Brevi considerazioni sull’abbandono del teleselling da parte di Enel.

Dal 1° giugno Enel Energia non utilizzerà più il canale teleselling in outsourcing per acquisire nuovi clienti.

Ora, al di là di come è stata venduta mediaticamente l’operazione, la cosa deve far riflettere su quali siano gli effettivi trend del settore e dove, nella sua catena del valore, questo si nasconda oggi, all’alba del superamento (forse!) della tutela.

Considerato che Enel ancora non è diventata una Onlus (almeno così mi pare!) e che, grazie alla sua dimensione, ha accesso ad una enorme mole di dati che – evidentemente – è in grado di analizzare per estrapolarne indicazioni di business, è abbastanza chiaro che la scelta è frutto di attente analisi costi-benefici e di scenario, entrambe data-driven e non basate su “sensazioni”, dalle quali è facile intuire che deve essere emerso chiaramente che i benefici (leggasi numero nuovi contratti generati da tale canale) sono inferiori rispetto ai costi, materiali (costo del service) e soprattutto immateriali (danni reputazionali gravi derivanti da comportamenti scorretti dell’outsourcer, non coperti dalle penalità contrattualmente previste in questi casi). Senza contare le multe comminate dalle Autorità, ad esempio l’AGCM.

A fianco di tali analisi, se ne saranno svolte altre per valutare l’esistenza e la convenienza di impieghi alternativi delle risorse oggi allocate su tale canale, da cui sarà evidentemente emersa la convenienza economica (include anche quella reputazionale, la cui finalità – in una società commerciale – è comunque quella di portare maggiori margini) a puntare su altri strumenti meno “pushing” verso il possibile cliente (che così tende a ritrarsi e ad essere diffidente) e più finalizzati a creare occasioni e condizioni tali da incentivare quest’ultimo ad entrare – lui per primo (o almeno così lui pensa…modello “Inception”!) – in contatto con la società di sua spontanea volontà o comunque senza pressioni dirette (o meglio, senza che se ne accorga).

Inoltre, un altro elemento che deve essere emerso dalle analisi condotte (ma questa non credo sia in alcun modo una rivelazione shockante) è che nel nuovo mondo dell’energia post tutela che si sta andando a delineare è strategico avere il controllo diretto dei canali di contatto con la potenziale clientela.

Sarà interessante ora vedere in che modo dalle dichiarazioni si passerà ai fatti e quali saranno gli effetti nel medio termine di questi ultimi. E se questa netta scelta di campo spingerà anche altri attori del settore (e di quelli con cui ci sono delle affinità elettive, come la telefonia) verso tale direzione.

Oneri Generali di Sistema EE, Diamo i Numeri

Bene, nella precedente puntata (che potete leggere qui) abbiamo scandagliato le origini degli oneri generali di sistema, quasi travalicando nel Mito e scoprendo i principali retroscena che hanno portato alla loro attuale struttura.

E’ quindi ora di passare oltre e dare qualche numero. 

Per iniziare, è sempre cosa buona e giusta dare un occhio agli euri così da capire di cosa stiamo parlando. Di seguito il dettaglio del gettito per singolo componente degli ultimi 5 anni:

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per il passato i dati non sono di agevole reperimento e, comunque, gli ammontari in gioco non erano altissimi (ad esempio, nel 2008 il gettito della A3 – di gran lunga la componente predominante – era circa € 3 mld, mentre nel 2009 è passato ad € 3, 678 mld).

Le cifre sono oggettivamente imponenti e ad oggi tutti i segnali indicano che nel medio termine sono destinate a restarlo. Questo concetto è valido anche se esprimiamo i dati in prezzi costanti (con i prezzi 2010 = 100):

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Visti gli euri, è certamente di grande interesse vedere i trend in modo poter avere una impressione immediata dell’evoluzione subita dagli oneri di sistema nel quinquennio considerato.

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Com’è facile vedere, c’è stato un balzo felino in avanti da parte un po’ di tutti gli oneri generali “di peso” e, soprattutto, del incontrastato campione dei pesi massimi: la A3 (talmente sproporzionata rispetto alle altre componenti che è nel grafico precedente è stato necessario spostarne la scala sull’asse destro), che nel periodo d’oro delle rinnovabili – triennio 201172013 – è cresciuta in media di € 2,7 mld/anno (e di circa € 3,9 mld tra il 2011 ed il 2012, soprattutto a causa dei generosi contributi garantiti al fotovoltaico dai vari conti energia che si succedevano in quegli anni).

Infine, è opportuno – anche se scontato – dare un’occhiata al mix annuo del gettito:

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Nessuna sorpresa direi!

Dopo aver visto i numeri in ottica di sistema, mi sembra giusto mettersi nei panni del povero cliente finale e cercare di capire quale sia l’impatto degli oneri sulle sue bollette, dato che gira che ti rigira chi deve poi effettivamente pagarli è lui.

Per far questo, diamo un occhiata alle seguenti tabelle che riportano il costo totale per kWh espresso in €c/kWh e l’ammontare, sempre in €c/kWh, degli oneri generali sostenuti dal cosiddetto cliente tipo, ovvero della famiglia Rossi che a casa propria ha 3 kW di potenza impegnata e 2.700 kWh di consumo annuo.

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Com’è facilmente visibile, nel periodo considerato tranne pochissime eccezioni (che vediamo fra un attimo) la linea dell’andamento anno su anno degli oneri generali è sempre posizionata “sopra” rispetto a quella relativa al costo totale del kWh, soprattutto nel triennio precedentemente ricordato 2011/2013. In altre parole, gli oneri generali hanno avuto un ruolo primario nell’aumento della bolletta del nostro povero cliente tipo in nel periodo considerato.

Però…aspetta un po’….negli ultimi trimestri sembra che qualcosa sia cambiata! Che magia è mai questa?!

Ebbene, è l’effetto della riforma delle modalità di addebito degli oneri generali di sistema ai clienti domestici (come la nostra cara famigliola Rossi) e, in particolare, del suo secondo stadio partito proprio il 1°gennaio 2017 (modello fuoco artificiale di capodanno!) e declinata in dettaglio nella delibera 782/2016/R/eel.

Questo effetto, ovviamente, non deve farci gridare al miracolo, né deve portarci ad attribuire poteri taumaturgici a detta riforma: si tratta, infatti, di un diverso modo di redistribuire un totale che, comunque, rimane scolpito nella roccia. 

Se al posto della nostra simpatica famiglia Rossi, che consuma ben 2.700 kWh all’anno, avessimo preso il single di ferro Marco Bianchi (detto anche lo scapolo d’oro), simpatico lavoratore fuorisede per una primaria società di consulenza strategica – tra l’altro strapagato –  che è sempre in giro per vernissage ed eventi montani vari e, quindi, non consuma nemmeno un kWh (vabbeh, facciamo che ne consumi 500, dai) nella casa dove abita in affitto e in cui non è residente, avremmo avuto un effetto contrario, dato che con la redistribuzione effettuata con la riforma elimina (in più step) i sussidi perversi che esistevano a favore di chi consumava poco e che venivano pagati da chi consumava molto. Evidentemente, una ideologia appartenente ad un passato in cui, per ragioni economiche (costo materie prime ai tempi degli shock), ambientali (beh, non è che si producesse energia elettrica bruciando Chanel N.5 negli anni 80/90…) e sociali (l’arricchito post boom consuma a manetta, il povero no), consumare = male assoluto. Ora quei tempi sono definitivamente passati e consumare molta energia elettrica non è e non deve più essere considerato un peccato.

Quanto appena detto può essere meglio compreso guardando i freddi numeri:

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Come è possibile vedere, a parità di consumi tra 2016 e 2017 mentre per la nostra famiglia Rossi la spesa per gli oneri generali è diminuita (da € 125,1 a  € 102,44), così come il loro peso sul totale (da 29% al 24%), lo stesso non può dirsi per l’amico Bianchi che, proprio mentre festeggiava l’arrivo del 2017, vedeva la sua spesa per oneri generali schizzare alle stelle esattamente come il tappo del Kristal che stava sciabolando per l’occasione, con un balzo da € 41,41 annue (peso sul totale: 20%) alla cifra monstre di € 148,55 (peso sul totale: 48%), grazie all’introduzione di una quota fissa (per POD) pari a ben € 135.

Direi che sul fronte quantitativo possiamo dirci soddisfatti

Nella prossima ed ultima puntata andremo quindi a vedere qual è l’architettura di sistema pensata per la raccolta delle somme derivanti dall’applicazione delle componenti A e UC a copertura degli oneri di sistema, la loro gestione ed, infine, l’erogazione agli aventi diritto.

Oneri Generali di Sistema EE, l’origine della specie

 

Dato che quello degli oneri generali di sistema è uno dei temi caldi di questo primo trimestre 2017, anche e soprattutto per le note vicende giuridiche, è quantomai opportuno fare un po’ il punto della situazione e cercare di capire cosa sono, da dove vengono e verso dove vanno.

Di conseguenza, nelle prossime righe e pagine, per prima cosa, individueremo il perché della loro esistenza, quindi ripercorreremo quella che è la loro storia, a volte poco conosciuta e sempre molto articolata e complessa, per poi cercare di capire come funziona oggi il loro meccanismo e di quanti euri stiamo parlando. Infine, tenteremo una analisi della situazione attuale, cercando di individuare i possibili rischi e soluzioni.

Orsù, andiamo a cominciare!

Perché gli oneri di sistema?!

Come tutte le domande esistenziali, il motivo ultimo del perché qualcosa esista in certa data forma è sostanzialmente insondabile. Questo concetto può applicarsi anche agli oneri di sistema, che avrebbero potuto benissimo assumere una forma diversa, ad esempio (come frequentemente proposto) sotto forma di fiscalità generale.

Comunque sia, l’evoluzione è andata diversamente e, almeno inizialmente, si è preferito forse utilizzare un criterio di (vaga) inerenza tra costi da coprire e fonti di copertura, visto che – come vedremo in seguito – è innegabile una certa affinità di questi costi con il sistema elettrico e con la sua evoluzione.

Inoltre, probabilmente anche il fatto che inizialmente non è che erano questa cifra stratosferica ha giocato un ruolo nel propendere per metterli da una parte (bollette) e non altrove: d’altronde, spulciando nelle relazioni annuali dell’Autorità apprendiamo che nel 2001 – sono passati solo 15 anni e pochi mesi, ma per il sistema elettrico sembra passata un’era geologica! – gli oneri pesavano in bolletta un incredibile 3,3% (dato ovviamente indicativo, vista l’evoluzione successiva del sistema e delle aggregazioni di costo considerate in bolletta) e nel 2003 questi erano aumentati in maniera iperbolica, portandosi a ben 8,1%. Oggi solo al 20,36%.

E così gli oneri sono finiti in bolletta e ci sono rimasti fino ad oggi (ed anche domani) dove sono applicati come maggiorazione della tariffa di distribuzione (ma questa è un’altra storica, su cui torneremo in seguito. 

Le Origini (del mito)

Ma da dove arrivano questi oneri di sistema che, sin dalla loro introduzione, hanno generato non pochi malumori?

La loro nascita è da attribuire al celeberrimo Dlgs 79/99 (il c.d. Decreto Bersani, quando ancora non smacchiava giaguari!) ed al suo art.3 comma 11. Si trattava però solo di un primo abbozzo, in cui si definivano ruoli e criteri generali(ssimi) da sviluppare in un apposito Decreto Ministeriale. Che arrivò, un po’ oltre i 180 giorni previsti (ma questo è un classico italiano!), i primi di febbraio del 2000 nella forma del DM 26 gennaio 2000 e smi, che conteneva le antenate delle attuali componenti. In particolare:

  •  A2  a copertura degli oneri nucleari, che con l’andare del tempo è stata più volte rimaneggiata e anche “saccheggiata” dalle voraci fauci statali, ad esempio nel 2005 e nel 2006 con le relative finanziarie;
  • A4 a copertura delle agevolazione tariffaria ferrovie e – originariamente- alla produzione di alluminio. Successivamente, l’agevolazione si ampliò anche ad altre industrie energivore (lavorazione/produzione piombo, zinco ecc) localizzate in Sardegna per poi  essere eliminata con definitivamente col la legge 9/99 – legge sviluppo);
  •  A5  a copertura dei costi relativi alla ricerca di sistema.

