Oneri Generali di Sistema EE, Diamo i Numeri

Bene, nella precedente puntata (che potete leggere qui) abbiamo scandagliato le origini degli oneri generali di sistema, quasi travalicando nel Mito e scoprendo i principali retroscena che hanno portato alla loro attuale struttura.

E’ quindi ora di passare oltre e dare qualche numero. 

Per iniziare, è sempre cosa buona e giusta dare un occhio agli euri così da capire di cosa stiamo parlando. Di seguito il dettaglio del gettito per singolo componente degli ultimi 5 anni:

oneri-generali-di-sistema-1

per il passato i dati non sono di agevole reperimento e, comunque, gli ammontari in gioco non erano altissimi (ad esempio, nel 2008 il gettito della A3 – di gran lunga la componente predominante – era circa € 3 mld, mentre nel 2009 è passato ad € 3, 678 mld).

Le cifre sono oggettivamente imponenti e ad oggi tutti i segnali indicano che nel medio termine sono destinate a restarlo. Questo concetto è valido anche se esprimiamo i dati in prezzi costanti (con i prezzi 2010 = 100):

oneri-generali-di-sistema-2

Visti gli euri, è certamente di grande interesse vedere i trend in modo poter avere una impressione immediata dell’evoluzione subita dagli oneri di sistema nel quinquennio considerato.

oneri-generali-di-sistema-3

oneri-generali-di-sistema-4

Com’è facile vedere, c’è stato un balzo felino in avanti da parte un po’ di tutti gli oneri generali “di peso” e, soprattutto, del incontrastato campione dei pesi massimi: la A3 (talmente sproporzionata rispetto alle altre componenti che è nel grafico precedente è stato necessario spostarne la scala sull’asse destro), che nel periodo d’oro delle rinnovabili – triennio 201172013 – è cresciuta in media di € 2,7 mld/anno (e di circa € 3,9 mld tra il 2011 ed il 2012, soprattutto a causa dei generosi contributi garantiti al fotovoltaico dai vari conti energia che si succedevano in quegli anni).

Infine, è opportuno – anche se scontato – dare un’occhiata al mix annuo del gettito:

oneri-generali-di-sistema-5

Nessuna sorpresa direi!

Dopo aver visto i numeri in ottica di sistema, mi sembra giusto mettersi nei panni del povero cliente finale e cercare di capire quale sia l’impatto degli oneri sulle sue bollette, dato che gira che ti rigira chi deve poi effettivamente pagarli è lui.

Per far questo, diamo un occhiata alle seguenti tabelle che riportano il costo totale per kWh espresso in €c/kWh e l’ammontare, sempre in €c/kWh, degli oneri generali sostenuti dal cosiddetto cliente tipo, ovvero della famiglia Rossi che a casa propria ha 3 kW di potenza impegnata e 2.700 kWh di consumo annuo.

oneri-generali-di-sistema-6

oneri-generali-di-sistema-7

 

Com’è facilmente visibile, nel periodo considerato tranne pochissime eccezioni (che vediamo fra un attimo) la linea dell’andamento anno su anno degli oneri generali è sempre posizionata “sopra” rispetto a quella relativa al costo totale del kWh, soprattutto nel triennio precedentemente ricordato 2011/2013. In altre parole, gli oneri generali hanno avuto un ruolo primario nell’aumento della bolletta del nostro povero cliente tipo in nel periodo considerato.

Però…aspetta un po’….negli ultimi trimestri sembra che qualcosa sia cambiata! Che magia è mai questa?!

Ebbene, è l’effetto della riforma delle modalità di addebito degli oneri generali di sistema ai clienti domestici (come la nostra cara famigliola Rossi) e, in particolare, del suo secondo stadio partito proprio il 1°gennaio 2017 (modello fuoco artificiale di capodanno!) e declinata in dettaglio nella delibera 782/2016/R/eel.

Questo effetto, ovviamente, non deve farci gridare al miracolo, né deve portarci ad attribuire poteri taumaturgici a detta riforma: si tratta, infatti, di un diverso modo di redistribuire un totale che, comunque, rimane scolpito nella roccia. 

Se al posto della nostra simpatica famiglia Rossi, che consuma ben 2.700 kWh all’anno, avessimo preso il single di ferro Marco Bianchi (detto anche lo scapolo d’oro), simpatico lavoratore fuorisede per una primaria società di consulenza strategica – tra l’altro strapagato –  che è sempre in giro per vernissage ed eventi montani vari e, quindi, non consuma nemmeno un kWh (vabbeh, facciamo che ne consumi 500, dai) nella casa dove abita in affitto e in cui non è residente, avremmo avuto un effetto contrario, dato che con la redistribuzione effettuata con la riforma elimina (in più step) i sussidi perversi che esistevano a favore di chi consumava poco e che venivano pagati da chi consumava molto. Evidentemente, una ideologia appartenente ad un passato in cui, per ragioni economiche (costo materie prime ai tempi degli shock), ambientali (beh, non è che si producesse energia elettrica bruciando Chanel N.5 negli anni 80/90…) e sociali (l’arricchito post boom consuma a manetta, il povero no), consumare = male assoluto. Ora quei tempi sono definitivamente passati e consumare molta energia elettrica non è e non deve più essere considerato un peccato.

Quanto appena detto può essere meglio compreso guardando i freddi numeri:

oneri-generali-di-sistema-8

Come è possibile vedere, a parità di consumi tra 2016 e 2017 mentre per la nostra famiglia Rossi la spesa per gli oneri generali è diminuita (da € 125,1 a  € 102,44), così come il loro peso sul totale (da 29% al 24%), lo stesso non può dirsi per l’amico Bianchi che, proprio mentre festeggiava l’arrivo del 2017, vedeva la sua spesa per oneri generali schizzare alle stelle esattamente come il tappo del Kristal che stava sciabolando per l’occasione, con un balzo da € 41,41 annue (peso sul totale: 20%) alla cifra monstre di € 148,55 (peso sul totale: 48%), grazie all’introduzione di una quota fissa (per POD) pari a ben € 135.

Direi che sul fronte quantitativo possiamo dirci soddisfatti

Nella prossima ed ultima puntata andremo quindi a vedere qual è l’architettura di sistema pensata per la raccolta delle somme derivanti dall’applicazione delle componenti A e UC a copertura degli oneri di sistema, la loro gestione ed, infine, l’erogazione agli aventi diritto.

Oneri Generali di Sistema EE, l’origine della specie

 

Dato che quello degli oneri generali di sistema è uno dei temi caldi di questo primo trimestre 2017, anche e soprattutto per le note vicende giuridiche, è quantomai opportuno fare un po’ il punto della situazione e cercare di capire cosa sono, da dove vengono e verso dove vanno.

