche piuttosto salate.

Bene, finito il nostro saccente excursus possiamo concentrarci sul cuore della questione: questa sostituzione s’ha da fare (meglio, si doveva fare) oppure no?

Secondo me il punto focale, a prescindere da quanto richiesto dalla normativa (D.lgs 102/2014), è che i misuratori 1G di E-Distribuzione sono comunque da cambiare: come è possibile vedere dai dati pubblicati nel suo PMS2, al 2017 i misuratori che hanno superato i 15 anni di vita sono circa 4,3 mln, cifra che sale a circa 19 mln al 2019, fra soli 2 anni.

Si potrà sempre obiettare che non è necessario sostituire questi misuratori dato che, essendo entrati in esercizio prima del fatidico ottobre 2006, non rientrano nel novero di quelli oggetto di verifiche metrologiche legali periodiche e, quindi, possono essere utilizzati in secula seculorum (sempre che non vengano rimossi). Tuttavia, non mi sembra una grande idea perseverare nell’errore e continuare come se nulla fosse! Meglio sarebbe approfittare dell’occasione e procedere all’eliminazione di questo vulnus.

Si potrebbe però dire, a questo punto, “ok, dai, va bene…sostituiscili, ma perché devi utilizzare questi 2G? Puoi continuare con gli 1G che funzionano e nel frattempo vediamo se è possibile fare qualcosa di più figo (allo stesso costo o meno)”. Si potrebbe anche fare, ma ci sono alcune elementi da valutare:

  • I 2G costano più o meno come gli 1G (vedi su)
  • I 2G hanno funzionalità molto più avanzate degli 1G
  • Se installo gli 1G ho 2 problemi:
    • Procedo “on condition, ovvero quando si rompono i misuratori installati o comunque quando c’è necessità? la sostituzione sarà più lunga e molto più inefficiente e, quindi, costosa (far uscire un tecnico per cambiare un solo misuratore in un appartamento costa molto di più che far uscire lo stesso tecnico per fargli cambiare i misuratori di tutto un palazzo). Senza contare che (i) rimane il problema dei vecchi misuratori non certificati (si potrebbe dire “e vabbeh..ce si siamo tenuti finora, non sarà qualche anno in più a fare la differenza”), (ii) non posso fornire alcuna funzionalità evoluta alla clientela, (iii) con l’invecchiare del parco contatori cresce la probabilità di disservizi (guasti, letture sballate e tutte quelle cose belle lì), cosa che fa diminuire il già basso livello di fiducia dei clienti nel mercato. Il che, nell’attuale fase di mercato, non mi sembra una cosa particolarmente intelligente.
    • Predispongo un piano massivo? Devo essere conscio che ciò sostanzialmente mi preclude la possibilità di passare ad un sistema più evoluto in tempi brevi: dopo che in 2/3 anni ho sostituito qualche milione di misuratori con 1G nuovi, è pensabile pensare di iniziare ad installare dei nuovi e superfighi misuratori, magari 4G e che fanno pure il caffé? E di quelli nuovi che nel frattempo ho installato che ci faccio? Li butto, con una grossa perdita economica? Li tengo  in esercizio fino allo scadere dei 15 anni, generando così una Italia spaccata a metà e, cosa ben peggiore, creando una inefficienza pazzesca dato che bisogna tenere in vita 2 sistemi di misura sovrapposti (e si badi bene: per quanto retrocompatibili è impensabile che dei misuratori diversi tra loro possano funzionare a pieno regime con lo stesso sistema centrale+concentratori)? Chi paga tutto ciò? (suggerimento: inizia con c e finisce con liente)

Senza contare, poi, la dura realtà dei fatti: i 2G, le cui caratteristiche rispondono a quanto richiesto dalla normativa e dalla regolazione, sono stati sviluppati, industrializzati e – presumibilmente – anche messi in produzione massiccia e sono pronti ad essere installati. Che ci facciamo? Cambiamo la normativa e li buttiamo a mare? E i sunk cost derivanti chi se li accolla? (vedi suggerimento precedente)

No, da come stanno le cose la soluzione più razionale è quella di sfruttare l’occasione e installare dei misuratori di nuova generazione. Ciò, tra l’altro, porta benefici ad entrambe le parti in gioco:

Da una parte, E-Distribuzione (ma anche il cliente, naturalmente!) ha interesse ad investire nella propria infrastruttura, e nello specifico nei misuratori 2G, per tantissimi motivi, tecnici ed economici.  Tra i primi, possiamo citare, ad esempio, il miglioramento del monitoraggio della rete in generale e delle interruzioni in particolare (funzionalità last gasp, molto utile), nonché delle performance del sistema di misura (grazie ai 2 canali di chain 1), mentre tra i secondi, oltre agli attesi aumenti di efficienza in alcuni processi-chiave sia aziendali (manutenzioni/perdite “commerciali”/pronto intervento in caso di interruzioni) che di sistema (settlement), è fondamentale il mantenimento di un adeguato n livello di RAB, cosa necessaria per restare appetibili agli occhi del mercato/analisti/investitori e assicurarsi un futuro prospero (con tutto quello che ciò comporta: investimenti, occupazione, riflessi positivi sui territori gestiti ecc.).

Dall’altra, ci sono i clienti. Per questi, il passaggio agli smart meter 2G, segna un grosso balzo in avanti in termini di capacitazione (marchio registrato), almeno potenziale, dato che permette di superare il peccato originale dell’attuale sistema 1G: essere sostanzialmente chiuso ai clienti finali (con buona pace del mitologico display a cristalli liquidi che nemmeno le calcolatrici che uscivano dai fustini di detersivo del discount e utile quanto una forchetta per bere il brodo). E’ indubbio, infatti, che la possibilità (parola chiave, cfr. infra), di poter monitorare in tempo reale i propri consumi è di enorme importanza per rendere palese il vincolo causale tra comportamenti->consumi->bollette, cosa oggi impossibile. La disponibilità crescente di tali informazioni permetterà – finalmente – l’accumulo di conoscenza da parte dei clienti finali che, in questo modo, capiranno sempre più le caratteristiche base del settore (oggi del tutto oscuro) e saranno in grado di meglio barcamenarsi nel procelloso mare delle offerte presenti nel mercato elettrico. Inoltre, all’aumentare della conoscenza del mercato da parte del cliente, queste ultime andranno inesorabilmente ad aumentare di numero e, soprattutto, di raffinatezza in modo da soddisfare le richieste – crescenti – di una clientela sempre più conscia delle proprie esigenze e delle conseguenze delle proprie scelte.

Sul tema della disponibilità dei dati è poi doveroso aprire una parentesi: le caratteristiche base dei misuratori 2G (Allegato A alla Delibera 87/2016/R/eel) comprendono tra l’altro la “Segnalazione al dispositivo (il famoso “smart info”, ndr) di imminente intervento del limitatore, in relazione alla derivata in aumento della potenza istantanea“, mentre i dati sui consumi – sebbene non validati – avranno disponibilità immediata (come più volte ribadito anche dall’AEEGSI: cfr presentazione AEEGSI alle associazioni dei consumatori su smart meter 2G); questi ultimi, anche qualora fossero con granularità quartoraria, sarebbero comunque di grandissimo aiuto per i clienti finali/fornitori di servizi ad alto valore aggiunto dato che l’unità di tempo elementare del mondo elettrico è proprio  il quarto d’ora. Sul tema in esame, quindi, sostenere il contrario significa, nel migliore dei casi, sostenere qualcosa di errato.

Non dimentichiamoci infine che anche una fatturazione near real time basata su dati di consumo effettivi (possibile grazie al combinato disposto dell’acquisizione giornaliera e non più mensile delle letture e miglioramento della performance nell’esecuzione di tale attività), la possibilità di effettuare switch in pochissimo tempo/infra-mese e la possibilità di impostare offerte commerciali maggiormente su misura (grazie ad una maggiore granularità delle fasce orarie e facilità di configurazione) sono tutti elementi che contribuiranno fattivamente a trasformare radicalmente, seppur progressivamente il mercato nei prossimi anni.

Semplicemente, pensare che l’attuale configurazione del mercato elettrico retail possa sopravvivere immutata a se stessa ancora a lungo nell’era dell’informazione e del su misura è pura utopia. Ci vorrà del tempo, ma ci si arriverà. E un sistema di misura (ma sarebbe meglio chiamarlo informativo) che fornisca le a tutti i soggetti informazioni complete, attendibili e tempestive ed  è la pietra da cui partire.

Quando detto finora significa forse che siamo nel migliore dei mondi possibili? Assolutamente NO! Si potrebbe/sarebbe potuto fare di meglio? Certamente!