Oltre a queste simpatiche vegliarde, c’erano anche dei veri e propri dinosauri, elementi di un ‘altra epoca che piano piano di sono estinti. In particolare:

  • La fu A6, a copertura degli stranded cost derivanti, inizialmente, dagli effetti della   liberalizzazione del settore elettrico sull’ex-monopolista e sulle imprese produttrici e, in seguito, anche dall’affaire del GNL Nigeriano (in poche parole, Enel importava questo gas, solo che in Italia allora non c’erano rigassificatori e, quindi, ci si avvaleva dei cugini transalpini di GdF che, ovviamente, si facevano pagare bene. A valle della liberalizzazione e fino alla conclusione del contratto questi costi erano coperti tramite questa componente).
  • la fu A7, che serviva ad estrarre dai gestori di impianti idroelettrici la mitica “rendita idroelettica” generata dal nuovo assetto di mercato (post decreto bersani infatti questa energia era valorizzata come quella generata da fonte termoelettrica, con un notevole aumento rispetto al passato quanto non era riconosciuto l’ “onere termico).  2000)

La materia fu poi riordinata – per alcune questioni relative alla quantificazione degli oneri coperti dalla A6 e dalla A7, eliminata,- dal DL 18 febbraio 2003, n.25 come convertito con legge 17 aprile 2003, n. 83.

Sempre nel 2003, con la legge 24 dicembre 2003, n. 368 veniva poi introdotta la componente MCT a copertura delle misure di compensazione territoriale a favore dei siti che ospitano centrali nucleari e impianti del ciclo del combustibile nucleare (e teoricamente in futuro al sito che ospiterà il fantomatico deposito nazionale, una infrastruttura fatta della stessa materia di cui sono fatti i sogni).

Più recenti, invece, sono gli oneri generale a copertura dei costi legati al doveroso Bonus Sociale (As) e quello, su cui si è da poco giunti ad una quadra, a copertura delle agevolazioni alle imprese manifatturiere con elevati consumi di energia elettrica (a.k.a. energivori) (Ae). Difatti, il primo nasce nel 2007 grazie al DM MiSE 28 dicembre 2007, mentre il secondo nel 2012 con il DL 22 giugno 2012, n. 83 (legge di conversione 134/2012).

Ho volutamente lasciato per ultima la principessa, la star degli oneri generali: quella A3 che in pochi anni è salita alla ribalta monopolizzando la scena come una vera e propria rockstar anni ’80!

Sin dall’inizio si capiva che era una predestinata alla gloria, data la “nobiltà” della sua schiatta, che si vanta di discendere direttamente dal celeberrimo provvedimento CIP 6/92 con cui, a valle della legge 9 gennaio 1991, n. 9,  si era iniziato fattivamente ad incentivare la produzione di energia da fonti rinnovabili. Si tratta però di una mezza verità, dato che il conto “contributo energia da fonti rinnovabili ed assimilate” originariamente era stato istituito dal provvedimento CIP 15/89, che però non ha avuto grande fortuna. Non ancora adolescente, poi, subì il trauma della riforma complessiva del sistema elettrico nazionale ex dlgs 79/99, quando il compito di ritirare  l’energia allora incentivata (quella da impianti ex CIP 6/92) e per la quale copriva l’onere di detta incentivazione, passò dall’Enel+imprese distributrici a quel Gestore di Rete da cui nacque in seguito l’attuale GSE. Nel frattempo, gli oneri che andava a coprire pian piano si allargavano con l’entrata in vigore dei vari conti energia e delle varie evoluzioni normative/regolatorie dei meccanismi a sostegno della produzione da fonti rinnovabili, solare e non (ad esempio, le tariffe fisse omnicomprensive o lo scambio sul posto), ma lo schema è rimasto sempre più o meno lo stesso: l’Autorità individua i meccanismi per la copertura dell’incentivazione a carico della A3, i clienti finali la pagano, i venditori la trasferiscono ad distributori che, infine, la versano per la stragrande maggioranza al GSE che provvede ad erogare gli incentivi.

Oltre agli oneri generali appena citati, esistono (e sono ad oggi pagati in bolletta) anche delle c.d. “ulteriori componenti“, le UC, che si differenziano dai primi in primis per la loro “fonte” di leggittimazione e in secundis per la loro funzione che, a differenza dei primi, è tutta interna al sistema elettrico. Oggi questi sono essenzialmente 4: (i) il preistorico UC4, a copertura delle integrazioni tariffarie per le imprese elettriche minori (originariamente 12 e operanti sulle isole minori italiane, come capri, favignana e l’isola del giglio. Dal 2009 il perimetro si è allargato anche ai distributori <5.000 pod), è decisamente preistorica, dato che la sua introduzione risale addirittura al 1974, grazie al provvedimento CIP 34/74 (pensate, è così antico che non ne ho trovata una copia elettronica….quindi niente link!); (ii) il più recente UC7, a copertura degli oneri generati dalla promozione dell’efficienza energetica negli usi finali, introdotto dall’Autorità nel 2004 a seguito del decreto 20 luglio 2004 e infine (iii) l’UC3 e (iv) UC6, rispettivamente a copertura di meccanismi perequazione e di regolazione incentivante della qualità del servizio, entrambi di natura, ed origine, puramente regolatoria.

Una volta esistevano anche l’UC1, a copertura degli squilibri della perequazione dei costi di approvvigionamento dell’energia elettrica destinata al mercato vincolato, eliminata a valle momento di transizione dalla vecchia organizzazione di mercato, con distribuzione e vendita insieme, a quello attuale; la UC2, a copertura dell’ulteriore componente di ricavo riconosciuta all’energia elettrica prodotta dalle imprese produttrici-distributrici per i clienti del mercato vincolato, di cui all’art. 6 della deliberazione dell’Autorita’ 29 dicembre 1999, n. 205/1999  e la UC5 a copertura del meccanismo di perequazione delle perdite di rete).

L’ammontare di tutte queste componenti è aggiornato trimestralmente dall’Autorità sulla base degli indirizzi generali previsti dalla normativa appena ricordata.

Tutela SIMILE, il punto della situazione 

Fra non molto, anche se a noi comuni mortali non è ancora dato sapere quando e soprattutto come, i clienti domestici e non domestici (altri usi/piccole imprese) connessi in BT si troveranno di fronte alla necessità di abbandonare la rassicurante baia della maggior tutela, dove le condizioni economiche sono definite periodicamente dall’Autorità, per intraprendere il viaggio che li porterà,  non senza peripezie,  o nella terra incognita che si estende oltre la maggior tutela (quella indicata nelle carte antiche con la dizione “hic sunt leones”!) o nel vasto mare del mercato libero che, come l’oceano, può essere fantastico e terribile allo stesso tempo e, quindi, per solcare in sicurezza le sue acque bisogna essere lupi di mare navigati.

Nel corso di tale viaggio il nostro cliente finale-Eroe, come ogni protagonista di cartoni animati Disney/Pixar che si rispetti, crescerà e maturerà (almeno nelle intenzioni!) fino ad acquisire tutte le competenze tecniche ed intellettuali necessarie per poter affrontare con successo l’Antagonista, qui impersonato dalle pratiche non sempre cristalline poste in essere da alcuni soggetti operanti nel mercato dell’energia.

Ma il nostro eroe, come tutti sanno, non può intraprendere questo viaggio iniziatico da solo! Solitamente, ad un certo punto ed in condizioni particolari, entra in scena l’Aiutante.

Nel nostro caso specifico, quest’ultimo assume le fattezze della Tutela SIMILE.

Come (non!) tutti sanno, infatti, dal 1° gennaio di quest’anno l’eroico cliente finale può sottoscrivere un contratto di cosiddetta tutela simile (solo per la genialità dell’acronimo ne varrebbe la pena!), il cui fine è quello di insegnare al cliente tutto ciò che ancora non sa/non sa fare e che gli sarà necessario, un domani, per solcare in scioltezza il mare magnum del mercato libero. Un po’ come fa Maui, il simpatico semidio Hawaiiano, con Moana Waialiki nel suo viaggio/missione nell’oceano pacifico nel recente film Disney Moana (In Italia Oceania, per evitare fraintendimenti tra gli aspiranti spettatori meno giovani).

Fin qui, tutto bene.

All’atto pratico, però, questo strumento/aiutante non si sta (per ora) dimostrando all’altezza delle aspettative. Com’è possibile vedere dalla tabella seguente, ad oggi i contratti sottoscritti/prenotati sono stati veramente pochini, pari al miserrimo 0,013% dei contratti a disposizione (dati al 14.02.2017):

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Nella seguente immagine, invece, è possibile avere un idea del traffico generato dal  portale portaletutelasimile.it. In particolare, dal 1° gennaio scorso lo hanno visitato circa 45.000 navigatori, circa 1.200/giorno. Non tantissimi. E, cosa più importante, in media il navigatore resta sulla pagina circa 5 minuti: non molti considerando il tempo necessario per registrarsi ed effettuare la prenotazione e possibile segno di un atteggiamento del tipo “uhhh è troppo difficile/lungo/ecc…non c’ho voglia”. Considerando i contratti stipulati/prenotati, potremmo dire, forse impropriamente, che la redemption si attesta intorno al 3%. 

(NOTA BENE: si tratta di dati stimati al 9.02.2017 dai vari servizi di monitoraggio siti web disponibili in rete. Niente di ufficiale e 101% preciso/accurato. Servono solo a dare una idea)

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E’ un vero e proprio peccato, perché i venditori in generale sembrano crederci, specie quelli puri/nuovi entranti che hanno proposto i classici “sconti irripetibili”. Da un rapido conto, infatti, è possibile stimare in circa € 400 mln (media ponderata sul numero dei clienti domestici e non domestici degli sconti totali offerti nell’ipotesi di adesione di soli clienti domestici, pari a € 400 mln, e degli sconti totali offerti nell’ipotesi di adesione di soli clienti non domestici, pari € 600 mln) le risorse investite dagli operatori su questo progetto, a fronte di ben 7,8 mln di contratti disponibili per gli utenti domestici + non domestici.  Considerando che i clienti finali domestici+non domestici in maggior tutela sono circa 23 mln, i contratti offerti coprono potenzialmente circa il 34% del mercato. Niente male!

 (fonte: dati  al 2015 reperiti dalla relazione annuale AEEGSI. Totale, circa 23 mln di cui 20 domestici e circa 3 non domestici…ecco spiegati il dubbio di cui sopra: in questo caso i contratti disponibili sono il doppio degli potenziali clienti.).

Magari tale indicatore non è al 100% corretto, dato che si tratta di minori ricavi derivanti da contratti che non è detto si sarebbero chiusi sul mercato libero e, soprattutto,“a prezzo intero”, ma è comunque utile per valutare l’impegno profuso dagli operatori.

I motivi che fino a qui hanno tarpato le ali alla nostra tutela simile sono vari e variegati. Vediamone i principali:

  • Atavica diffidenza del cliente finale verso le novità: mi è capitato spesso di parlare della questione con soggetti che possono essere definiti senza dubbio “clienti informati” che, anche di fronte agli allettanti sconti proposti, non ritenevano conveniente abbandonare la tutela “per evitare problemi“, sostanzialmente di switch o  di doppia fatturazione. Legato a questo aspetto ce n’è poi un’altro molto interessante, che emerge sia parlando con i potenziali clienti, che analizzando i dati:in molti casi, anche dedicendo di aderire alla tutela simile di propria spontanea volontà, il cliente sceglie operatori con nomi noti (non esclusivamente come operatori del settore elettrico, ma in generale), anche a fronte di sconti sensibilmente minori. Il ché, in una situazione dove il contratto è blindato, le condizioni economiche le medesime per tutti e l’unica leva attivabile è l’entità del bonus, la dice lunghissima sulla loro  richiesta di sicurezza/certezza di fronte ad un mercato percepito poco chiaro/ostile (infatti la risposta sul perché hanno scelto un operatore X invece che Y rinunciando così a mille mila euri di bonus è sempre del tipo “eh, ma X è famosa/di grande dimensione, non avrò problemi/fatturazioni errate ecc.)
    • In questo caso, nell’immediato c’è poco da fare. Nel medio termine, però, è necessario rinforzare ed efficientare la catena informativa del settore e le relative procedure, in modo da assicurare al cliente, anche al più timoroso, quella “sicurezza” che oggi sembra mancare.
  • Oggettiva difficoltà/complessità della procedura e sua “lungaggine”: Sottoscrivere tale contratto non è facile e ciò è frutto in parte del design della procedura ed in parte delle procedure informatiche degli operatori. Il meccanismo della prenotazione e dell’accesso alla pagina “segreta” (talmente segreta che nemmeno google la indicizza, e scusate se è poco di questi tempi!), con tutti i suoi codici e codicilli non è il massimo della fluidità, e neanche la fase operativa di sottoscrizione del contratto di tutela simile con il fornitore prescelto è proprio una passeggiata, anche a causa di  qualche intoppo informatico.
    • Qui alcune contromisure, in parte, sono già state adottate, dato che recentemente c’è stata la riapertura dei termini per l’accreditamento dei facilitatori, ovvero di quei soggetti deputati a facilitare (nomen omen!) la sottoscrizione del contratto da parte del cliente finale. Anche da parte dei venditori ci sono stati miglioramenti, com’è normale che sia a valle della fase di rodaggio.