Di conseguenza, nelle prossime righe e pagine, per prima cosa, individueremo il perché della loro esistenza, quindi ripercorreremo quella che è la loro storia, a volte poco conosciuta e sempre molto articolata e complessa, per poi cercare di capire come funziona oggi il loro meccanismo e di quanti euri stiamo parlando. Infine, tenteremo una analisi della situazione attuale, cercando di individuare i possibili rischi e soluzioni.

Orsù, andiamo a cominciare!

Perché gli oneri di sistema?!

Come tutte le domande esistenziali, il motivo ultimo del perché qualcosa esista in certa data forma è sostanzialmente insondabile. Questo concetto può applicarsi anche agli oneri di sistema, che avrebbero potuto benissimo assumere una forma diversa, ad esempio (come frequentemente proposto) sotto forma di fiscalità generale.

Comunque sia, l’evoluzione è andata diversamente e, almeno inizialmente, si è preferito forse utilizzare un criterio di (vaga) inerenza tra costi da coprire e fonti di copertura, visto che – come vedremo in seguito – è innegabile una certa affinità di questi costi con il sistema elettrico e con la sua evoluzione.

Inoltre, probabilmente anche il fatto che inizialmente non è che erano questa cifra stratosferica ha giocato un ruolo nel propendere per metterli da una parte (bollette) e non altrove: d’altronde, spulciando nelle relazioni annuali dell’Autorità apprendiamo che nel 2001 – sono passati solo 15 anni e pochi mesi, ma per il sistema elettrico sembra passata un’era geologica! – gli oneri pesavano in bolletta un incredibile 3,3% (dato ovviamente indicativo, vista l’evoluzione successiva del sistema e delle aggregazioni di costo considerate in bolletta) e nel 2003 questi erano aumentati in maniera iperbolica, portandosi a ben 8,1%. Oggi solo al 20,36%.

E così gli oneri sono finiti in bolletta e ci sono rimasti fino ad oggi (ed anche domani) dove sono applicati come maggiorazione della tariffa di distribuzione (ma questa è un’altra storica, su cui torneremo in seguito. 

Le Origini (del mito)

Ma da dove arrivano questi oneri di sistema che, sin dalla loro introduzione, hanno generato non pochi malumori?

La loro nascita è da attribuire al celeberrimo Dlgs 79/99 (il c.d. Decreto Bersani, quando ancora non smacchiava giaguari!) ed al suo art.3 comma 11. Si trattava però solo di un primo abbozzo, in cui si definivano ruoli e criteri generali(ssimi) da sviluppare in un apposito Decreto Ministeriale. Che arrivò, un po’ oltre i 180 giorni previsti (ma questo è un classico italiano!), i primi di febbraio del 2000 nella forma del DM 26 gennaio 2000 e smi, che conteneva le antenate delle attuali componenti. In particolare:

  •  A2  a copertura degli oneri nucleari, che con l’andare del tempo è stata più volte rimaneggiata e anche “saccheggiata” dalle voraci fauci statali, ad esempio nel 2005 e nel 2006 con le relative finanziarie;
  • A4 a copertura delle agevolazione tariffaria ferrovie e – originariamente- alla produzione di alluminio. Successivamente, l’agevolazione si ampliò anche ad altre industrie energivore (lavorazione/produzione piombo, zinco ecc) localizzate in Sardegna per poi  essere eliminata con definitivamente col la legge 9/99 – legge sviluppo);
  •  A5  a copertura dei costi relativi alla ricerca di sistema.

Oltre a queste simpatiche vegliarde, c’erano anche dei veri e propri dinosauri, elementi di un ‘altra epoca che piano piano di sono estinti. In particolare:

  • La fu A6, a copertura degli stranded cost derivanti, inizialmente, dagli effetti della   liberalizzazione del settore elettrico sull’ex-monopolista e sulle imprese produttrici e, in seguito, anche dall’affaire del GNL Nigeriano (in poche parole, Enel importava questo gas, solo che in Italia allora non c’erano rigassificatori e, quindi, ci si avvaleva dei cugini transalpini di GdF che, ovviamente, si facevano pagare bene. A valle della liberalizzazione e fino alla conclusione del contratto questi costi erano coperti tramite questa componente).
  • la fu A7, che serviva ad estrarre dai gestori di impianti idroelettrici la mitica “rendita idroelettica” generata dal nuovo assetto di mercato (post decreto bersani infatti questa energia era valorizzata come quella generata da fonte termoelettrica, con un notevole aumento rispetto al passato quanto non era riconosciuto l’ “onere termico).  2000)

La materia fu poi riordinata – per alcune questioni relative alla quantificazione degli oneri coperti dalla A6 e dalla A7, eliminata,- dal DL 18 febbraio 2003, n.25 come convertito con legge 17 aprile 2003, n. 83.

Sempre nel 2003, con la legge 24 dicembre 2003, n. 368 veniva poi introdotta la componente MCT a copertura delle misure di compensazione territoriale a favore dei siti che ospitano centrali nucleari e impianti del ciclo del combustibile nucleare (e teoricamente in futuro al sito che ospiterà il fantomatico deposito nazionale, una infrastruttura fatta della stessa materia di cui sono fatti i sogni).

Più recenti, invece, sono gli oneri generale a copertura dei costi legati al doveroso Bonus Sociale (As) e quello, su cui si è da poco giunti ad una quadra, a copertura delle agevolazioni alle imprese manifatturiere con elevati consumi di energia elettrica (a.k.a. energivori) (Ae). Difatti, il primo nasce nel 2007 grazie al DM MiSE 28 dicembre 2007, mentre il secondo nel 2012 con il DL 22 giugno 2012, n. 83 (legge di conversione 134/2012).

Ho volutamente lasciato per ultima la principessa, la star degli oneri generali: quella A3 che in pochi anni è salita alla ribalta monopolizzando la scena come una vera e propria rockstar anni ’80!

Sin dall’inizio si capiva che era una predestinata alla gloria, data la “nobiltà” della sua schiatta, che si vanta di discendere direttamente dal celeberrimo provvedimento CIP 6/92 con cui, a valle della legge 9 gennaio 1991, n. 9,  si era iniziato fattivamente ad incentivare la produzione di energia da fonti rinnovabili. Si tratta però di una mezza verità, dato che il conto “contributo energia da fonti rinnovabili ed assimilate” originariamente era stato istituito dal provvedimento CIP 15/89, che però non ha avuto grande fortuna. Non ancora adolescente, poi, subì il trauma della riforma complessiva del sistema elettrico nazionale ex dlgs 79/99, quando il compito di ritirare  l’energia allora incentivata (quella da impianti ex CIP 6/92) e per la quale copriva l’onere di detta incentivazione, passò dall’Enel+imprese distributrici a quel Gestore di Rete da cui nacque in seguito l’attuale GSE. Nel frattempo, gli oneri che andava a coprire pian piano si allargavano con l’entrata in vigore dei vari conti energia e delle varie evoluzioni normative/regolatorie dei meccanismi a sostegno della produzione da fonti rinnovabili, solare e non (ad esempio, le tariffe fisse omnicomprensive o lo scambio sul posto), ma lo schema è rimasto sempre più o meno lo stesso: l’Autorità individua i meccanismi per la copertura dell’incentivazione a carico della A3, i clienti finali la pagano, i venditori la trasferiscono ad distributori che, infine, la versano per la stragrande maggioranza al GSE che provvede ad erogare gli incentivi.