Innanzitutto, ci si poteva svegliare un po’ prima ed iniziare ad immaginare il misuratore del futuro con un certo margine, magari meno stringente, così da permettere analisi più approfondite su molte tematiche, non ultime le soluzioni tecniche da adottare, coinvolgendo ancora di più tutti gli stakeholder.

Inoltre, sarebbe opportuno meglio chiarire alcuni aspetti di interesse generale come ad esempio:

  • Quale sarebbe stato il delta costo unitario (i.e. per misuratore) nel caso di adozione di soluzioni alternative alla PLC per la chain 2 (quella misuratore->cliente) tali da permettere una connessione diretta tra misuratore e apparati nella disponibilità del cliente (ad esempio: WiFi, Bluetooth).
  • Fattibilità tecnica delle soluzioni appena ricordate. Difatti, non va dimenticato un elemento molto importante: non sempre i misuratori sono in casa! Se fossero centralizzati, magari in cantina, il Bluetooth non sarebbe nemmeno ipotizzabile…il WiFi non ne ho idea.
  • Il costo dell’ apparecchio tipo “smart info” e informazioni in merito: dove si compra, come si installa (è plug&play?!), interoperabilità (cioè..ne compro uno, di una qualsiasi marca e questo funziona senza problemi o qualcuno ha l’esclusiva?) ecc. ecc. (da considerare a latere che sulla fornitura di tale apparecchio si potrebbero fondare molte offerte commerciali….tipo i modem per le offerte adsl/fibra).
  • Quanto costa il singolo misuratore per gli altri operatori che dovessero decidere di convergere su tale modello/tecnologia?
  • Livello di performace atteso della chain 2, elemento cruciale affinché il sistema di misura si trasformi in un sistema informativo efficace ed efficiente al servizio del mercato.

Infine, un appunto. Ma veramente è possibile pensare che, per una società che mediamente investe ogni anno circa € 1 miliardo (€ 1.000.000.000) per interventi sulla propria rete, un investimento di € 4,4 mld in 15 anni precluda ogni altro tipo di investimento, finanche quelli importantissimi per aumentare la resilienza del sistema elettrico (su cui tra l’altro è in corso un importante tavolo tecnico operatori/RSE proprio sul tema dei manicotti di ghiaccio)?! No, dai…seriamente… non è evidentemente possibile se non con un grande esercizio di benaltrismo, specialità olimpica tutta italiana!

 

Monitoraggio Attività AEEGSI – Anno 2016

Archiviato il 2016, è tempo di bilanci (energetici…ah-ah…battutona).

L’Autorità quest’anno, ed in particolar modo a dicembre, ha “sballato”, superando non solo la soglia psicologica dei 700/atti/anno, ma sfondando anche quella  degli 800!

Di questi, ben 127 (il 15,4%) sono stati approvati nel solo mese di dicembre che, così, diventa immediatamente il mese a maggior “intensità regolativa” di sempre.

Per essere esatti, 824, ovvero ben 2,25 atti/giorno (sabati e domeniche incluse!) o 3,75 atti/giorno (considerando 220 gg lavorativi). Tanto per fare dei confronti, nel 2015 gli atti totali erano stati “solo” 668, mentre nel 2014 la miseria di 654; tra il 2016 ed il 2015, quindi, c’è stato un incremento del 23% del volume di attività dell’AEEGSI.

Non c’è che dire! Un modo più che  degno di festeggiare i 20 anni di onorata attività!

In generale, l’AEEGSI in questo 2016, rispetto anche al 2015, si è concentrata maggiormente sulle delibere, che nel mix pesano per ben il 91% (87% nel 2015), e meno sulle consultazioni, che scendono dal 9% del 2015 al 5% del 2016 (in valori assoluti: 43 DCO nel 2016 Vs 57 nel 2015).

Per quanto riguarda i settori, vale la regola che il primo amore non si scorda mai, dato che a farla da padrona è – come sempre – l’energia elettrica con 292 atti, pari al 35% , seguita a una certa distanza dal gas con 199 atti (24%) e dal sistema idrico con 109 atti (13%).