L’ultimo motivo che vorrei indicare è, secondo me, il più importante: la pubblicità, a.k.a.l’anima del commercio.

Ora, è impossibile vendere un prodotto – anche il migliore di questo mondo, quello che chiunque sognerebbe di possedere – senza che lo si faccia conoscere ai potenziali acquirenti.Quindi, com’è pensabile vendere un prodotto non proprio “eccitante” come l’energia elettrica, per di più nella sua versione “no frills” (ergo, nessun servizio supplementare, solo puri e semplici elettroni), utilizzando uno sconto come unica leva competitiva senza farlo sapere in giro?! Semplice: non è pensabile e infatti non si vende!

Si potrebbe controbattere ricordando che i venditori dovevano e dovranno inserire delle comunicazioni in bolletta…..ma veramente possiamo considerare la bolletta un medium pubblicitario efficace?! Magari va bene per le comunicazioni tecniche/operative relative alla gestione del contratto, ma da qui a dire che abbia la stessa abbia la stessa efficacia di un cartellone 50mt X 50mt nella principale via della città, ce ne passa! No, spiacente, la comunicazione in bolletta è doverosa, ma del tutto insufficiente.

Allo stesso modo, è difficile considerare il portaletutela un mezzo efficace per portare a conoscenza dei clienti potenzialmente interessati questa opportunità: ci vi accede lo fa esclusivamente perché già è a conosce della tutela simile. A tale conclusione ci si arriva guardando i dati relativi agli accessi al sito, dati quali emerge chiaramente che la quasi totalità (circa 95%) di questi avviene tramite ricerca su Google della parola chiave “tutela simile”. Quindi, non ci siamo: il portale è proprio l’oggetto da far conoscere, non il mezzo.

Stesso discorso vale per lo sportello per il consumatore (sito e numero verde): se non ho idea che esista una cosa chiamata maggior tutela, perché dovrei chiamare lo sportello per avere informazioni in merito?

Arriviamo quindi al tasto più dolente in assoluto: la mancanza pressoché totale di pubblicità tramite i canali classici e più efficaci: radio, televisione e social network, magari customizzando il messaggio veicolato tramite ciascun canale in base al fruitore tipo dello stesso, così da massimizzare le probabilità di intercettare soggetti potenzialmente interessati e, con essa, il valore ottenuto dalla spesa sostenuta.  Ho provato a cercare, giuro, ma non ho trovato nulla se non il video istituzionale di presentazione della tutela simile sul sito dell’ansa, il cui link è presente anche sul sito dell’Autorità, e qualche altro video realizzato da altri stakeholder. Poco, decisamente troppo poco per spingere per coinvolgere una buona fetta del mercato, cosa pure possibile dato che è innegabile che di offerte allettanti ce ne siano a sufficienza.

Per la pubblicità, però, ad oggi c’è una sola soluzione: dovrebbe essere l’Autorità a farsene carico, predisponendo un piano comunicativo di profilo puramente istituzionale adeguatamente distribuito nello spazio (fisico e virtuale)/tempo, eventualmente adattato ai vari canali attraverso i quali lo si veicola,  con cui far conoscere al mercato questa ulteriore possibilità. Difatti, anche qualora possibile, perché mai i venditori dovrebbero investire in comunicazione e marketing per spingere la tutela simile (su cui, comunque, già hanno investito)? Per loro è evidentemente più logico spingere le proprie offerte sul mercato libero, dove la durata del contratto è generalmente maggiore rispetto ai 12 mesi della tutela simile, se non a tempo indeterminato.

Non mi resta altro da aggiungere se non augurarvi una buona navigazione!

DDL Concorrenza, Superamento Tutela e Aste: un Mix Esplosivo

Nel mondo dell’energia italiana, e più precisamente nella regione del mercato retail, siamo oramai giunti di fronte al fatidico Rubicone e oramai è solo questione di tempo prima di sentire il fatidico “alea iacta est.

E per fortuna, aggiungerei! L’ora di fare questo passo era giunta già da un po’, ma per varie e variegate ragioni si è sempre traccheggiato. Ma il momento fatidico infine è giunto.

E però, tra i centurioni, ancora si annidano dubbi e incertezze. Non tanto sul se, ma sul come.

Ecco, noi nelle prossime righe ci concentreremo proprio su come fare a guadare l’insidioso fiume che, nel settore energetico, separa i regimi di tutela e il mercato (completamente) libero.

Sappiamo bene che il mezzo “tecnico” che il cantiere parlamentare sta approntando per questa impresa è il celeberrimo DDL concorrenza. Ma, come detto, tra le maestranze serpeggia ancora qualche dubbio sulla forma definitiva che questo mezzo dovrà assumere. Quello principale è legato al meccanismo da utilizzare, all’atto pratico, per superare le attuali tutele di prezzo sulle forniture di energia elettrica e gas.

Come noto, il mezzo in costruzione è, per così dire, a 2 stadi (tipo razzo spaziale!). Il primo,  oramai quasi completato, serve a creare le precondizioni per il guado, mentre il secondo, i cui progetti sono ancora trop secret, permette di passare fisicamente al di là del fiume.

Vediamo i dettagli – noto – di questi 2 stadi.

Il primo stadio prevede innanzitutto la messa a disposizione di ulteriori strumenti al cliente così da permettergli di individuare facilmente l’offerta che più fa al caso suo: sarà predisposto infatti un portale che raccoglierà le informazioni relative alle varie offerte degli operatori (con particolare enfasi su quelle per utenti domestici o per piccole imprese connesse in bt) e le metterà a disposizione di chi sarà interessato (le informazioni saranno in formato open data). Ciò incrementerà anche la qualità delle comparazioni tra offerte dai molti siti che offrono questo servizio, con grande beneficio del cliente finale.

A ciò si uniscono altri importanti provvedimenti a favore del cliente, come:

  • Obbligo per i venditori di predisporre almeno 2 offerte, una a prezzo fisso e una a prezzo variabile, per gli utenti domestici e non che dovranno rispettare precise condizioni di contenuto, confrontabilità ed omogeneità che verranno fissate dell’AEEGSI
  • Predisposizione, sempre da parte dell’AEEGSI, di linee guida per disciplinare, in termini di contenuto, confrontabilità e pubblicità, le offerte a gruppi di acquisto.

Il piano è chiaro: si rafforzano le “regole di ingaggio” e di “disingaggio” tra le parti e si lascia che queste si confrontino in modo da trovare di volta in volta il punto di equilibrio reciprocamente soddisfacente in termini di prezzo/livello di servizio aggiuntivo.

In una parola: mercato.

Dato però che sempre di “prima volta” si tratta, vengono individuati dei prerequisiti, per una volta decisamente oggettivi, che devono essere rispettati affinché il guado del fatal fiume possa avere luce verde.  Se non ci sono, si aspetta ancora un po’ (6 mesi) e poi si riprova (sperando comunque che non si arrivi ad una sorta di giorno della marmotta in salsa energetica).

I prerequisiti, la cui sussistenza sarà verificata dall’AEEGSI tramite relazione al ministero dello sviluppo economico, sono

  • Operatività del portale informativo di cui abbiamo parlato in precedenza;
  • R rispetto (si, ma in che misura…..? Nel 100% dei casi… Nell’85%? Si vedrà) delle 3 settimane per lo switching (cambio di fornitore);
  • Rispetto delle tempistiche (stessa considerazione di prima) di fatturazione (conguaglio  definitivo a  seguito  di  un  eventuale  cambiamento  del  fornitore  dopo  non  oltre  sei settimane);
  • Piena funzionalità del sistema informativo integrato (strumento centralizzato contenete in modo univoco le informazioni sulle utenze italiane e che a tendere sarà l’unico referente per i distributori e venditori per lo scambio di informazioni);
  • Completamento del brand unbundling, in modo che il cliente non possa confondersi tra il soggetto che gli vende l’elettricità/gas e quello che fisicamente glieli porta in casa.

Verificate tutte queste condizioni, entra in azione il secondo stadio e si tenta il guado.

Ma purtroppo ancora non è chiaro come.

Il ddl concorrenza, infatti, dopo una prima parte molto dinamica e tutto sommato precisa, cade nel più classico dei cliché italiani: il rinvio al solito decreto ministeriale con annessa fissazione di paletti, per quest’ultimo, che dicono tutto e niente. Un classico esempio di rinvio dei problemi per dribblare conflitti che bloccherebbero l’iter dell’intera legge. Ma torniamo a noi.

Il decreto ministeriale appena ricordato dovrà garantire che il famoso guado “[…] avvenga secondo meccanismi che favoriscono la concorrenza e la pluralità di fornitori e di offerte nel libero mercato“.  Tradotto dal burocrate: poi vediamo.

Questa vaghezza lascia aperta la porta alla possibilità più ardite. Come ad esempio fare dei bei pacchetti di clienti e metterli all’asta.

Geniale, nevvero?

In fin dei conti,  sembra proprio la cosa più giusta e logica da fare, no?! Dopo aver messo a disposizione ai clienti tutte le informazioni che servono per scegliere (portale informativo) , rafforzato le tutele a suo favore (brand unbundling, obbligo offerte, linee guida gruppi di acquisto) e constatato che il settore è pronto (tempistiche switching e fatturazione) che si fa? Una bella asta di clienti, che evidentemente sono talmente ignoranti e incapaci che proprio non riescono a capire qual è il proprio interesse e a trovare l’offerta che glielo garantisca ad un prezzo ritenuto adeguato. La cosa strana in tutto ciò è che questi stessi soggetti riescono a cavarsela egregiamente in mille mila altri settori, dalle telecomunicazioni ai beni primari…. ma non per l’energia elettrica e il gas. D’altra parte si sa, sono settore complessi….!

Ma sia….portiamo avanti il ragionamento delle aste e vediamo dove ci porta.

Beh, per bandire la nostra bella asta la prima cosa che ci serve è un bel set di criteri tecnico/economici e procedurali che stabiliscano univocamente almeno:

  • Chi fa cosa;
  • Qual è l’oggetto dell’offerta
  • Chi può partecipare all’asta;
  • Quali sono i criteri per valutare l’offerta;
  • Esistenza e valutazione dell’indennizzo per la parte cedente;
  • Cerimoniale burocratico/procedurale da seguire.

La cosa, ovviamente, non è impossibile da imbandire, ma necessita tempo….. Mooooolto tempo. Per le gare gas il tempo oramai si misura in lustri, per l’idroelettico magari passeremo direttamente agli eoni. Quindi se vogliamo agire prima della prossima glaciazione, già abbiamo un problema non da ridere.

Come proposto da qualcuno, il problema tempo è in qualche modo risolvibile: dei criteri e della gestione del procedimento se ne può occupare direttamente l’Autorità per l’energia elettrica il gas e il sistema idrico.  Senza interrogarsi troppo se possa essere l’autorità a fissare i paletti o se sia meglio che questi siano definiti a livello ministeriale, ad ogni modo dopo un ragionevole periodo di consultazione si avrebbe la delibera, le eventuali determine e si potrebbe partire.

Vediamo un po’ più da vicino, allora, queste aste.

Innanzitutto, direi che è pacifico che il criterio di aggiudicazione sia lo sconto maggiore sulla base d’asta per una fornitura “base” standardizzata.

Più problematico stabilire chi può partecipare: tutti i venditori? Solo quelli attivi al 100% nel mercato libero? Quelli che ai tempi hanno costituito una società separata per l’erogazione della maggior tutela (nel caso EE)? Evidentemente, optare per una soluzione o per un’altra non è indifferente e, in ogni caso, la scelta andrebbe in contro a fortissime contestazioni da parte di una fetta di venditori. Sul punto, poi, ci vorrebbe anche un concerto con la AGCM, con conseguente allungamento dei tempi.

Altro problema di peso è stabilire qual è l’oggetto del contendere: un pacchetto di clienti o un pacchetto di clienti e dipendenti?

In entrambi i casi i problemi sono molti e molto legati tra loro: nel primo caso le offerte dei partecipanti all’asta potrebbero essere più aggressive, ma si pone il problema di cosa fare dei dipendenti dell’ex esercente la tutela; nel secondo caso, quanti venditori parteciperanno alla gara e che sconti potrebbero offrire già sapendo che oltre ad prendere clienti non eccessivamente remunerativi, per di più a sconto, dovranno integrare il nuovo personale e sopportarne le inefficienze conseguenti (nelle gare gas, per ovviare a ciò, gli OPEX sono aggiornati con X-Factor = 0 per i primi 2 aggiornamenti post gara).