Oltre agli oneri generali appena citati, esistono (e sono ad oggi pagati in bolletta) anche delle c.d. “ulteriori componenti“, le UC, che si differenziano dai primi in primis per la loro “fonte” di leggittimazione e in secundis per la loro funzione che, a differenza dei primi, è tutta interna al sistema elettrico. Oggi questi sono essenzialmente 4: (i) il preistorico UC4, a copertura delle integrazioni tariffarie per le imprese elettriche minori (originariamente 12 e operanti sulle isole minori italiane, come capri, favignana e l’isola del giglio. Dal 2009 il perimetro si è allargato anche ai distributori <5.000 pod), è decisamente preistorica, dato che la sua introduzione risale addirittura al 1974, grazie al provvedimento CIP 34/74 (pensate, è così antico che non ne ho trovata una copia elettronica….quindi niente link!); (ii) il più recente UC7, a copertura degli oneri generati dalla promozione dell’efficienza energetica negli usi finali, introdotto dall’Autorità nel 2004 a seguito del decreto 20 luglio 2004 e infine (iii) l’UC3 e (iv) UC6, rispettivamente a copertura di meccanismi perequazione e di regolazione incentivante della qualità del servizio, entrambi di natura, ed origine, puramente regolatoria.

Una volta esistevano anche l’UC1, a copertura degli squilibri della perequazione dei costi di approvvigionamento dell’energia elettrica destinata al mercato vincolato, eliminata a valle momento di transizione dalla vecchia organizzazione di mercato, con distribuzione e vendita insieme, a quello attuale; la UC2, a copertura dell’ulteriore componente di ricavo riconosciuta all’energia elettrica prodotta dalle imprese produttrici-distributrici per i clienti del mercato vincolato, di cui all’art. 6 della deliberazione dell’Autorita’ 29 dicembre 1999, n. 205/1999  e la UC5 a copertura del meccanismo di perequazione delle perdite di rete).

L’ammontare di tutte queste componenti è aggiornato trimestralmente dall’Autorità sulla base degli indirizzi generali previsti dalla normativa appena ricordata.

DDL Concorrenza, Superamento Tutela e Aste: un Mix Esplosivo

Nel mondo dell’energia italiana, e più precisamente nella regione del mercato retail, siamo oramai giunti di fronte al fatidico Rubicone e oramai è solo questione di tempo prima di sentire il fatidico “alea iacta est.

E per fortuna, aggiungerei! L’ora di fare questo passo era giunta già da un po’, ma per varie e variegate ragioni si è sempre traccheggiato. Ma il momento fatidico infine è giunto.

E però, tra i centurioni, ancora si annidano dubbi e incertezze. Non tanto sul se, ma sul come.

Ecco, noi nelle prossime righe ci concentreremo proprio su come fare a guadare l’insidioso fiume che, nel settore energetico, separa i regimi di tutela e il mercato (completamente) libero.

Sappiamo bene che il mezzo “tecnico” che il cantiere parlamentare sta approntando per questa impresa è il celeberrimo DDL concorrenza. Ma, come detto, tra le maestranze serpeggia ancora qualche dubbio sulla forma definitiva che questo mezzo dovrà assumere. Quello principale è legato al meccanismo da utilizzare, all’atto pratico, per superare le attuali tutele di prezzo sulle forniture di energia elettrica e gas.

Come noto, il mezzo in costruzione è, per così dire, a 2 stadi (tipo razzo spaziale!). Il primo,  oramai quasi completato, serve a creare le precondizioni per il guado, mentre il secondo, i cui progetti sono ancora trop secret, permette di passare fisicamente al di là del fiume.

Vediamo i dettagli – noto – di questi 2 stadi.

Il primo stadio prevede innanzitutto la messa a disposizione di ulteriori strumenti al cliente così da permettergli di individuare facilmente l’offerta che più fa al caso suo: sarà predisposto infatti un portale che raccoglierà le informazioni relative alle varie offerte degli operatori (con particolare enfasi su quelle per utenti domestici o per piccole imprese connesse in bt) e le metterà a disposizione di chi sarà interessato (le informazioni saranno in formato open data). Ciò incrementerà anche la qualità delle comparazioni tra offerte dai molti siti che offrono questo servizio, con grande beneficio del cliente finale.

A ciò si uniscono altri importanti provvedimenti a favore del cliente, come:

  • Obbligo per i venditori di predisporre almeno 2 offerte, una a prezzo fisso e una a prezzo variabile, per gli utenti domestici e non che dovranno rispettare precise condizioni di contenuto, confrontabilità ed omogeneità che verranno fissate dell’AEEGSI
  • Predisposizione, sempre da parte dell’AEEGSI, di linee guida per disciplinare, in termini di contenuto, confrontabilità e pubblicità, le offerte a gruppi di acquisto.

Il piano è chiaro: si rafforzano le “regole di ingaggio” e di “disingaggio” tra le parti e si lascia che queste si confrontino in modo da trovare di volta in volta il punto di equilibrio reciprocamente soddisfacente in termini di prezzo/livello di servizio aggiuntivo.

In una parola: mercato.

Dato però che sempre di “prima volta” si tratta, vengono individuati dei prerequisiti, per una volta decisamente oggettivi, che devono essere rispettati affinché il guado del fatal fiume possa avere luce verde.  Se non ci sono, si aspetta ancora un po’ (6 mesi) e poi si riprova (sperando comunque che non si arrivi ad una sorta di giorno della marmotta in salsa energetica).