Focalizzandoci sulle sole delibere (che come abbiamo visto pesano il 91% del totale), possiamo dire che  – con qualche approssimazione – che circa la metà del lavoro dell’AEEEGSI nel 2016 è stato dedicato alla regolazione di settore pura: 412 delibere – ovvero il 55%  delle delibere e il 50% del totale –  è di tipo regolatorio (R). Del tempo restante, una buona parte è dedicata ad attività di enforcement della regolazione (delibere E, 101, pari al 13%) e a procedimenti sanzionatori (delibere S, 97 pari al 13%).

E per il 2017, cosa dobbiamo aspettarci?

Beh, casomai dovesse arrivare anche il settore dei rifiuti urbani e assimilati (cosa che come cittadino mi auguro!), non c’è che un imperativo: Sfondare quota 1.000!!!!

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Energia&Giornali: Il peggior articolo di divulgazione in materia energetica del 2016?

Proprio quando si sta iniziando a discutere della cosiddetta post-verità (termine che personalmente trovo orribile. Chiamiamole falsità o interpretazione distorte o tendenziose dei fatti), mi è capitato sotto gli occhi questo articolo:

Bollette luce, in arrivo i nuovi contatori intelligenti: ecco come funzionano e chi paga l’installazione

Dato che è un tema di mio interesse ed ero curioso di vedere come veniva affrontato dai media generalisti, ho ben pensato di dargli una letta.

Ebbene, posso affermare che l’articolo in analisi è un serissimo candidato alla (poco) ambita leadership della classifica dei peggiori (pseudo)articoli di “divulgazione” (che Piero&Alberto Angela possano perdonarmi!) in materia energetica del 2016.

Precisiamo subito una questione: è palese che ciò non è dovuto a malafede, quanto piuttosto al modo di fare informazione oggigiorno imperante: un misto di superficialità, spettacolarizzazione di ogni cosa e utilizzo di parole-chiave atte a scatenare l’indignazione del lettore, spesso non addentro al tema trattato. Il tutto, ovviamente, per aumentare le letture e quindi il “valore economico” dell’articolo stesso (il che non è evidentemente sbagliato di-per-sé: mica i giornali campano di aria! Ed un articolo troppo tecnico e dettagliato, per svariati motivi (difficile da capire/lungo da leggere/spesso è assente un “cattivo” contro cui scagliarsi ecc) non genera traffico/copie vendute).

Si tratta infatti di un articolo scritto da un non addetto ai lavori che però, essendo un giornalista, ha utilizzato tutte le classiche tecniche per generare lo sdegno dei lettori (meglio, di una loro parte specifica) verso quei soggetti che nell’immaginario collettivo da sempre incarnano l’archetipo di “potere forte”/”detentore di interessi inconfessabili”/”circolo massonico” o, in via più triviale, di coloro i quali voglio sempre e comunque in*****e i poveri et onestissimi cittadini: governo, multinazionali del terrore, ecc. ecc.

Entriamo un po’ nel dettaglio.

Nell’articolo vengono mischiati senza logica temi diversi (smart meter 2G, fine delle Tutele di prezzo, cablaggio in fibra ottica del paese, l’istruttoria AGCM su E-Distribuzione per i lettori di impulsi dei misuratori (!!!)) e fin qui sarebbe anche quasi accettabile: mica è detto che tutti debbano essere addentro a temi così specialistici!

Il problema nasce quando questi vengono inframezzati da interpretazioni palesemente distorte di alcuni aspetti oppure da vere e proprie invenzioni.

Vediamone degli esempi:

“Evidenti anche gli altri vantaggi. Saranno più veloci ed efficienti le procedure di cambio fornitura e di voltura. Soprattutto in vista del 2018 quando,  con il passaggio obbligatorio al mercato libero, i clienti potranno sfruttare la concorrenza scegliendo le migliori offerte legate alle proprie esigenze, proprio come succede con i cellulari”

Quanto appena riportato è evidentemente una interpretazione distorta dei fatti per almeno 2 ragioni tra esse collegate: (i) ad oggi non c’è niente di certo circa la fine delle tutele di prezzo a partire dal 2018 per il semplice fatto che il DDL Concorrenza, che deve sancire i tempi e i modi di tale fine, è seppellito da qualche parte in Senato e da un po’ non se ne hanno più notizie e (ii) come noto tra gli addetti ai lavori, l’intenzione è quella di mantenere comunque un “servizio universale” (probabilmente simile al servizio di salvaguardia e quindi più costoso della maggior tutela così come la conoscevamo fino al 31.12.2016) per i clienti che decideranno di non passare al mercato libero e, quindi, nessuno sarà obbligato con la forza a passarci.