In entrambi i casi ci sarebbe poi la questione sociale: mentre nel primo caso, come accennato, bisogna capire che fine fanno gli addetti alla maggior tutela in esubero a seguito della perdita di uno o più pacchetti di clienti da parte dell’ex esercente, nel secondo bisogna capire quali garanzie avranno i dipendenti trasferiti insieme ai clienti (e qui dubito fortemente che possa bastare una delibera dell’AEEGSI….Con inevitabile dilatazione dei tempi): i loro nuovi contratti risentiranno delle regole del Jobs Act? Saranno costretti a trasferirsi altrove armi e bagagli perché la società che li ha “vinti”  non ha sedi dove vivono? D’altronde, loro non si occupano di un manufatto fisico come una diga o una rete gas… Il cliente lo puoi pure aiutare da timbuktu, mica c’è bisogno di essere fisicamente nello stesso luogo!

C’è poi il tema del valore d’indennizzo, che in questo caso dovrebbe compensare della perdita di conoscenza del cliente e della capacità di soddisfarne le esigenze. Diciamo che si dovrebbe riconoscere un ammontare a titolo di “avviamento” ceduto insieme al pacchetto clienti/dipendenti. Ma con che criteri deve essere valorizzato?

Potremmo andare avanti a lungo, ma sarebbe oltremodo pesante. Limitiamoci quindi ad indicare il problema cruciale, esistenziale, della questione:

E’ corretto che per superare la tutela siano previste aste dove un cliente può essere vinto offrendo sostanzialmente una nuova tutela?

Alla fine, infatti, le offerte dovranno offrire sconti su una fornitura standardizzata. Quindi, rispetto ad oggi, dov’è la differenza sostanziale (a parte il prezzo, che è certamente importante ma non può essere l’unica cosa su cui la concorrenza deve puntare)?

Alla nostra domanda filosofica si deve necessariamente rispondere negativamente. Sarebbe una operazione gattopardesca.

Difatti, come si può pensare di creare un mercato concorrenziale se addirittura le aste  – potenzialmente – porteranno ad uno sconto sul costo di una fornitura senza vincoli temporali  (non si trova traccia nelle varie proposte che contemplano questo meccanismo)? Perché, io cliente, dovrei scomodarmi a capire come gira il fumo nel mercato retail EE/Gas se posso restare fermo e continuare ad essere tutelato? Fino ad oggi questo sistema non ha funzionato, perché sperare che in futuro possa andare diversamente?

Cosa fare, quindi?

Innanzitutto, porre in essere tutte le misure ricordate in precedenza (portale informativo, linee guida, brand unbundling ecc), ovvero dare al cliente la canna da pesca, e poi vigilare strettamente sulle dinamiche concorrenziali, stroncando sul nascere eventuali pratiche commerciali scorrette e predisponendo un adegua sistema di tutela (non di prezzo!) del cliente. In questo habitat favorevole il cliente, con la sua bella canna da pesca, potrà imparare a pescare grazie anche all’aiuto di buoni maestri, come i vari siti di comparazione esistenti/soggetti aggregatori della domanda ecc. in modo che in poco tempo sia in grado di acchiappare una bella preda che soddisfi i suoi bisogni. E si sa che quello che si è ottenuto grazie alle proprie mani è centomila volte più gustoso di quello che ti cade dal cielo.

Fine……no, aspetta un attimo… E i dipendenti? Che fine fanno i dipendenti?

Beh, il processo di apprendimento dell’antica arte della pesca di offerte EE/Gas non è rapidissimo. Di conseguenza, l’esercente la tutela accorto ha tutto il tempo per pianificare una progressiva riconversione (ed eventuale riduzione) dell’organico addetto al settore della tutela, spostando man mano forze esperte sul nuovo e vastissimo fronte del mercato libero.

Quanto costa l’efficienza energetica al consumatore?

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il seguente articolo in cui Riccardo Gallottini di energyaffairs fa il punto sul costo del meccanismo dei TEE per i clienti finali.  Buona lettura!

Quanto costa l’efficienza energetica al consumatore?

di Riccardo Gallottini

Quasi quotidianamente, sfogliando la rassegna stampa o girando per internet, leggiamo che fare efficienza energetica significa essenzialmente migliorare un sistema, riducendo l’apporto di energia in ingresso, mantenendo lo stesso “prodotto” in uscita, sia esso un bene o una forma di energia.  Gli interventi di efficientamento energetico, come noto, comportano una serie di benefici al privato cittadino o all’impresa, quali la riduzione dei consumi (e quindi abbattimento dei costi) nonché l’ammodernamento dei sistemi produttivi/tecnologici. Tali interventi hanno però un costo di investimento che, in particolare per alcune tipologie, rende difficile la sostenibilità del progetto senza un incentivo di tipo economico o fiscale. Lo strumento più utilizzato in questi anni per sostenere gli interventi di efficienza energetica è indubbiamente il meccanismo dei certificati bianchi (da non confondere con i certificati verdi a sostegno della fonti rinnovabili).

Ma quanto costano i certificati bianchi in bolletta al consumatore italiano medio di energia? E quanto costano rispetto ad altri strumenti di incentivazione che il consumatore paga tra gli oneri di sistema presenti in bolletta? Queste sono le domande a cui proveremo a dare una risposta al fine di valutare se i certificati bianchi oltre che sostenere gli investimenti in efficienza energetica, sono anche “sostenibili” per il sistema, e quindi per il consumatore.

Funzionamento del meccanismo dei certificati bianchi 
Il meccanismo dei certificati bianchi o titoli di efficienza energetica (di seguito anche TEE)  è entrato in vigore nel gennaio 2005. Un TEE rappresenta un’unità di consumo di energia primaria espresso in Tep (tonnellata di petrolio equivalente) riguardante interventi di risparmio di energia elettrica, gas naturale e altri combustibili per autotrazione. Il meccanismo è basato sulla determinazione di obblighi di risparmio di energia primaria definiti via via negli anni da una serie di decreti ministeriali e posti in capo alle imprese di distribuzione di energia elettrica e gas. In funzione della quantità di energia distribuita, ad ogni impresa viene quindi assegnata una quota di obiettivo di risparmio nazionale quantificabile in un numero di TEE da annullare al fine di soddisfare l’obbligo. Gli obiettivi di risparmio di energia primaria assegnati riguardano ad oggi il periodo 2005 – 2016. Gli obiettivi per gli anni 2017 – 2020 sono tutt’ora in corso di definizione da parte del Ministero. Va detto che il ruolo dei TEE dovrebbe rimanere centrale nella strategica globale di risparmio energetico che si è data il paese. Il decreto legislativo 102/14 che ha recepito la direttiva UE sull’efficienza energetica ha infatti assegnato al meccanismo dei TEE l’obbligo di contribuire con almeno il 60% dell’obiettivo di risparmio energetico totale cumulato al 2020.

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I TEE hanno chiaramente un prezzo che è basato su uno schema di mercato di incrocio tra domanda e offerta. Il valore economico dell’incentivo non è infatti determinato ex – ante ma dipende dall’andamento dei titoli sul mercato. La domanda di TEE è formata dalle imprese di distribuzione (ad oggi 13 distributori elettrici e 48 distributori gas) in quanto soggetti obbligati all’adempimento normativo di risparmio energetico. Viceversa l’offerta è data dai TEE derivanti da risparmi energetici ottenuti tramite progetti realizzati sia dai soggetti obbligati che da altri soggetti non obbligati (società di servizi energetici, distributori minori ecc). La contrattazione dei TEE può avvenire tra le parti interessate (tramite contratti bilaterali) o all’interno di una specifica borsa gestita dal Gestore dei Mercati Energetici (GME). Il Gestore dei Servizi Energetici (GSE), il quale possiede il 100% del GME, è  invece l’ente che autorizza l’emissione dei titoli a fronte della presentazione dei progetti e si occupa del controllo del risparmio energetico ottenuto. Le imprese di distribuzione, essendo soggetti obbligati dalla normativa al soddisfacimento dell’obbligo di risparmio di energia primaria, hanno diritto a ricevere ogni anno un contributo tariffario di copertura per ogni TEE acquistato sul mercato. Il contributo tariffario è erogato a consuntivo da parte dell’Autorità per l’energia elettrica, il gas ed il servizio idrico (di seguito AEEGSI) una volta che il GSE ha verificato che i soggetti obbligati hanno adempiuto ai propri obblighi annuali di risparmio energetico.

Il contributo tariffario erogato alle imprese di distribuzione a fronte del sostenimento dei costi relativi all’acquisto dei TEE rappresenta di conseguenza l’effettivo esborso che il sistema deve sostenere per il funzionamento del meccanismo dei certificati bianchi. Ad oggi infatti la famiglia tipo paga in bolletta elettrica i certificati bianchi sulla base dei KWH consumati, tramite la componente UC7 destinata alla promozione dell’efficienza energetica della voce “spesa per oneri di sistema”. In maniera analoga, nella bolletta gas è presente la componente RE nella voce “spesa per oneri di sistema”. Il gettito riscosso da tali componenti alimenta quindi dei conti i cui fondi sono utilizzati per erogare i contributi tariffari alle imprese di distribuzione.

Impatti in bolletta
A questo punto, una volta spiegato in maniera molto sintetica il meccanismo dei TEE e i vari soggetti coinvolti, possiamo andare a rispondere ai quesiti che ci siamo posti inizialmente. Va detto che per un’analisi completa di sostenibilità del meccanismo, andrebbero calcolati anche i benefici (e c’è ne sono) apportati al sistema. Il risparmio totale di energia primaria conseguito con il sistema dei certificati bianchi comporta sicuramente una serie di impatti positivi in termini di riduzione della bolletta energetica nazionale la quale, come si sa, è fortemente dipendente dalle importazioni dall’estero. Da tali benefici andrebbero però decurtati gli effetti della crisi che si sono riverberati in questi anni che hanno di fatto anch’essi causato un calo dei consumi energetici. Vanno poi aggiunte alcune esternalità positive quali l’ammodernamento del tessuto immobiliare/produttivo nonché il rilancio degli investimenti. In questa sede  tuttavia ci limitiamo a dare uno sguardo ai costi rimandando in un secondo momento una completa analisi costi benefici.

Con l’aiuto quindi dei dati che l’AEEGSI pubblica relativi all’aggiornamento delle condizioni economiche di riferimento per le famiglie e i piccoli consumatori in tutela sia di elettricità che di gas, abbiamo provato a stimare gli impatti economici in bolletta elettrica e gas causati dall’introduzione delle componenti a sostegno della promozione dell’efficienza energetica. Si è cercato inoltre di isolare per quanto possibile gli oneri derivanti dal meccanismo dei certificati bianchi che è appunto l’oggetto dell’articolo.

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Fonte: elaborazioni su dati AEEGSI relativi al primo aggiornamento trimestrale di ogni anno per cliente domestico tipo (per elettricità 3 KW di potenza e 2.700 KWH di consumo e per il gas 1400 Smc di consumo).
Note: Dalle componenti UC7 e RE relative all’efficienza energetica è stata decurtata la quota parte di gettito che va ad alimentare il conto per lo sviluppo tecnologico e industriale di cui all’articolo 32 del decreto legislativo n. 28/11, il fondo a sostegno del teleriscaldamento e una stima degli oneri cumulati del conto energia termico pubblicati dal GSE.

In occasione dell’ultimo aggiornamento tariffario disponibile per il primo trimestre dell’anno 2016 sono aumentati in maniera esponenziale gli oneri derivanti dal funzionamento del meccanismo dei TEE. La famiglia tipo italiana quest’anno pagherà  poco meno di 5€/anno in bolletta elettrica e poco meno di 11€/anno in bolletta gas, quindi rispettivamente 4€/anno e 7€/anno in più rispetto all’aggiornamento delle condizioni economiche di fornitura effettuate ad inizio anno 2015.

Abbiamo quindi risposto alla prima domanda che ci eravamo posti all’inizio, ovvero quanto costa alle famiglie italiane la promozione dell’efficienza energetica tramite i certificati bianchi. Risulta ora interessante andare a verificare tali costi in confronto a quelli legati alla promozione delle fonti di energia rinnovabile e assimilate che ad oggi il consumatore paga nella componente A3 della bolletta elettrica tra gli oneri di sistema che come si sa, raggiungerà probabilmente nell’anno 2016 i 15 miliardi di euro di costo complessivo.

Analizzando i dati disponibili, gli incentivi alle rinnovabili e assimilate in bolletta elettrica pesano circa 7 volte di più rispetto agli oneri per i TEE ad oggi pagati, a differenze delle rinnovabili, dai consumatori sia di energia elettrica che di gas.

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Ancora oggi gli incentivi all’efficienza energetica ed in particolare il funzionamento del meccanismo dei TEE, presentano una spesa per il consumatore nettamente inferiore rispetto ad altri incentivi connessi alla promozione delle fonti rinnovabili la cui esplosione negli anni non stupisce i ben informati.