I prerequisiti, la cui sussistenza sarà verificata dall’AEEGSI tramite relazione al ministero dello sviluppo economico, sono

  • Operatività del portale informativo di cui abbiamo parlato in precedenza;
  • R rispetto (si, ma in che misura…..? Nel 100% dei casi… Nell’85%? Si vedrà) delle 3 settimane per lo switching (cambio di fornitore);
  • Rispetto delle tempistiche (stessa considerazione di prima) di fatturazione (conguaglio  definitivo a  seguito  di  un  eventuale  cambiamento  del  fornitore  dopo  non  oltre  sei settimane);
  • Piena funzionalità del sistema informativo integrato (strumento centralizzato contenete in modo univoco le informazioni sulle utenze italiane e che a tendere sarà l’unico referente per i distributori e venditori per lo scambio di informazioni);
  • Completamento del brand unbundling, in modo che il cliente non possa confondersi tra il soggetto che gli vende l’elettricità/gas e quello che fisicamente glieli porta in casa.

Verificate tutte queste condizioni, entra in azione il secondo stadio e si tenta il guado.

Ma purtroppo ancora non è chiaro come.

Il ddl concorrenza, infatti, dopo una prima parte molto dinamica e tutto sommato precisa, cade nel più classico dei cliché italiani: il rinvio al solito decreto ministeriale con annessa fissazione di paletti, per quest’ultimo, che dicono tutto e niente. Un classico esempio di rinvio dei problemi per dribblare conflitti che bloccherebbero l’iter dell’intera legge. Ma torniamo a noi.

Il decreto ministeriale appena ricordato dovrà garantire che il famoso guado “[…] avvenga secondo meccanismi che favoriscono la concorrenza e la pluralità di fornitori e di offerte nel libero mercato“.  Tradotto dal burocrate: poi vediamo.

Questa vaghezza lascia aperta la porta alla possibilità più ardite. Come ad esempio fare dei bei pacchetti di clienti e metterli all’asta.

Geniale, nevvero?

In fin dei conti,  sembra proprio la cosa più giusta e logica da fare, no?! Dopo aver messo a disposizione ai clienti tutte le informazioni che servono per scegliere (portale informativo) , rafforzato le tutele a suo favore (brand unbundling, obbligo offerte, linee guida gruppi di acquisto) e constatato che il settore è pronto (tempistiche switching e fatturazione) che si fa? Una bella asta di clienti, che evidentemente sono talmente ignoranti e incapaci che proprio non riescono a capire qual è il proprio interesse e a trovare l’offerta che glielo garantisca ad un prezzo ritenuto adeguato. La cosa strana in tutto ciò è che questi stessi soggetti riescono a cavarsela egregiamente in mille mila altri settori, dalle telecomunicazioni ai beni primari…. ma non per l’energia elettrica e il gas. D’altra parte si sa, sono settore complessi….!

Ma sia….portiamo avanti il ragionamento delle aste e vediamo dove ci porta.

Beh, per bandire la nostra bella asta la prima cosa che ci serve è un bel set di criteri tecnico/economici e procedurali che stabiliscano univocamente almeno:

  • Chi fa cosa;
  • Qual è l’oggetto dell’offerta
  • Chi può partecipare all’asta;
  • Quali sono i criteri per valutare l’offerta;
  • Esistenza e valutazione dell’indennizzo per la parte cedente;
  • Cerimoniale burocratico/procedurale da seguire.

La cosa, ovviamente, non è impossibile da imbandire, ma necessita tempo….. Mooooolto tempo. Per le gare gas il tempo oramai si misura in lustri, per l’idroelettico magari passeremo direttamente agli eoni. Quindi se vogliamo agire prima della prossima glaciazione, già abbiamo un problema non da ridere.

Come proposto da qualcuno, il problema tempo è in qualche modo risolvibile: dei criteri e della gestione del procedimento se ne può occupare direttamente l’Autorità per l’energia elettrica il gas e il sistema idrico.  Senza interrogarsi troppo se possa essere l’autorità a fissare i paletti o se sia meglio che questi siano definiti a livello ministeriale, ad ogni modo dopo un ragionevole periodo di consultazione si avrebbe la delibera, le eventuali determine e si potrebbe partire.

Vediamo un po’ più da vicino, allora, queste aste.

Innanzitutto, direi che è pacifico che il criterio di aggiudicazione sia lo sconto maggiore sulla base d’asta per una fornitura “base” standardizzata.

Più problematico stabilire chi può partecipare: tutti i venditori? Solo quelli attivi al 100% nel mercato libero? Quelli che ai tempi hanno costituito una società separata per l’erogazione della maggior tutela (nel caso EE)? Evidentemente, optare per una soluzione o per un’altra non è indifferente e, in ogni caso, la scelta andrebbe in contro a fortissime contestazioni da parte di una fetta di venditori. Sul punto, poi, ci vorrebbe anche un concerto con la AGCM, con conseguente allungamento dei tempi.

Altro problema di peso è stabilire qual è l’oggetto del contendere: un pacchetto di clienti o un pacchetto di clienti e dipendenti?

In entrambi i casi i problemi sono molti e molto legati tra loro: nel primo caso le offerte dei partecipanti all’asta potrebbero essere più aggressive, ma si pone il problema di cosa fare dei dipendenti dell’ex esercente la tutela; nel secondo caso, quanti venditori parteciperanno alla gara e che sconti potrebbero offrire già sapendo che oltre ad prendere clienti non eccessivamente remunerativi, per di più a sconto, dovranno integrare il nuovo personale e sopportarne le inefficienze conseguenti (nelle gare gas, per ovviare a ciò, gli OPEX sono aggiornati con X-Factor = 0 per i primi 2 aggiornamenti post gara).

In entrambi i casi ci sarebbe poi la questione sociale: mentre nel primo caso, come accennato, bisogna capire che fine fanno gli addetti alla maggior tutela in esubero a seguito della perdita di uno o più pacchetti di clienti da parte dell’ex esercente, nel secondo bisogna capire quali garanzie avranno i dipendenti trasferiti insieme ai clienti (e qui dubito fortemente che possa bastare una delibera dell’AEEGSI….Con inevitabile dilatazione dei tempi): i loro nuovi contratti risentiranno delle regole del Jobs Act? Saranno costretti a trasferirsi altrove armi e bagagli perché la società che li ha “vinti”  non ha sedi dove vivono? D’altronde, loro non si occupano di un manufatto fisico come una diga o una rete gas… Il cliente lo puoi pure aiutare da timbuktu, mica c’è bisogno di essere fisicamente nello stesso luogo!

C’è poi il tema del valore d’indennizzo, che in questo caso dovrebbe compensare della perdita di conoscenza del cliente e della capacità di soddisfarne le esigenze. Diciamo che si dovrebbe riconoscere un ammontare a titolo di “avviamento” ceduto insieme al pacchetto clienti/dipendenti. Ma con che criteri deve essere valorizzato?

Potremmo andare avanti a lungo, ma sarebbe oltremodo pesante. Limitiamoci quindi ad indicare il problema cruciale, esistenziale, della questione:

E’ corretto che per superare la tutela siano previste aste dove un cliente può essere vinto offrendo sostanzialmente una nuova tutela?