Vediamo altri esempi:

Le aziende riceveranno un incentivo maggiore, pari a 125 euro, se concluderanno in tempi brevi la sostituzione“.

Oppure:

Sorge, poi, inevitabilmente la domanda: quanto costa cambiare il cantatore? La risposta è abbastanza ovvia. Come tutte le spese sostenute per l’ammodernamento del sistema elettrico, anche questa sarà spalmata sulla bolletta di tutti i consumatori lungo i 15 anni di vita del contatore. Mentre se il cambio dell’apparecchio avviene prima del termine della vita utile (15 anni), la spesa derivante dal cambiamento è a carico dell’azienda. Peccato però che il 99% dei contatori sia stato installato nel 2001. 

Nel caso del primo esempio, si tratta di una dichiarazione proveniente dall’associazione Codici che però, oltre ad essere del tutto carente di dettagli (quali aziende? 125€ in assoluto non mi sembra tutto ‘sto incentivo su piani di miliardi di euro…forse erano €/misuratore messo in servizio?!Mah….! Quali sono i “tempi brevi”? mesi? anni?lustri?!), è completamente, assolutamente, terribilmente errata!

Si tratta di un errore da penna blu cobalto, roba da bocciatura diretta! Dato però che è un tema ultra-tecnico sul punto non si può infierire più di tanto(i 125 infatti sono il limite – nemmeno in euro, ma in percentuale – sia per il rapporto tra spesa unitaria complessiva proposta dall’operatore e spesa unitaria prevista dal regolatore che per la spesa unitaria effettivamente sostenuta. Dall’interazione di questi elementi nella c.d. matrice IQI si determina poi l’incentivo/penalità riconosciuta all’operatore). Dove invece si deve colpire duramente è sulla totale assenza di fact-checking e di imparzialità da parte dell’autore dell’articolo

Da notare inoltre l’utilizzo della classica tecnica giornalistica di creare artificiosamente dicotomie tra “noi”, immancabilmente i buoni, i puri di cuori, i migliori esponenti della ragione e “loro”, brutti, sporchi, cattivi e portatori di inconfessabili interessi di bottega (ovviamente a danno dei “noi”). Non c’è bisogno di dire che il lettore-target tende sempre ad identificarsi con il “noi” e a indignarsi verso “loro”, con tutto il corollario economico che ne segue.

Nel caso specifico, ciò si estrinseca nel dare al “noi” le voci delle varie associazioni dei consumatori  e riportane le dichiarazioni, senza però verificarle in alcun modo e inserendo, anzi, il link alla delibera 646/2016/R/eel dell’AEEGSI sul riconoscimento dei costi degli smart meter 2G, facendo con ciò intendere che quanto riportato sia effettivamente suffragato da questo documento che però, essendo contorto anche per l’esperto di settore oramai rotto a tutto, è quasi indecifrabile da un lettore non addentro a questi temi e che, pertanto, difficilmente riuscirà a capire che dei 125€ (così, assoluti…) non c’è traccia! Sempre in quest’ottica ricade un altro elemento di interesse: nessuno si è degnato di chiedere a “loro” cosa ne pensassero dell’argomento! E si che sarebbe bastato così poco: bastava chiamare E-Distribuzione o l’AEEGSI e chiedere una dichiarazione, facendogli magari anche presente quanto detto dalle altre parti! Invece, niente…nemmeno la frase standard “XXX, a nostra richiesta di commentare, si è rifiutato di rilasciare dichiarazioni”.

Nel caso del secondo esempio, sinceramente non ho parole se non di disappunto: si parte bene, dato che è verissimo che gli investimenti infrastrutturali vengono coperti tramite le tariffe pagate dagli utenti finali ed è altrettanto vero che la vita utile dei sistemi di misura 2G è di 15 anni.

Poi, però, arriva una uscita improvvida e senza fondamento: “Mentre se il cambio dell’apparecchio avviene prima del termine della vita utile, la spesa derivante dal cambiamento è a carico dell’azienda. Peccato però che il 99% dei contatori sia stato installato nel 2001“.