Tuttavia, nell’anno in corso, l’aumento degli oneri da efficienza energetica è stato sensibilmente elevato e di oltre il 200% rispetto all’anno precedente.

Ma quali potrebbero essere le cause di questo aumento? Salvo eventuali politiche redistributive degli oneri tra diverse tipologie di clientela (come spiegato in nota, la simulazione riguarda soltanto la famiglia tipo e non altre utenze alto consumanti  e industriali), la crescita degli oneri è essenzialmente legata all’aumento degli obiettivi nazionali in capo alle imprese di distribuzione e via via crescenti nel corso negli anni. Vi sono poi effetti temporali legati all’annullamento dell’obbligo in quanto i distributori, secondo quanto previsto dai decreti ministeriali, hanno la possibilità di soddisfare il 100% dell’obiettivo di un determinato anno entro il biennio successivo senza incorrere in sanzioni.​

Non dovrebbe poi aver avuto grosso impatto il valore del contributo tariffario riconosciuto alle imprese di distribuzione come anche evidenziato dall’Autorità nel rapporto “Stato e prospettive del meccanismo dei titoli di efficienza energetica” dello scorso giugno.

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Fonte: elaborazioni su dati AEEGSI.
Note: per quanto riguarda l’anno d’obbligo 2015 il contributo tariffario riconosciuto ai distributori è ancora preventivo in attesa di quello definitivo che sarà pubblicato intorno a Giugno 2016 secondo le modalità stabilite dalla deliberazione 13/2014/R/Efr

Conclusioni
Alla luce di quanto esposto in precedenza si può quindi affermare che il futuro impatto in bolletta degli oneri legati alla promozione dell’efficienza energetica (ed in particolare dei TEE) dipenderà quasi interamente dall’entità degli obblighi di risparmio di energia primaria posti in capo alle imprese di distribuzione e che dovrebbero essere pubblicati entro la fine dell’anno da parte del Ministero dello Sviluppo Economico. Dal punto di vista dei prezzi infatti il meccanismo di calcolo del contributo tariffario introdotto nel 2013 dall’Autorità sembra garantire un buon compromesso tra l’esigenza delle imprese di distribuzione di vedersi riconosciuti i costi sostenuti per l’obbligo di acquisto di TEE e un equo mantenimento di  un riconoscimento tariffario su forchette di valori accettabili dal punto di vista del consumatore.

In conclusione si può comunque dire che l’efficienza energetica è una buona leva di sviluppo industriale che responsabilizza il privato investitore e in ultimo sensibilizza il consumatore all’uso corretto dell’energia. A tendere quindi l’obiettivo dovrebbe essere una diminuzione degli oneri per il sistema grazie all’innovazione tecnologica e ad un migliore accesso alle fonti di finanziamento. Solo così sarà possibile “fare” veramente efficienza energetica.

Ad oggi però, e ancora per qualche tempo, ci sarà bisogno di un sistema (ancorché di mercato) come quello dei certificati bianchi. In questa fase l’auspicio è che tutte le istituzioni coinvolte, per quanto di loro competenza, monitorino il funzionamento del meccanismo dei TEE al fine di evitare situazioni spiacevoli già vissute in passato. L’ elevata incentivazione di alcune fonti rinnovabili ha portato a costi scaricati completamente sui cittadini, spesso ignari che alle loro spalle c’era qualcuno che si arricchiva sventolando la bandiera dell’ambiente e dell’energia pulita.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il seguente articolo in cui Riccardo Gallottini di energyaffairs fa il punto sul costo del meccanismo dei TEE per i clienti finali.  Buona lettura!

Quanto costa l’efficienza energetica al consumatore?

di Riccardo Gallottini

Quasi quotidianamente, sfogliando la rassegna stampa o girando per internet, leggiamo che fare efficienza energetica significa essenzialmente migliorare un sistema, riducendo l’apporto di energia in ingresso, mantenendo lo stesso “prodotto” in uscita, sia esso un bene o una forma di energia.  Gli interventi di efficientamento energetico, come noto, comportano una serie di benefici al privato cittadino o all’impresa, quali la riduzione dei consumi (e quindi abbattimento dei costi) nonché l’ammodernamento dei sistemi produttivi/tecnologici. Tali interventi hanno però un costo di investimento che, in particolare per alcune tipologie, rende difficile la sostenibilità del progetto senza un incentivo di tipo economico o fiscale. Lo strumento più utilizzato in questi anni per sostenere gli interventi di efficienza energetica è indubbiamente il meccanismo dei certificati bianchi (da non confondere con i certificati verdi a sostegno della fonti rinnovabili).

Ma quanto costano i certificati bianchi in bolletta al consumatore italiano medio di energia? E quanto costano rispetto ad altri strumenti di incentivazione che il consumatore paga tra gli oneri di sistema presenti in bolletta? Queste sono le domande a cui proveremo a dare una risposta al fine di valutare se i certificati bianchi oltre che sostenere gli investimenti in efficienza energetica, sono anche “sostenibili” per il sistema, e quindi per il consumatore.

Funzionamento del meccanismo dei certificati bianchi 
Il meccanismo dei certificati bianchi o titoli di efficienza energetica (di seguito anche TEE)  è entrato in vigore nel gennaio 2005. Un TEE rappresenta un’unità di consumo di energia primaria espresso in Tep (tonnellata di petrolio equivalente) riguardante interventi di risparmio di energia elettrica, gas naturale e altri combustibili per autotrazione. Il meccanismo è basato sulla determinazione di obblighi di risparmio di energia primaria definiti via via negli anni da una serie di decreti ministeriali e posti in capo alle imprese di distribuzione di energia elettrica e gas. In funzione della quantità di energia distribuita, ad ogni impresa viene quindi assegnata una quota di obiettivo di risparmio nazionale quantificabile in un numero di TEE da annullare al fine di soddisfare l’obbligo. Gli obiettivi di risparmio di energia primaria assegnati riguardano ad oggi il periodo 2005 – 2016. Gli obiettivi per gli anni 2017 – 2020 sono tutt’ora in corso di definizione da parte del Ministero. Va detto che il ruolo dei TEE dovrebbe rimanere centrale nella strategica globale di risparmio energetico che si è data il paese. Il decreto legislativo 102/14 che ha recepito la direttiva UE sull’efficienza energetica ha infatti assegnato al meccanismo dei TEE l’obbligo di contribuire con almeno il 60% dell’obiettivo di risparmio energetico totale cumulato al 2020.

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I TEE hanno chiaramente un prezzo che è basato su uno schema di mercato di incrocio tra domanda e offerta. Il valore economico dell’incentivo non è infatti determinato ex – ante ma dipende dall’andamento dei titoli sul mercato. La domanda di TEE è formata dalle imprese di distribuzione (ad oggi 13 distributori elettrici e 48 distributori gas) in quanto soggetti obbligati all’adempimento normativo di risparmio energetico. Viceversa l’offerta è data dai TEE derivanti da risparmi energetici ottenuti tramite progetti realizzati sia dai soggetti obbligati che da altri soggetti non obbligati (società di servizi energetici, distributori minori ecc). La contrattazione dei TEE può avvenire tra le parti interessate (tramite contratti bilaterali) o all’interno di una specifica borsa gestita dal Gestore dei Mercati Energetici (GME). Il Gestore dei Servizi Energetici (GSE), il quale possiede il 100% del GME, è  invece l’ente che autorizza l’emissione dei titoli a fronte della presentazione dei progetti e si occupa del controllo del risparmio energetico ottenuto. Le imprese di distribuzione, essendo soggetti obbligati dalla normativa al soddisfacimento dell’obbligo di risparmio di energia primaria, hanno diritto a ricevere ogni anno un contributo tariffario di copertura per ogni TEE acquistato sul mercato. Il contributo tariffario è erogato a consuntivo da parte dell’Autorità per l’energia elettrica, il gas ed il servizio idrico (di seguito AEEGSI) una volta che il GSE ha verificato che i soggetti obbligati hanno adempiuto ai propri obblighi annuali di risparmio energetico.

Il contributo tariffario erogato alle imprese di distribuzione a fronte del sostenimento dei costi relativi all’acquisto dei TEE rappresenta di conseguenza l’effettivo esborso che il sistema deve sostenere per il funzionamento del meccanismo dei certificati bianchi. Ad oggi infatti la famiglia tipo paga in bolletta elettrica i certificati bianchi sulla base dei KWH consumati, tramite la componente UC7 destinata alla promozione dell’efficienza energetica della voce “spesa per oneri di sistema”. In maniera analoga, nella bolletta gas è presente la componente RE nella voce “spesa per oneri di sistema”. Il gettito riscosso da tali componenti alimenta quindi dei conti i cui fondi sono utilizzati per erogare i contributi tariffari alle imprese di distribuzione.

Impatti in bolletta
A questo punto, una volta spiegato in maniera molto sintetica il meccanismo dei TEE e i vari soggetti coinvolti, possiamo andare a rispondere ai quesiti che ci siamo posti inizialmente. Va detto che per un’analisi completa di sostenibilità del meccanismo, andrebbero calcolati anche i benefici (e c’è ne sono) apportati al sistema. Il risparmio totale di energia primaria conseguito con il sistema dei certificati bianchi comporta sicuramente una serie di impatti positivi in termini di riduzione della bolletta energetica nazionale la quale, come si sa, è fortemente dipendente dalle importazioni dall’estero. Da tali benefici andrebbero però decurtati gli effetti della crisi che si sono riverberati in questi anni che hanno di fatto anch’essi causato un calo dei consumi energetici. Vanno poi aggiunte alcune esternalità positive quali l’ammodernamento del tessuto immobiliare/produttivo nonché il rilancio degli investimenti. In questa sede  tuttavia ci limitiamo a dare uno sguardo ai costi rimandando in un secondo momento una completa analisi costi benefici.

Con l’aiuto quindi dei dati che l’AEEGSI pubblica relativi all’aggiornamento delle condizioni economiche di riferimento per le famiglie e i piccoli consumatori in tutela sia di elettricità che di gas, abbiamo provato a stimare gli impatti economici in bolletta elettrica e gas causati dall’introduzione delle componenti a sostegno della promozione dell’efficienza energetica. Si è cercato inoltre di isolare per quanto possibile gli oneri derivanti dal meccanismo dei certificati bianchi che è appunto l’oggetto dell’articolo.

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Fonte: elaborazioni su dati AEEGSI relativi al primo aggiornamento trimestrale di ogni anno per cliente domestico tipo (per elettricità 3 KW di potenza e 2.700 KWH di consumo e per il gas 1400 Smc di consumo).
Note: Dalle componenti UC7 e RE relative all’efficienza energetica è stata decurtata la quota parte di gettito che va ad alimentare il conto per lo sviluppo tecnologico e industriale di cui all’articolo 32 del decreto legislativo n. 28/11, il fondo a sostegno del teleriscaldamento e una stima degli oneri cumulati del conto energia termico pubblicati dal GSE.

In occasione dell’ultimo aggiornamento tariffario disponibile per il primo trimestre dell’anno 2016 sono aumentati in maniera esponenziale gli oneri derivanti dal funzionamento del meccanismo dei TEE. La famiglia tipo italiana quest’anno pagherà  poco meno di 5€/anno in bolletta elettrica e poco meno di 11€/anno in bolletta gas, quindi rispettivamente 4€/anno e 7€/anno in più rispetto all’aggiornamento delle condizioni economiche di fornitura effettuate ad inizio anno 2015.

Abbiamo quindi risposto alla prima domanda che ci eravamo posti all’inizio, ovvero quanto costa alle famiglie italiane la promozione dell’efficienza energetica tramite i certificati bianchi. Risulta ora interessante andare a verificare tali costi in confronto a quelli legati alla promozione delle fonti di energia rinnovabile e assimilate che ad oggi il consumatore paga nella componente A3 della bolletta elettrica tra gli oneri di sistema che come si sa, raggiungerà probabilmente nell’anno 2016 i 15 miliardi di euro di costo complessivo.

Analizzando i dati disponibili, gli incentivi alle rinnovabili e assimilate in bolletta elettrica pesano circa 7 volte di più rispetto agli oneri per i TEE ad oggi pagati, a differenze delle rinnovabili, dai consumatori sia di energia elettrica che di gas.

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Ancora oggi gli incentivi all’efficienza energetica ed in particolare il funzionamento del meccanismo dei TEE, presentano una spesa per il consumatore nettamente inferiore rispetto ad altri incentivi connessi alla promozione delle fonti rinnovabili la cui esplosione negli anni non stupisce i ben informati.

Tuttavia, nell’anno in corso, l’aumento degli oneri da efficienza energetica è stato sensibilmente elevato e di oltre il 200% rispetto all’anno precedente. 