Alla fine, infatti, le offerte dovranno offrire sconti su una fornitura standardizzata. Quindi, rispetto ad oggi, dov’è la differenza sostanziale (a parte il prezzo, che è certamente importante ma non può essere l’unica cosa su cui la concorrenza deve puntare)?

Alla nostra domanda filosofica si deve necessariamente rispondere negativamente. Sarebbe una operazione gattopardesca.

Difatti, come si può pensare di creare un mercato concorrenziale se addirittura le aste  – potenzialmente – porteranno ad uno sconto sul costo di una fornitura senza vincoli temporali  (non si trova traccia nelle varie proposte che contemplano questo meccanismo)? Perché, io cliente, dovrei scomodarmi a capire come gira il fumo nel mercato retail EE/Gas se posso restare fermo e continuare ad essere tutelato? Fino ad oggi questo sistema non ha funzionato, perché sperare che in futuro possa andare diversamente?

Cosa fare, quindi?

Innanzitutto, porre in essere tutte le misure ricordate in precedenza (portale informativo, linee guida, brand unbundling ecc), ovvero dare al cliente la canna da pesca, e poi vigilare strettamente sulle dinamiche concorrenziali, stroncando sul nascere eventuali pratiche commerciali scorrette e predisponendo un adegua sistema di tutela (non di prezzo!) del cliente. In questo habitat favorevole il cliente, con la sua bella canna da pesca, potrà imparare a pescare grazie anche all’aiuto di buoni maestri, come i vari siti di comparazione esistenti/soggetti aggregatori della domanda ecc. in modo che in poco tempo sia in grado di acchiappare una bella preda che soddisfi i suoi bisogni. E si sa che quello che si è ottenuto grazie alle proprie mani è centomila volte più gustoso di quello che ti cade dal cielo.

Fine……no, aspetta un attimo… E i dipendenti? Che fine fanno i dipendenti?

Beh, il processo di apprendimento dell’antica arte della pesca di offerte EE/Gas non è rapidissimo. Di conseguenza, l’esercente la tutela accorto ha tutto il tempo per pianificare una progressiva riconversione (ed eventuale riduzione) dell’organico addetto al settore della tutela, spostando man mano forze esperte sul nuovo e vastissimo fronte del mercato libero.

Non è la Rai, ovvero del canone in bolletta

“Ma com’è bello qui, ma com’è grande qui/ci piace troppo ma non è la Raiiiiiiiiii……”

E invece è proprio la Rai!

Nel caso specifico, lo studio buono della Lucia Annunziata, quello dove tutta la (presunta) intellighentia politica italica va a farsi bella e dal quale è solita lanciare le proprie “proposte programmatiche”….Perché costoro sanno fin troppo bene che l’italiano medio, se la domenica pomeriggio alle 14:30 è davanti alla TV, probabilmente è perché si trova in uno stato di totale disfacimento psico-fisico causato dall’eccesso di libagioni e, pertanto, le sue capacità cognitive ed il suo senso critico sono pari a quelle di un bradipo tonto (sì, vabbeh…certamente qualcuno dirà che i bradipi sono animali estremamente intelligenti….quindi preciso che si tratta di una licenza poetica) e, quindi, gli si può vendere di tutto, anche un set di pentole mondial casa (compresa la TV color 24 pollici o la pratica mountain bike), senza che questi faccia una piega.

Ed ecco che allora, proprio quando il sangue viene dirottato d’urgenza verso lo stomaco (causa doppia porzione di parmigiana di zi’ mariett’) lasciando il cervello a corto d’ossigeno e donandoti quella tipica espressione di catatonica indifferenza, la magia accade. L’annuncio inatteso ti coglie completamente alla sprovvista, le difese del tutto abbassate.

Tuttavia, sempre di Rai si parla.

Di conseguenza, anche questo annuncio, dopo la brevissima sorpresa iniziale, genera una sensazione di deja-vu, di già visto e sentito, misto a quel gusto dolciastro nazional-popolare (tipico del Festival di Sanremo ad esempio), dove tutto è formalmente ben fatto (da 7-7,5 su 10 diciamo), ma alla fine è solo mestiere, senza un vero guizzo d’arte o di genio.

L’annuncio della ferrea volontà del governo di spostare il famigerato et maximamente aborrito canone Rai (di per sé, rimasuglio di un mondo oramai morente) nella bolletta dell’energia elettrica, infatti, non sembra altro che la nuova serie di uno scemeggiato© che si protrae stancamente stagione dopo stagione, senza un vero successo di share ma con risultati comunque sufficienti a non farlo chiudere. Ovviamente, come ogni nuova stagione di qualsivoglia serie TV, ci sono delle novità, delle nuove sotto-trame e anche qualche colpo di scena, tutti strumenti necessari per solleticare la curiosità di un pubblico oramai sempre più sedato.

L’idea di base, infatti, non è originale dato che si ripete ciclicamente, l’ultima (meglio: la penultima volta) l’inverno scorso. Sappiamo tutti come andò a finire.

Ma, come detto, ogni nuova stagione porta con sé succulente novità. Di conseguenza, durante i lavori sul DdL Stabilità (oggi in discussione al Senato dopo l’approvazione in CdM) i nostri “registi” delle riforme si sono dati parecchio da fare per cercare di trovare un senso ad una proposta che un senso non ce l’ha, con risultati che però spesso rientrano nell’armamentario classico e già visto della politica italiana.

A questa categoria si può certamente ascrivere la “bella” idea della rivoluzione copernicana (del presupposto stesso per il pagamento del canone: dal fatto di avere (sostanzialmente) una TV con cui vedere la Rai, all’avere una fornitura di energia elettrica  che, in quanto tale, farebbe presumere che si ha una TV da alimentare e con cui vedere la Rai. A ciò si accompagna poi il classico “zuccherino”(strumento tipico della nostra politica) dell’autocertificazione sul possesso del citato apparecchio ricevente atto a captare le meravigliose trasmissioni del nostro servizio pubblico.

Già l’analisi di questo punto da solo richiederebbe fiumi di inchiostro (digitale, per fortuna dell’ambiente!) ma, siccome non è il mio campo, lascio l’onere e l’onore a chi conosce la materia meglio di me, non senza dire che il ragionamento mi pare quanto meno ardito, nonostante la “clausola di salvaguardia” della facilitazione prevista per certificare che non si ha la TV.

Focalizziamoci, allora, sugli impatti di questa brillante idea sul settore dell’energia elettrica.

La prima ed anche la più importante  cosa che deve essere detta e sottolineata con forza è che con questa mossa, in poche righe, si vanificano senza rimedio anni di duro lavoro, degli operatori e dell’Autorità, per rendere il mercato retail dell’energia elettrica più credibile e, quindi, più attraente per il consumatore.