Tale assioma è sostanzialmente fondato su un dato di partenza falso: non è vero, infatti, che “il 99% dei contatori sia stato installato nel 2001ed è la stessa E-Distribuzione a fornire pubblicamente i dati reali, visto che nel proprio piano 2G riporta le installazioni annuali del periodo 2000 – 2016 dei misuratori 1G (cfr. pag. 20). Da questa fonte è possibile vedere che nel 2001 erano stati installati “ben” 109.142 smart meter 1G su un totale attivi al 31.10.2016 di 31.937.278, ovvero “ben” lo 0,34%! Il restante 98,66% ai tempi era ancora elettromeccanico. Al massimo, si può dire che il piano di messa in servizio degli smart meter 2G elaborato da E-Distribuzione tende a “ricalcare” quello seguito per gli smart meter 1G a suo tempo, così da sostituire, negli 8 anni di piano massivo, tendenzialmente degli asset che hanno completato la vita utile.

Ma ciò non è rilevante dato che, anche se tutti i 32 milioni di misuratori installati presso gli utenti BT avessero concluso da anni la loro vita utile, l’equazione proposta dall’articolo non starebbe comunque in piedi . Infatti, affermare che “se il cambio dell’apparecchio avviene prima del termine della vita utile, la spesa derivante dal cambiamento è a carico dell’azienda” è un grosso errore! La verità, in genere, è piuttosto diversa: l’azienda perde le quote di ammortamento residue e la remunerazione del capitale netto residuo dell’asset dismesso, ma dall’altra parte guadagna le quote di ammortamento e remunerazione del nuovo asset installato in sostituzione del vecchio e l’effetto netto di questi due eventi si riverbera sulle tariffe pagate dagli utenti. Poi nel caso degli smart meter 2G la questione si complica ulteriormente dato che verranno comunque riconosciuti in tariffa, fino al loro naturale azzeramento per fine vita utile, tutti gli investimenti relativi agli smart meter 1G esistenti al momento di avvio del piano di messa in servizio degli smart meter 2G ed il riconoscimento degli investimenti (valorizzati in un modo piuttosto complesso) relativi a questi ultimi asset seguirà – in “negativo” – proprio il percorso di fine vita utile degli smart meter 1G.

Quindi, il nesso causale implicito “Misuratori installati nel 2001–> oggi hanno finito la vita utile–>quelli nuovi li paga l’utente (tié…)–>la multinazionale del terrore è furba e, aiutata dai soliti poteri forti, lucra sulle spalle dei cittadini” non sta in piedi.

La verità è che gli investimenti infrastrutturali li paga sempre l’utente e sarebbe quindi più opportuno analizzare la loro bontà/necessità invece che sprecare tempo a cercare complotti lì dove non ci sono. Nel caso specifico, si sarebbe potuto valutare se fosse più opportuno utilizzare gli smart meter 2G per sostituire gli attuali 1G (che andavano comunque cambiati per vari motivi, non ultimo la questione della validità legale delle misure dei misuratori installati pre-2007) oppure continuare con gli 1G (cioè, sostituire gli attuali 1G con altri 1G  nuovi) e utilizzare altri strumenti tecnici/normativi/regolatori per ottenere gli stessi effetti .

Non mancano, infine, le parole-chiave inserite nel testo ed opportunamente sottolineate al solo scopo di solleticare subdolamente il lettore, aizzandolo contro i soliti “poteri forti”. Vediamone un esempio:

Quindi è praticamente impossibile sapere quanto incida sulla singola utenza, perché non si tratta di una voce a sé tipo il canone Rai. L’unica cosa certa è che non dovrebbero esserci aggravi rispetto a quanto già si sta pagando fino ad oggi. Ma la certezza si avrà solo a partire da gennaio 2017.

(Tralasciamo le altre imprecisioni contenute nell’estratto riportato: da gennaio 2017 non si saprà un bel niente, dato che mancano ancora tantissimi step prima che E-Distribuzione – e solo lei per ora – avvii il suo piano 2G i cui primissimi costi si vedranno nel 2018 se tutto va bene e se ci sarà un aggravio o meno è tutto da vedere)

Che senso ha, se non quello prima ipotizzato, buttare nella mischia il famigerato ed esecrato Canone Rai? Non è nemmeno una voce della bolletta, ma un elemento posticcio inserito a forza per finalità politico/amministrative ben precise!

Detto questo, mi auguro che il 2017 porti ad una sana, e necessaria, riflessione sulle modalità di fare informazione.