Ma quali potrebbero essere le cause di questo aumento? Salvo eventuali politiche redistributive degli oneri tra diverse tipologie di clientela (come spiegato in nota, la simulazione riguarda soltanto la famiglia tipo e non altre utenze alto consumanti  e industriali), la crescita degli oneri è essenzialmente legata all’aumento degli obiettivi nazionali in capo alle imprese di distribuzione e via via crescenti nel corso negli anni. Vi sono poi effetti temporali legati all’annullamento dell’obbligo in quanto i distributori, secondo quanto previsto dai decreti ministeriali, hanno la possibilità di soddisfare il 100% dell’obiettivo di un determinato anno entro il biennio successivo senza incorrere in sanzioni.​

Non dovrebbe poi aver avuto grosso impatto il valore del contributo tariffario riconosciuto alle imprese di distribuzione come anche evidenziato dall’Autorità nel rapporto “Stato e prospettive del meccanismo dei titoli di efficienza energetica” dello scorso giugno.

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Fonte: elaborazioni su dati AEEGSI.
Note: per quanto riguarda l’anno d’obbligo 2015 il contributo tariffario riconosciuto ai distributori è ancora preventivo in attesa di quello definitivo che sarà pubblicato intorno a Giugno 2016 secondo le modalità stabilite dalla deliberazione 13/2014/R/Efr

Conclusioni
Alla luce di quanto esposto in precedenza si può quindi affermare che il futuro impatto in bolletta degli oneri legati alla promozione dell’efficienza energetica (ed in particolare dei TEE) dipenderà quasi interamente dall’entità degli obblighi di risparmio di energia primaria posti in capo alle imprese di distribuzione e che dovrebbero essere pubblicati entro la fine dell’anno da parte del Ministero dello Sviluppo Economico. Dal punto di vista dei prezzi infatti il meccanismo di calcolo del contributo tariffario introdotto nel 2013 dall’Autorità sembra garantire un buon compromesso tra l’esigenza delle imprese di distribuzione di vedersi riconosciuti i costi sostenuti per l’obbligo di acquisto di TEE e un equo mantenimento di  un riconoscimento tariffario su forchette di valori accettabili dal punto di vista del consumatore.

In conclusione si può comunque dire che l’efficienza energetica è una buona leva di sviluppo industriale che responsabilizza il privato investitore e in ultimo sensibilizza il consumatore all’uso corretto dell’energia. A tendere quindi l’obiettivo dovrebbe essere una diminuzione degli oneri per il sistema grazie all’innovazione tecnologica e ad un migliore accesso alle fonti di finanziamento. Solo così sarà possibile “fare” veramente efficienza energetica.

Ad oggi però, e ancora per qualche tempo, ci sarà bisogno di un sistema (ancorché di mercato) come quello dei certificati bianchi. In questa fase l’auspicio è che tutte le istituzioni coinvolte, per quanto di loro competenza, monitorino il funzionamento del meccanismo dei TEE al fine di evitare situazioni spiacevoli già vissute in passato. L’ elevata incentivazione di alcune fonti rinnovabili ha portato a costi scaricati completamente sui cittadini, spesso ignari che alle loro spalle c’era qualcuno che si arricchiva sventolando la bandiera dell’ambiente e dell’energia pulita.

Non è la Rai, ovvero del canone in bolletta

“Ma com’è bello qui, ma com’è grande qui/ci piace troppo ma non è la Raiiiiiiiiii……”

E invece è proprio la Rai!

Nel caso specifico, lo studio buono della Lucia Annunziata, quello dove tutta la (presunta) intellighentia politica italica va a farsi bella e dal quale è solita lanciare le proprie “proposte programmatiche”….Perché costoro sanno fin troppo bene che l’italiano medio, se la domenica pomeriggio alle 14:30 è davanti alla TV, probabilmente è perché si trova in uno stato di totale disfacimento psico-fisico causato dall’eccesso di libagioni e, pertanto, le sue capacità cognitive ed il suo senso critico sono pari a quelle di un bradipo tonto (sì, vabbeh…certamente qualcuno dirà che i bradipi sono animali estremamente intelligenti….quindi preciso che si tratta di una licenza poetica) e, quindi, gli si può vendere di tutto, anche un set di pentole mondial casa (compresa la TV color 24 pollici o la pratica mountain bike), senza che questi faccia una piega.

Ed ecco che allora, proprio quando il sangue viene dirottato d’urgenza verso lo stomaco (causa doppia porzione di parmigiana di zi’ mariett’) lasciando il cervello a corto d’ossigeno e donandoti quella tipica espressione di catatonica indifferenza, la magia accade. L’annuncio inatteso ti coglie completamente alla sprovvista, le difese del tutto abbassate.

Tuttavia, sempre di Rai si parla.

Di conseguenza, anche questo annuncio, dopo la brevissima sorpresa iniziale, genera una sensazione di deja-vu, di già visto e sentito, misto a quel gusto dolciastro nazional-popolare (tipico del Festival di Sanremo ad esempio), dove tutto è formalmente ben fatto (da 7-7,5 su 10 diciamo), ma alla fine è solo mestiere, senza un vero guizzo d’arte o di genio.

L’annuncio della ferrea volontà del governo di spostare il famigerato et maximamente aborrito canone Rai (di per sé, rimasuglio di un mondo oramai morente) nella bolletta dell’energia elettrica, infatti, non sembra altro che la nuova serie di uno scemeggiato© che si protrae stancamente stagione dopo stagione, senza un vero successo di share ma con risultati comunque sufficienti a non farlo chiudere. Ovviamente, come ogni nuova stagione di qualsivoglia serie TV, ci sono delle novità, delle nuove sotto-trame e anche qualche colpo di scena, tutti strumenti necessari per solleticare la curiosità di un pubblico oramai sempre più sedato.

L’idea di base, infatti, non è originale dato che si ripete ciclicamente, l’ultima (meglio: la penultima volta) l’inverno scorso. Sappiamo tutti come andò a finire.

Ma, come detto, ogni nuova stagione porta con sé succulente novità. Di conseguenza, durante i lavori sul DdL Stabilità (oggi in discussione al Senato dopo l’approvazione in CdM) i nostri “registi” delle riforme si sono dati parecchio da fare per cercare di trovare un senso ad una proposta che un senso non ce l’ha, con risultati che però spesso rientrano nell’armamentario classico e già visto della politica italiana.

A questa categoria si può certamente ascrivere la “bella” idea della rivoluzione copernicana (del presupposto stesso per il pagamento del canone: dal fatto di avere (sostanzialmente) una TV con cui vedere la Rai, all’avere una fornitura di energia elettrica  che, in quanto tale, farebbe presumere che si ha una TV da alimentare e con cui vedere la Rai. A ciò si accompagna poi il classico “zuccherino”(strumento tipico della nostra politica) dell’autocertificazione sul possesso del citato apparecchio ricevente atto a captare le meravigliose trasmissioni del nostro servizio pubblico.

Già l’analisi di questo punto da solo richiederebbe fiumi di inchiostro (digitale, per fortuna dell’ambiente!) ma, siccome non è il mio campo, lascio l’onere e l’onore a chi conosce la materia meglio di me, non senza dire che il ragionamento mi pare quanto meno ardito, nonostante la “clausola di salvaguardia” della facilitazione prevista per certificare che non si ha la TV.

Focalizziamoci, allora, sugli impatti di questa brillante idea sul settore dell’energia elettrica.

La prima ed anche la più importante  cosa che deve essere detta e sottolineata con forza è che con questa mossa, in poche righe, si vanificano senza rimedio anni di duro lavoro, degli operatori e dell’Autorità, per rendere il mercato retail dell’energia elettrica più credibile e, quindi, più attraente per il consumatore.

Qualche frase ben assestata e….BANG!….si ritorna 10 anni e più indietro nel tempo, senza nemmeno dover prendere in prestito la DeLorean. Gli sforzi immani per rendere il più fluido possibile il cambio di fornitore o per contenere entro confini fisiologici il fenomeno dei contratti non richiesti; la fatica per definire tutta la regolazione relativa ai reclami ed alle procedure di conciliazione, la bagarre per cercare di contenere il più possibile il costo per il cliente dell’energia elettrica (lavorando su tutti i fronti possibili, dagli oneri generali fino al costo dei servizi a rete)…..tutto-perfettamente-inutile. E non ci sarà Bolletta 2.0 che regga di fronte a questa decisione!

D’altra parte, come può reagire un cliente medio nel momento in cui – di punto in bianco – si vede una bolletta maggiorata di ben € 100 (dato che a quanto pare per il 2016 si pagherà in un’unica rata)? Evidentemente, nella migliore delle ipotesi, penserà ad un grosso errore preso dal venditore. Con altrettanto evidente arrabbiatura, necessità di contattare il servizio clienti (o peggio ancora andare di persona presso uno sportello!), litigarci, per scoprire, alla fine, che è tutto corretto e deve pagare, non senza grande scorno.

Reazioni ben peggiori le avranno, però, i clienti che hanno optato per l’addebito diretto sul proprio c/c delle bollette, soprattutto in quei casi dove ciò era obbligatorio al fine di poter aderire ad un offerta sul mercato libero ritenuta vantaggiosa! Qui la distruzione della fiducia nel venditore sul mercato libero retail è totale, specie per i contratti più recenti! Quale sarà il pensiero del cliente medio quando vedrà che gli è stata direttamente addebitata una bolletta con € 100 in più? Chi o cosa lo farà desistere dal pensiero, errato, che quell’addebito sul c/c obbligatorio non fosse altro che una manovra per fregarlo alla grande?

Certo, il testo attuale dice “salvo contraria manifestazione di volontà dell’utente“…ma chi, come e quando (e con quali costi, e chi li sostiene questi costi) informa e raccoglie tale manifestazione di volontà dell’utente? E, soprattutto, fin dove si estende (temporalmente e in termini di importi) tale manifestazione? Perché, lato venditore, è evidente che l’addebito diretto in c/c è un elemento cruciale per poter proporre offerte particolarmente vantaggiose (In questo modo, infatti, si riduce di molto il rischio morosità che, quindi, non deve essere coperto dal prezzo praticato) e, di conseguenza, se tale manifestazione contraria si estendesse a tutto l’addebito (EE + Canone) e a tutte le bollette (a partire da quella contenente il canone in poi), verrebbe meno dei presupposti alla base del rapporto di fornitura. D’altra parte, se valesse per la sola bolletta contenente il canone o solo, al limite, per quest’ultimo importo, qualcuno ha pensato alle complicazioni operative e tecniche necessarie per gestire queste eccezioni? No? Ah, ecco…..!

Al grosso danno in materia di “fiducia” del cliente verso il mercato retail appena ricordato, poi, se ne affianca un altro certamente non di secondo piano. Stiamo parlando, ovviamente, dell’ulteriore contrazione degli spazi di manovra disponibili ai venditori per poter strutturare le proprie offerte commerciali.

Qui, ovviamente, siamo oltre la polemica riguardante la triste abitudine di utilizzare le bollette come un bancomat. Pratica oramai assodata, collaudata e già ampiamente criticata altrove.

Qui si vuole sottolineare come la manovra tagli le gambe al mercato retail proprio quanto, dopo mille traversie, si intravedeva ad un punto di svolta con il DDL concorrenza.

Proviamo a fare 2 conti: Trovaofferte alla mano, una famiglia tipo (3kW di potenza, 2.700 kWh/anno di consumo) in maggior tutela spende circa € 515/anno, mentre l’offerta in assoluto più vantaggiosa (in termini esclusivamente di prezzo) è di €458/anno e la media delle prime 4 offerte (ad esclusione della prima in assoluto) e di circa €477/anno. Si viaggia quindi su uno sconto compreso tra il 11% circa e il 7,5% circa su base annua.

Se aggiungiamo il canone, lo sconto % scende, su base annua, ad un range compreso tra il 9% ed il 6%….il che, anche se rappresenta lo stesso importo in termini assoluti, è certamente molto meno appetibile per il cliente finale. Si deve notare, inoltre, che la contrazione del range di sconto è, ovviamente, inversamente proporzionale al consumo del cliente.

Senza contare , poi, che il venditore dovrà organizzarsi non solo per fatturare il canone, ma per fatturarlo alle persone giuste e, per far ciò, oltre ad intervenire sui propri servizi di fatturazione, dovrà porre in essere delle attività finalizzare a incrociare i propri database con quelli di altri mille soggetti terzi (Anagrafe tributaria, AU, MiSE, Comuni, altri…per la lista completa cfr. art. 10 comma 4 dell’attuale testo) e queste attività, non so se è chiaro a chi lo ha previsto, costano tempo, fatica e, soprattutto, €uri. Allo stesso modo, anche tutte le attività finalizzate all’incasso del canone ed al suo successivo versamento a chi di dovere generano costi.