Qualche frase ben assestata e….BANG!….si ritorna 10 anni e più indietro nel tempo, senza nemmeno dover prendere in prestito la DeLorean. Gli sforzi immani per rendere il più fluido possibile il cambio di fornitore o per contenere entro confini fisiologici il fenomeno dei contratti non richiesti; la fatica per definire tutta la regolazione relativa ai reclami ed alle procedure di conciliazione, la bagarre per cercare di contenere il più possibile il costo per il cliente dell’energia elettrica (lavorando su tutti i fronti possibili, dagli oneri generali fino al costo dei servizi a rete)…..tutto-perfettamente-inutile. E non ci sarà Bolletta 2.0 che regga di fronte a questa decisione!

D’altra parte, come può reagire un cliente medio nel momento in cui – di punto in bianco – si vede una bolletta maggiorata di ben € 100 (dato che a quanto pare per il 2016 si pagherà in un’unica rata)? Evidentemente, nella migliore delle ipotesi, penserà ad un grosso errore preso dal venditore. Con altrettanto evidente arrabbiatura, necessità di contattare il servizio clienti (o peggio ancora andare di persona presso uno sportello!), litigarci, per scoprire, alla fine, che è tutto corretto e deve pagare, non senza grande scorno.

Reazioni ben peggiori le avranno, però, i clienti che hanno optato per l’addebito diretto sul proprio c/c delle bollette, soprattutto in quei casi dove ciò era obbligatorio al fine di poter aderire ad un offerta sul mercato libero ritenuta vantaggiosa! Qui la distruzione della fiducia nel venditore sul mercato libero retail è totale, specie per i contratti più recenti! Quale sarà il pensiero del cliente medio quando vedrà che gli è stata direttamente addebitata una bolletta con € 100 in più? Chi o cosa lo farà desistere dal pensiero, errato, che quell’addebito sul c/c obbligatorio non fosse altro che una manovra per fregarlo alla grande?

Certo, il testo attuale dice “salvo contraria manifestazione di volontà dell’utente“…ma chi, come e quando (e con quali costi, e chi li sostiene questi costi) informa e raccoglie tale manifestazione di volontà dell’utente? E, soprattutto, fin dove si estende (temporalmente e in termini di importi) tale manifestazione? Perché, lato venditore, è evidente che l’addebito diretto in c/c è un elemento cruciale per poter proporre offerte particolarmente vantaggiose (In questo modo, infatti, si riduce di molto il rischio morosità che, quindi, non deve essere coperto dal prezzo praticato) e, di conseguenza, se tale manifestazione contraria si estendesse a tutto l’addebito (EE + Canone) e a tutte le bollette (a partire da quella contenente il canone in poi), verrebbe meno dei presupposti alla base del rapporto di fornitura. D’altra parte, se valesse per la sola bolletta contenente il canone o solo, al limite, per quest’ultimo importo, qualcuno ha pensato alle complicazioni operative e tecniche necessarie per gestire queste eccezioni? No? Ah, ecco…..!

Al grosso danno in materia di “fiducia” del cliente verso il mercato retail appena ricordato, poi, se ne affianca un altro certamente non di secondo piano. Stiamo parlando, ovviamente, dell’ulteriore contrazione degli spazi di manovra disponibili ai venditori per poter strutturare le proprie offerte commerciali.

Qui, ovviamente, siamo oltre la polemica riguardante la triste abitudine di utilizzare le bollette come un bancomat. Pratica oramai assodata, collaudata e già ampiamente criticata altrove.

Qui si vuole sottolineare come la manovra tagli le gambe al mercato retail proprio quanto, dopo mille traversie, si intravedeva ad un punto di svolta con il DDL concorrenza.

Proviamo a fare 2 conti: Trovaofferte alla mano, una famiglia tipo (3kW di potenza, 2.700 kWh/anno di consumo) in maggior tutela spende circa € 515/anno, mentre l’offerta in assoluto più vantaggiosa (in termini esclusivamente di prezzo) è di €458/anno e la media delle prime 4 offerte (ad esclusione della prima in assoluto) e di circa €477/anno. Si viaggia quindi su uno sconto compreso tra il 11% circa e il 7,5% circa su base annua.

Se aggiungiamo il canone, lo sconto % scende, su base annua, ad un range compreso tra il 9% ed il 6%….il che, anche se rappresenta lo stesso importo in termini assoluti, è certamente molto meno appetibile per il cliente finale. Si deve notare, inoltre, che la contrazione del range di sconto è, ovviamente, inversamente proporzionale al consumo del cliente.

Senza contare , poi, che il venditore dovrà organizzarsi non solo per fatturare il canone, ma per fatturarlo alle persone giuste e, per far ciò, oltre ad intervenire sui propri servizi di fatturazione, dovrà porre in essere delle attività finalizzare a incrociare i propri database con quelli di altri mille soggetti terzi (Anagrafe tributaria, AU, MiSE, Comuni, altri…per la lista completa cfr. art. 10 comma 4 dell’attuale testo) e queste attività, non so se è chiaro a chi lo ha previsto, costano tempo, fatica e, soprattutto, €uri. Allo stesso modo, anche tutte le attività finalizzate all’incasso del canone ed al suo successivo versamento a chi di dovere generano costi.

E’ evidente, allora, che se questi €uri spesi non verranno prontamente coperti in qualche modo (e  su questo punto, nel testo entrato in Senato, c’è un silenzio oltremodo assordante) il venditore, che non è una Onlus,  sarà costretto a tagliare qualcosa….tra cui, in ultimo, anche gli sconti proposti alla clientela, riducendo ancora di più le percentuali prima indicate e rendendo ancora meno attraente il passaggio al mercato retail.

Tutto questo, in definitiva, non fa che allontanare sempre di più il momento in cui saranno soddisfatti tutti i criteri previsti dall’attuale DDL per avviare la definitiva uscita dagli attuali meccanismi di tutela di prezzo, in aperta contraddizione con l’azione (appena ricordata) del Governo stesso.

Analizziamo infine un altro punto cruciale di quest’operazione: che succede se non si paga il canone in bolletta?

Beh….sostanzialmente non cambia nulla rispetto ad oggi!

L’attuale testo dell’art. 10 del DL Stabilità, infatti, prevede quanto segue

6. In caso di morosità e inadempimento del pagamento del canone, il gestore del servizio di fornitura di energia elettrica non è tenuto all’anticipazione del pagamento.

7. Resta ferma la disciplina vigente in materia di accertamento e riscossione coattiva e le disposizioni in materia di canone di abbonamento speciale per la detenzione fuori dall’ambito familiare

Quindi, il venditore nulla deve all’erario se il cliente non paga il canone addebitato in bollette, né altrettanto evidentemente può pensare di sospendere la fornitura per morosità. Al massimo, dovrà comunicare (con tempi e modi tutti da stabilire con apposito DM) i dati per effettuare il controllo sull’effettivo pagamento da parte del cliente finale EE che, dato che ha la corrente a casa, allora si presume abbia anche la TV.

I controlli e la riscossione coattiva, d’altra parte, andranno avanti con i metodi che già oggi previsti e che saranno, naturalmente, di competenza di soggetti diversi dal venditore (e ci mancherebbe altro!!!).

Tra l’altro, anche la sanzione prevista in caso di mancato pagamento del canone non viene modificata, come in un primo momento qualcuno aveva proposto (anche questa una vecchia arma della politica nostrana: mega iper multe che verranno comminate solo a pochissimi “sfigati”!)

Alla luce di ciò, mi chiedo…ma allora a che serve mettere in piedi tutto ‘sto casino, danneggiare pesantemente un settore e arrivare ad una bolletta che più che fatturare i consumi di energia elettrica sembra un mezzo per far pagare di tutto e di più  se poi alla fine non cambia sostanzialmente nulla?! E’ solo l’ennesima dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, di quanto il Principe di Salina avesse completamente ragione?

Se l’obiettivo era quello di dimezzare l’evasione dell’odiatissimo canone Rai (e se è odiatissimo un motivo ci sarà pure no…..?) non bastava riprendere in mano le regole sui controlli e sul rapporto Rai-Agenzia delle Entrate/Equitalia e dare un generale giro di vite, senza montare un nuovo caos normativo-procedurale coinvolgendo soggetti del tutto estranei al fatato mondo dello star sistem de’ no’ atri?!

Ah….ma forse in Rai erano troppo impegnati a studiare i prossimi programmi della Clerici o a definire l’allestimento del palco del prossimo Festival di Sanremo per pensare ai volgari €, così poco artistici…..meglio che ci pensi qualcun altro a queste robe, no?

quanto scritto rappresenta unicamente la posizione dell’autore

(Gare) Gas Wars: Episodio 3 La Vendetta dei TEE

Oggi un post veloce-veloce per celebrare degnamente la pubblicazione in gazzetta ufficiale del DM 20 maggio 2015 n. 106 che aggiunge un ulteriore tassello (certamente non l’ultimo) ad uno degli argomenti più caldi di questa torrida estate italiana!

Dove eravamo rimasti? Ah, già…. gli atleti sono ai blocchi di partenza….tutto lo stadio trattiene il fiato….lo starter sta per tirare il grilletto…BANG!!!!

Ma nessuno parte.

Gli spettatori si guardano intorno stupiti, così come i giudici. Ci si accorge che c’è qualcosa che non quadra in tutto ciò….qualcosa di sbagliato….ma cosa? Non riescono a capirlo, ma sanno che è così.

Aiutiamoli a vederci chiaro.

Innanzitutto, ancora nessuno degli atleti ha (ancora) ben chiaro quali sono le regole del gioco. E trovarsi alla momento culminante della propria carriera sportiva, proprio lì dove da bambino sognavi di essere, a fare ciò per cui ti sei preparato per anni e anni e non sapere se dovrai disputare i 100 metri piani o i 10.000 siepi è un problema di non secondaria importanza!

Ad esempio, uno dei  tanti dettagli (dove, come tutti sanno, al diavolo piace nascondersi) ancora da chiarire completamente (anche se – ahimè -si tratta più che semplici sospetti) potrebbe essere quello relativo agli investimenti in efficienza energetica da offrire in sede di gara.

Il nuovo articolo 8 comma 6 ed il suo degno compare, l’articolo 13 comma 1 lettera e), che trattano il tema sono piuttosto ambigui…dicono e non dicono, fanno intendere ma non del tutto….ma procediamo con calma.

Il meccanismo base dei TEE è noto e rimane sostanzialmente immutato: in sede di gara, insieme a sconti, canoni, piani di sviluppo e chi più ne ha più ne metta, si può fare anche una offerta su investimenti di efficienza energetica, idonei a generare TEE (addizionali rispetto agli obblighi già esistenti). Il valore dei TEE, adeguatamente valorizzato, è quindi anticipato annualmente (e proporzionalmente) agli Enti  concedenti e a fronte di ciò i titoli sono dell’operatore.

Inoltre, i nuovi articoli intervengono sulla questione del chi paga, precedentemente lasciata un po’ all’immaginazione dei lettori. La nuova versione del DM sul tema è molto più chiaro: il contributo tariffario riconosciuto è solo del 50%, una cifra molto Salomonica e democristiana, ma forse…chissà…dopo il 2016 si potrebbe arrivare al 100% nel caso ci siano n situazioni favorevoli, tra cui l’allineamento dei pianeti del sistema solare. Non è una soluzione che mi vede particolarmente favorevole (si tratta sempre di interventi che vanno a migliorare l’efficienza energetica del paese e che aiuterebbero ad addirittura superare gli obblighi esistenti e questo, dato l’attuale “semtiment” sui temi ambientali, non è male!), ma tant’è…..

Passiamo a vedere un po’ che succede al nostro distributore.

Nella gara che hai vinto hai offerto X TEE aggiuntivi e ogni anno, puntuale come un orologio svizzero (no, Novi), devi anticiparne il valore agli enti concedenti ma, a fronte di tali versamenti, i titoli sono di tua proprietà.

Bene, ora non ti resta che procurati i titoli necessari per dimostrare che sei stato ligio al dovere! Sostanzialmente, hai 2 alternative:

  1. Realizzi i progetti promessi, ma questa era facile;
  2. NOVITA ESTATE 2015! Qualora non hai modo per x motivi di fare gli investimenti promessi, puoi sempre comprare da terzi i certificati che ti servono. Pagando, naturalmente…ma in una normale economia di mercato non è mica una cosa così strana!

Tutto bene, direte voi…..E invece no!

Perché poi c’è un inghippo!

Il Dm infatti demanda al GSE (e chi altro, sennò?!) di predisporre le apposite procedure  “[…] operative per la valutazione, certificazione ed annullamento (parola chiave!) su base annuale dei risparmi associati agli interventi di efficienza energetica che possono essere utilizzati dal distributore d’ambito per l’assolvimento dell’obbligo assunto in sede di gara […]”.