E’ evidente, allora, che se questi €uri spesi non verranno prontamente coperti in qualche modo (e  su questo punto, nel testo entrato in Senato, c’è un silenzio oltremodo assordante) il venditore, che non è una Onlus,  sarà costretto a tagliare qualcosa….tra cui, in ultimo, anche gli sconti proposti alla clientela, riducendo ancora di più le percentuali prima indicate e rendendo ancora meno attraente il passaggio al mercato retail.

Tutto questo, in definitiva, non fa che allontanare sempre di più il momento in cui saranno soddisfatti tutti i criteri previsti dall’attuale DDL per avviare la definitiva uscita dagli attuali meccanismi di tutela di prezzo, in aperta contraddizione con l’azione (appena ricordata) del Governo stesso.

Analizziamo infine un altro punto cruciale di quest’operazione: che succede se non si paga il canone in bolletta?

Beh….sostanzialmente non cambia nulla rispetto ad oggi!

L’attuale testo dell’art. 10 del DL Stabilità, infatti, prevede quanto segue

6. In caso di morosità e inadempimento del pagamento del canone, il gestore del servizio di fornitura di energia elettrica non è tenuto all’anticipazione del pagamento.

7. Resta ferma la disciplina vigente in materia di accertamento e riscossione coattiva e le disposizioni in materia di canone di abbonamento speciale per la detenzione fuori dall’ambito familiare

Quindi, il venditore nulla deve all’erario se il cliente non paga il canone addebitato in bollette, né altrettanto evidentemente può pensare di sospendere la fornitura per morosità. Al massimo, dovrà comunicare (con tempi e modi tutti da stabilire con apposito DM) i dati per effettuare il controllo sull’effettivo pagamento da parte del cliente finale EE che, dato che ha la corrente a casa, allora si presume abbia anche la TV.

I controlli e la riscossione coattiva, d’altra parte, andranno avanti con i metodi che già oggi previsti e che saranno, naturalmente, di competenza di soggetti diversi dal venditore (e ci mancherebbe altro!!!).

Tra l’altro, anche la sanzione prevista in caso di mancato pagamento del canone non viene modificata, come in un primo momento qualcuno aveva proposto (anche questa una vecchia arma della politica nostrana: mega iper multe che verranno comminate solo a pochissimi “sfigati”!)

Alla luce di ciò, mi chiedo…ma allora a che serve mettere in piedi tutto ‘sto casino, danneggiare pesantemente un settore e arrivare ad una bolletta che più che fatturare i consumi di energia elettrica sembra un mezzo per far pagare di tutto e di più  se poi alla fine non cambia sostanzialmente nulla?! E’ solo l’ennesima dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, di quanto il Principe di Salina avesse completamente ragione?

Se l’obiettivo era quello di dimezzare l’evasione dell’odiatissimo canone Rai (e se è odiatissimo un motivo ci sarà pure no…..?) non bastava riprendere in mano le regole sui controlli e sul rapporto Rai-Agenzia delle Entrate/Equitalia e dare un generale giro di vite, senza montare un nuovo caos normativo-procedurale coinvolgendo soggetti del tutto estranei al fatato mondo dello star sistem de’ no’ atri?!

Ah….ma forse in Rai erano troppo impegnati a studiare i prossimi programmi della Clerici o a definire l’allestimento del palco del prossimo Festival di Sanremo per pensare ai volgari €, così poco artistici…..meglio che ci pensi qualcun altro a queste robe, no?

quanto scritto rappresenta unicamente la posizione dell’autore

Il Mercato Elettrico Retail del Futuro: Tra Superamento Maggior Tutela, Misuratori 2G e Energy Footprint

L’autunno/inverno 2015 si sta rivelando pienamente all’altezza delle aspettative per quantità e qualità dei temi sul tavolo. Su alcuni punti dei quali, però, c’è ancora  (mi si perdonerà la franchezza) una buona dose di confusione.

Questa, se gestibile (speriamo) per chi è addentro alle segrete cose dell’energia, diventa un groviglio inestricabile per il pubblico meno avvezzo ad orientarsi nel labirinto della normativa e della regolazione del nostro settore. Di conseguenza, la stampa diciamo “generalista” ha gioco facile ad aumentare il numero di click e like acchiappati facendo qualche bel titolone ad effetto, di quelli che portano in tempo zero il suddetto cliente ad urlare improperi da scaricatore di porto e a reclamare giustizia sommaria (un esempio recente: questo articolo del Fatto Quotidiano in merito all’indagine sulla fatturazione intitolato “Bollette, Autorità energia: “Pagamenti basati su consumi presunti, servono nuovi contatori” e già che ci siete, date anche un occhio ai commenti dei lettori).

Quanto appena detto , poi, è  ancor più vero quando i temi toccano uno dei punti più sensibili degli Italiani, specie di questi tempi:la saccoccia.

Mi riferisco, evidentemente, ai 2 gemelli diversi e per giunta separati (aha….) alla nascita, allo ying e yang, alle 2 facce della stessa medaglia: la vendita, nel caso specifico in regimi di tutela di prezzo e la misura del venduto. In entrambi i casi, ci troviamo nel campo dell’energia elettrica e no, non è –ovviamente- un caso.

Come diceva il buon Drugo, però, questo è un caso molto, molto complicato. Un sacco di input e di output…….ma anche, aggiungo io, di dichiarazioni, articoli, annunci, conferenze ecc…ecc.

Cerchiamo quindi, dopo aver individuato i temi,  di mettere a fuoco cos’è che genera confusione, almeno nel sottoscritto (dato che, a differenza del Drugo, fortunatamente non rispetto un regime di droghe piuttosto rigido per mantenere la mente, diciamo, flessibile!).

Il fatto è che ci troviamo in un momento della storia del settore elettrico italiano molto particolare e, probabilmente, irripetibile: 2 aree strettamente distinte ma interdipendenti (le 2 facce della stessa medaglia, ricordate?) sono sul punto di affrontare un cambiamento epocale contemporaneamente e rischiano di portare a sovrapposizioni e/o a duplicazioni inutili e costose.

Queste  situazioni richiedono come prima cosa scelte di campo chiare, in modo da guidare il processo in corso in modo efficiente verso l’obiettivo stabilito e non subirlo passivamente.

Per iniziare, diamo un’occhiata allo scenario.

Da una parte, dopo un lungo travaglio è stato avviato un processo che porterà (prima o poi) alla creazione di un nuovo mercato elettrico (vedi dichiarazioni al convegno organizzato da I-COM in materia del 24 settembre 2015), che poco avrà da spartire con quello odierno. Questo processo è stato avviato dal DDL Concorrenza, nelle sue varie incarnazioni, ed è stato accelerato (Modello LHC) dall’Autorità con il suo DCO 421/2015/R/eel (di cui parlo qui). Occhio alle date, che sono importanti: per il DDL concorrenza la prima data utile per l’estrema unzione delle tutele è il 2018, mentre la riforma dell’Autorità potrebbe partire molto prima, già nel 2016.

Evidentemente, una delle caratteristiche di questo mercato del futuro sarà necessariamente l’affiancamento alla mera fornitura di energia di tutta una nuova serie di servizi che avranno, chiaramente, lo scopo di attrarre e, soprattutto, trattenere e fidelizzare il cliente grazie alla prospettiva di ottenere i vantaggi che ritiene di maggior valore per sé (contenimento dei costi? Sicurezza? non dover pensare alla gestione dell’energia? Altro che ora nemmeno immaginiamo?).

Quali che siano questi servizi, è praticamente certo (rectius: io sono praticamente certo!) che una delle caratteristiche base delle prossime offerte commerciali sul mercato libero sarà la possibilità, per il cliente, di tenere monitorati i propri consumi, sia “istantanei” che storici. La mia certezza deriva, tra le altre cose, anche dalla direzione in tal senso chiaramente intrapresa dall’Autorità, così come emerge dal DCO 186/2015/R/eel contenente proposte proprio sul punto appena affrontato (lì chiamato Energy Footprint). A questo si devono poi aggiungere tutti gli altri interventi inerenti in un modo o nell’altro la misura (Codice Trasporto, proposte su fatturazione ecc)

Ancora più in particolare, mi immagino offerte sul mercato libero dove il venditore concede in usufrutto gratuito uno strumento simile al celeberrimo SmartInfo (o magari lo dà in affitto…tipo a 1 o 2€ al mese…ma questo dipende dalle strategie del venditore) che, abbinato ad una App specifica per smartphone/Tablet/Pc, permette la visualizzazione dei consumi e una loro analisi approfondita, oltre alla possibilità di accedere a tutta una ulteriore serie di servizi(tra cui l’autolettura dove prevista), non ultimo dei quali la possibilità di impostare allarmi per il superamento di determinate soglie e, ovviamente, la possibilità di visualizzare “in tempo reale” come sta aumentando la bolletta (sarebbe carino una visualizzazione tipo vecchio registratore di cassa americano….con tanto di tintinnio di monete ogni kWh consumato!).

Dalla parte della misura, invece, si sta concludendo (ma resta comunque un discreto numero di anni….e questo è un elemento da non prendere troppo alla leggera) il primo giro di giostra dei misuratori elettronici (chiamiamoli 1G). Questi, come scrivevo qui, hanno certamente portato un certo vantaggio al sistema elettrico che, però, si è clamorosamente fermato ai confini del sistema stesso, senza propagarsi oltre – ovvero al cliente finale. I misuratori 1G, infatti, hanno ciccato clamorosamente l’obiettivo, fondamentale, di mettere il cliente finale nelle condizioni di conoscere il proprio consumo (E non venite a dirmi che c’è il display o che sulle bollette c’è scritto tutto, che poi mi sale il GennaroGattuso e non rispondo delle mie azioni)! Poi, per carità, hanno permesso una fatturazione basata in buona parte su dati reali (e dall’indagine sulla fatturazione si vede, specie in confronto con il gas)…..ma evidentemente se non riesci a comprendere bene come, quando e perché consumi, la bolletta resterà sempre alta, anche se ti fatturano i consumi reali……e, altrettanto evidentemente,la tua capacitazione rimarrà assai bassa, con buona pace delle disposizioni del D.lgs. 102/14 (il tormentone dell’estate energetica).

Si sta pensando quindi di avviare sin da subito (l’operatore principale pare voler partire addirittura a metà 2016, da quello che si legge sulla stampa) un nuovo giro di giostra, questa volta con il nuovo misuratore elettronico 2G, now extra crunchy e con il 100% di compliance in più agli obblighi del citato D.lgs 102/14!

I misuratori 2G, come illustrato dal DCO 416/2015/R/eel, promettono nuove e mirabolanti feature, tra cui un nuovo e rinnovato display Retina fullHD da 7” touch screen a millemilamiglioni di colori, così tra una lettura e l’altra il fortunato utente potrà anche vedersi un film o la partita della squadra del quore in streaming…..già, perché il nostro bel misuratore sarà connesso all’internet (a banda larga, ovvio!).

Scherzoni a parte (perché, nel 2015, pensare ancora al display come mezzo per capacitare il cliente evidentemente è uno scherzo), la vera innovazione di pregio portata in dote dai nuovi misuratori 2G (e che serve a rispettare quanto previsto dall’art.9 comma 3 lettera a) del d.lgs 102/14) sarebbe la separazione delle risorse tra la telegestione e la messa a disposizione di dati ai clienti e a terze parti designate dai clienti. Ciò faciliterebbe il processo di capacitazione dei cliente che, questa volta, godrebbero quindi di benefici tangibili. 

In questo caso, le date sono ancora incerte: il procedimento regolatorio è solo all’inizio, mentre quello di normazione tecnica (da quanto ne capisco) non è ancora partito. Ad ogni modo, data la delicatezza della materia, non è immaginabile fare le cose di fretta e furia. Evidentemente, le decisioni dovranno essere attentamente ponderate, soprattutto quella fondamentale e che dovrà rispondere ad un interrogativo fondamentale:

Bisogna però dire, sin da ora, che il ticket per questo nuovo giro di giostra non è esattamente a buon prezzo.

Delineato lo scenario, bisogna stabilire cos’è che genera la confusione di cui parlavo all’inizio di questo post. Il punto che, a mio parere, non è stato affrontato di petto e che genere questa confusione è:

CHI E’ CHE DEVE “CAPACITARE” IL CLIENTE FINALE?

A questa ne segue una che ne è -diciamo- il corollario:

Cos’è che chiediamo effettivamente al servizio di misura?

Proviamo a rispondere a questi quesiti.

Deve essere il distributore a dover far in modo che l’utente sia capacitato?Direi proprio di no….non è evidentemente il suo campo! Al massimo, può essere il facilitatore di questo processo di apprendimento…e non è poco!