Vediamo un po’ dove ci porta tutto ciò:

  • Nel caso realizzassi i progetti: 1) anticipo l’importo previsto per quell’anno agli enti concedenti; 2) realizzo il progetto e ne sostengo i costi;3) ottengo i TEE generati da quel progetto; 4) li porto dal GSE che deve verificare che abbia rispettato quanto offerto in gara; 5) Il GSE mi annulla i titoli; 6) prendo il contributo tariffario, ma solo al 50%!
  • Nel caso dovessi comprare i titoli: 1) anticipo l’importo previsto per quell’anno agli enti concedenti; 2) compro (e pago) i certificati verdi da un soggetto terzo;3) li porto dal GSE che deve verificare che abbia rispettato quanto offerto in gara; 4) Il GSE mi annulla i titoli; 5) prendo il contributo tariffario, ma solo al 50%!

Ergo, in entrambi i casi c’è qualcosa che non torna!

  • Nel primo caso, sostengo i costi del progetto, ma mi rientra solo il 50% del contributo tariffario
  • Nel secondo caso è come se pagassi i titoli 2 volte (e me li rimborsassero mezza)!

Questo perché, anche se i titoli sono di mia proprietà, io non posso venderli nel mercato perché il GSE, nel verificare che abbia rispettato l’obiettivo offerto in gara, me li annulla!

Evidentemente, la cosa ha (molto) poco senso ed è contraria, oltre che alla logica ed al buon senso, anche alle finalità dell’intera riforma del settore della distribuzione del gas in materia di efficienza energetica.

Che era di incentivarne gli investimenti e, quindi, migliorare l’ambiente, non uccidere di oneri gli operatori. Tra l’altro, senza uno scopo specifico!

Anche perché (e qui c’è l’assurdità definitiva) in questa situazione agli enti locali converrebbe che l’operatore fosse in perenne (e forte) ritardo nella realizzazione dei progetti! Infatti, in questo caso, l’operatore oltre all’anticipo deve pagare anche una penale (che resta all’Ente) e poi anche realizzare il progetto. D’altra parte, questa situazione non favorirebbe nemmeno i soggetti terzi, potenziali venditori di TEE: se la penale è sufficientemente bassa, conviene pagarla, non comprare TEE da terzi e realizzare più avanti il progetto!

Di conseguenza, il GSE, nello scrivere le sue procedure, dovrebbe cercare di far rivivere l’iniziale ardore della ratio di tutta la riforma, evidentemente oramai seppellita sotto le successive sovrastrutture che le sono state buttate addosso,  e risolvere, in via indiretta, tutti i grovigli creati dalle eccessive stratificazioni geologico-normative che si sono succedute negli anni.

(quanto scritto rappresenta esclusivamente il punto di vista dell’autore)

DdL Concorrenza (Energia): L’Eterno Ritorno dell’Uguale…Ancora?!

nico

I 3 articolo del Ddl Concorrenza sul tema energia (escludiamo la distribuzione carburanti) mi hanno fatto venire in mente una roba che, come hai fatto tu, tantissimi ragazzi studiano negli anni beati del liceo, dove, tra una cosa e l’altra, un professore di filosofia e storia (io me li immagino sempre un po’ ex-sessantottini e un po’ – giusto un filo, non troppo – delusi da come poi sono andate le cose) ti parlava di questo filosofo tedesco dal nome impronunciabile, tale Nietzsche, che tra le altre idee ne aveva una piuttosto interessante: quella dell’eterno ritorno.

In base a questa idea, grosso modo, l’esistenza è un un ripetersi eterno di fatti e situazioni già accadute e ciò è accettato, sopportato e addirittura voluto dal super uomo (che dice eternamente si a tutte le cose…..ce la ricordiamo la lezione o quel giorno eravamo un po’ distratti, magari dalla compagna di classe carina del terzo banco?!Si, si….la bionda…no, non la bruna….quella era seduta al quinto e ti stava pure antipatica, che non passava mai).

Ma perché questa introduzione finto-colto-chic (e pure un po’ troppo lunga)?! Perché i 3 articoli sembrano dimostrare perfettamente il concetto appena espresso: tutto si ripete, eternamente, e per giunta nemmeno per caso, ma perché qualcuno lo ha voluto, lo vuole e lo vorrà sempre.

Ma cos’è che questo signor qualcuno vuole?! Evidentemente fare annunci roboanti (abbiamo abolito la tutela, detto con voce trionfale e a reti unite) senza voler apertamente scontentare nessuno.

Mentre gli art. 19 e 20 superano gli attuali meccanismi di tutela (dal 2018, e ci sta…..eccome se ci sta…anche se 3 anni è un tempo più che sufficiente per “svuotare” il mercato tutelato ) e permettono, quindi, annunci urbi et orbi, ecco che l’art. 21 zitto-zitto, come un novello ponzio pilato, sposta su altri tavoli – molto meno mediatici e telegenici, ovviamente – la responsabilità di attuare nei fatti questo passaggio storico.

Si perpetua (in un eterno ritorno, appunto) il famigeratissimo rimando a decreti vari ed eventuali (conditi, ma non può essere altrimenti, dai soliti “sentito tizio….interpellato caio……in concerto con sempronio”) per dare sostanza ai sogni. Il punto essendo: il parlamento indica grosso modo la via, ma poi andatevi un po’ a scornare altrove che a noi i tecnicismi non interessano nemmeno un po’ e non vogliamo apertamente scontentare o favorire qualcuno rispetto a qualcun’altro.

E quindi, per l’ennesima volta, sarà un DM a dover chiarire tutti i punti necessari per superare lo status quo. E, si badi bene, non DM qualsiasi, ma un DM dove la M evidentemente sta per Minestrone visto che dentro c’è di tutto: brand unbundling, morosità, procedure di switching, e ovviamente monitoraggio prezzi prima e dopo e garanzia di piena informazione della clientela.

Ho il sospetto, però, che la vera partita si giocherà su una frase che passa decisamente in sordina e che sembra buttata lì quasi per caso o tanto per raccordare qualche periodo: “ulteriori misure volte a facilitare la mobilità dei clienti” (che non sembrerebbero essere quelle per il miglioramento del processo di switching o di fatturazione, che vengono indicate successivamente). Non saranno, mi domando, quelle misure (tutt’altro che “altre”) finalizzate a stabilire che fine faranno i clienti attualmente serviti in regime di (maggior) tutela?! Anche qui, se confermato, si dovrebbe parlare di eterno ritorno…in questo caso del nascondere il busillis tra le pieghe normative.

Per fortuna, si tratta di un Ddl e quindi c’è tempo per qualche correzione volta a specificare e chiarire un po’ meglio le questioni, fissare alcuni punti fermi, tracciare direzioni chiare e precise per le azioni susseguenti ecc.

In altre parole, c’è ampio spazio per interrompere questo eterno ritorno che – non essendo noi superuomini – oramai ci è difficile accettare o (ancora meno) volere.

(quanto scritto rappresenta esclusivamente il punto di vista dell’autore).