Deve essere, allora, il venditore a svolgere questo ruolo? Ecco, già cosi iniziamo a ragionare! E’ il venditore il soggetto che ha il compito di gestire la relazione con il cliente finale ed è lui che dovrebbe far in modo che questo si capaciti…..magari godendone pure qualche beneficio, ad esempio strutturando offerte commerciali ad hoc e/o affiancando a quelle già esistenti l’opzione “energiasottocontrollo” dove si offre un apparecchio simil-SmartInfo in comodato o in affitto per un periodo temporale X, prevedendo il pagamento di una cifra Y in caso di recesso prima del termine di tale periodo. Attenzione: a ciò, come già scritto, è fondamentale affiancare una App di facile lettura/interpretazione/configurazione…senza, si ottengono gli stessi mirabolanti risultati raggiunti dai display degli attuali misuratori!

Vorrei sottolineare, inoltre, che così facendo si faciliterebbe di molto il processo che porterà al superamento delle tutele di prezzo perché (ed è una cosa di cui sono profondamente convinto), una volta che il cliente avrà strumenti adatti per capire il funzionamento del sistema, la sua partecipazione attiva al mercato sarà solo questione di tempo (e ciò a sua volta genererà la spinta per la strutturazione di offerte sempre più sofisticate da parte dei venditori e cosi via, in un gran bel processo apprendimento reciproco).

Inutile dire, poi,che questa soluzione, chiaramente opportunamente regolata dall’Autorità (specie sul tema della “natura” dei dati gestiti dagli apparecchi simil-SmartInfo e sugli obblighi in materia dei distributori/venditori ) sarebbe comunque in linea con quanto richiesto dal legislatore con il D.lgs. 102/14.

Smarcata la prima domanda, resta  allora da stabilire il “come” il venditore possa svolgere questo suo compito…..e ciò ci può anche aiutare a trovare una risposta al secondo quesito.

E’ assodato che il custode dei dati che devono essere portati all’attenzione del cliente è il distributore che, quindi, volente o nolente dovrà essere parte attiva della rivoluzione. Il problema, allora, è il come si vuole che questi dati siano resi disponibili.

Le alternative, evidentemente, sono 2:

  1. Sostituzione dell’intero parco misuratori italiano.
  2. Utilizzare sistemi meno capital intensive che sfruttino in pieno quello che già c’è.

Nel primo caso, come già detto, i costi non sono pochi: se per pura ipotesi un misuratore 2G full optional messo in opera costasse €100, ci vorrebbe un investimento di oltre € 3 miliardi per sostituire tutti i misuratori italiani! Senza considerare tutta un’altra serie di costi che questa operazione inevitabilmente genererebbe. Non è poco e dovranno essere tutti coperti dai clienti finali tramite le tariffe di rete.

Da notare, poi, che l’Autorità, nel citato DCO 416/2015/R/eel, ha rimarcato che la decisione finale sul tema misuratori 2G verrà presa a valle di una analisi costi/benefici (ABC!) (apppproposito….questo è un altro elemento che sembrerebbe collidere con un avvio rapido dell’eventuale piano di sostituzione). Orbene…non sarò considerato eretico se sostengo che buona parte dei benefici portati dai nuovi misuratori sono direttamente collegati proprio all’aumento della capacitazione dei clienti…..d’altra parte questa è la ragione principale alla base della discussione! Il perché è chiaro: più io cliente mi rendo conto di quanto consumo, più ci sto attendo, più energia si risparmia, meno inquinanti vengono rilasciati nell’atmosfera, meno investimenti in infrastrutture saranno necessari ecc.ecc.

Ma per raggiungere questa capacitazione (ed adempiere agli obblighi imposti dal d.lgs 102/14) è necessario un investimento così elevato? Non sarebbe come sparare ad una formica con un bazooka? Non ci sono altre strade?

E allora veniamo all’alternativa numero 2. In questo caso, si dovrebbe puntare a sviluppare fino in fondo le proposte avanzate sul tema dell’Energy Footprint (vedi DCO 186/2015/R/eel) e studiare il modo più efficace per mettere a disposizione del cliente, tramite il venditore, le informazioni sui suoi consumi che finora gli sono state virtualmente precluse (ripeto: display e attuali bollette non contano e i fatti lo dimostrano chiaramente). A questo dovrebbe essere affiancato un utilizzo massiccio dei apparecchi simil-SmartInfo (e in commercio ce ne sono già moltissimi). In una ottica di luuuuuuunghissimo periodo, si potrebbe addirittura pensare alla possibilità, di mettere a disposizione del cliente, sempre tramite l’apposita App del venditore, i dati che lo riguardano presenti nel Sistema Informatico Integrato (ma questa forse è fantascienza). I costi associati sono molto più limitati rispetto al caso precedente, mentre il risultato finale è mediamente lo stesso: il cliente risulterebbe capacitato. Di conseguenza, sotto questo secondo scenario, l’analisi ABC dei misuratori 2G potrebbe non avere un esito positivo.

E che ne sarà dei misuratori, in questa seconda opzione? Beh…è evidente che prima o poi (ma qui sarebbe più poi che prima) dovranno essere comunque sostituiti ed è quindi cosa buona e giusta iniziare subito a discuterne.

Qualora, però, si decida che la capacitazione del cliente debba avvenire tramite il venditore e con misure diciamo più soft, allora, tanto per iniziare, si avrebbe più tempo per discutere, effettuare tutte le analisi opportune, avvantaggiarsi di qualche altro sviluppo tecnologico e prendere tutte le decisioni, anche tecniche, del caso. Ad ogni modo,però, in questo scenario – e qui trova risposta il secondo interrogativo sollevato – la misura si dovrà concentrare al massimo sull’affidabilità e sulla efficienza dell’intero processo, dall’installazione del misuratore alla raccolta/validazione/messa a disposizione dei dati.  Si dovrà, cioè, puntare ad ottenere, per il maggior numero di pod possibile, il maggior numero di misure valide nel più breve tempo possibile e queste, tra l’altro, dovranno essere strutturate in modo tale da fornire un aiuto effettivo alle necessità conoscitive del cliente.

In altre parole, la misura dovrà fare la misura.

Restiamo quindi in attesa dei prossimi sviluppi sui temi qui trattati, con la (segreta?) speranza che siano presto chiariti i ruoli e i compiti che saranno affidati ai singoli soggetti in gioco.

(quanto scritto rappresenta esclusivamente il punto di vista dell’autore)

SMILE, You Are on Tutela (But It Looks Like the Free Market)!

Come esimersi dallo scrivere qualche riga su uno dei procedimenti più importanti di quello che ha tutte le carte in regola per essere ricordato come l’autunno caldo della regolazione (Off Topic…solo a settembre scadono ben 11 consultazioni!!!)?

Semplicemente, non si può! E quindi eccomi qui, incurante che la news sia un po’ passatella….ma oh…che volete…ero in vacanza! E non è che non ci abbia provato…Ho tentato di sedermi al tavolo e buttare giù qualche idea, ma mi sono immediatamente reso conto che l’impresa era al di là delle umane possibilità! Sapete come vanno queste cose…anche se lo spirito è indomito, la carne è debole…Specie dopo pranzi da 10 portate!

Ma veniamo al nostro procedimento, avviato con delibera  271/2015/R/com e nel cui ambito è stato da poco (‘nzomma…) pubblicato il DCO 421/2015/R/eel contenente gli orientamenti relativi al primo step della riforma delle tutele di prezzo, per ora limitate al settore elettrico e, in particolare, ai soli clienti finali non domestici (eventualmente con potenza impegnata > 1,5 kW).

La parte più intrigante di tutto questo sconvolgimento epocale (perché tale è, che lo si voglia o meno) è la sfida all’ultima curva tra Autorità, Ministero e i (molti) stakeholder, caratterizzata da continui sorpassi, controsorpassi, fughe solitarie e rincorse all’ultimo respiro (non fate quelle facce….è appena passato il weekend del GP di Monza!).

Che in qualche modo l’attuale ordine mondial-italiano dei mercati retail fosse destinato a cambiare, credo che tutti lo sapessimo, sotto sotto….con buona pace delle dotte analisi su cosa sono o non sono le condizioni economiche definite dall’Autorità e delle varie e variegate posizioni relative alla possibile distorsione del mercato causata dall’ingombrante presenza dell’Acquirente Unico.

Restava da vedere il come…..E non è poco!

E proprio su questo come, dopo una serie di finte, imboscate e false partenze, negli ultimi tempi sembra si stia iniziando a fare sul serio. Ma andiamo con ordine e facciamo un brevissimo riassunto delle ultime puntate:

  • Inverno 2014: ipotizzata abolizione tutela dal 2015;
  • Primavera 2015: si cambia! Ora l’abolizione è dal 2018;
  • Estate 2015: Ok ad abolizione dal 2018, ma vincolata al verificarsi di x-alla-enne condizioni, tra cui l’allineamento dei pianeti (ed il conseguente risveglio di Chtulhu che attende sognando….), sennò si aspettano altri 6 mesi (e poi altri 6, e ancora 6 e poi arrivano gli Iron Maiden)

Ci si riferisce ovviamente all’evoluzione del DDL Concorrenza, in questi giorni di nuovo in discussione presso le commissioni parlamentari. A ciò vanno poi aggiunte le numerosissime analisi, dichiarazioni, botte e risposte sul tema della tutela (e sul ruolo dell’AU) che si sono susseguite sulla stampa specializzata e non. Vedasi, ad esempio, quanto scritto da Chicco Testa (cfr. articolo su QE del 26 marzo 2014) o da Rizzo (cfr. articolo su Corsera del 5 febbraio 2014), senza contare gli immancabili giochetti di palazzo (ricordate l’emendamento fantasma sull’abolizione dell’AU e la privatizzazione del GME?).

In questo scenario a dir poco caotico, l’Autorità, per ovvi motivi, non poteva restare in disparte e, come spesso capita, ha ben deciso di non giocare di rimessa, ma di prendere l’iniziativa e attaccare gli avversari (metaforici, ovvio), ancora non organizzati e con poche idee e ben confuse in testa, con una manovra a tutto campo. Ciò, nella pratica, si traduce con la pubblicazione del DCO 421/2015/R/eel.

La strategia di fondo è abbastanza chiara: tentare di superare l’attuale sistema a prescindere di quello che si deciderà nelle segrete stanze della Ka$ta (!!1!), senza sottostare alle sue ingerenze e senza, evidentemente, andare contro la normativa vigente. Infatti, qualora il disegno dell’Autorità dovesse avere successo, si arriverebbe al fatidico 2018 (+ 6 Mesi*N) con una tutela sostanzialmente svuotata e un nuovo meccanismo di “ultima istanza” (che non contemplerà più la tutela di prezzo) per chi dovesse rimanere senza fornitore.

In quanto al metodo, nonostante le varie  opzioni analizzate, quello preferito sembra essere il “Metodo 2.A -V. 2” (il che fa molto film di fantascienzio/politico….tipo: “Dannazione John….il Comitato ha avviato il Metodo 2.A….Non possiamo fare più niente….C.J. è spacciato!!!!!).

Ciò implica una nuova architettura del mercato retail, dove nel vuoto esistente tra mercato libero e servizio di ultima istanza, viene gettato il ponte della Tutela SIMILE (Chi ha coniato l’acronimo merita il mio massimo rispetto e il conferimento della gran croce dell’ordine dei Gran Mogol, grado Rodolfo Cimino – il che, per chi sa di cosa parlo, è evidentemente un onore immenso).

Il nuovo assetto sarà quindi tripartito (un classico già a partire dall’antica Gallia):

  • Mercato Libero, a tendere unica modalità di approvvigionamento.
  • Servizio di Ultima Istanza (o come si chiamerà), che farà da materasso ai clienti troppo pigri per scegliersi un fornitore sul mercato libero e a quelli rimasti senza. La particolarità è che questo servizio, nella sua forma finale, non dovrà fornire una tutela di prezzo e, quindi, potrà essere benissimo strutturato in modo tale da  ridestare l’ignavo cliente dal suo torpore e spingerlo a darsi una mossa e trovarsi un fornitore sul mercato libero. Le condizioni economiche, comunque fissate dall’Autorità, sconteranno infatti un costo unitario maggiore delle attività di commercializzazione (causa diminuzione clienti su cui ripartire i costi), ma anche un costo della materia prima maggiore, dato che (venendo meno la tutela di prezzo) questo ricalcherà il costo spot dell’energia registrato nel periodo e, soprattutto, non comprenderà più i costi generati dalle varie coperture messe in piedi dall’AU per tutelare i clienti da possibili picchi di prezzo.
  • Tutela SIMILE (WIP), che è un cripto-omaggio al mondo anglosassone dato che rappresenta la trasposizione in energetichese della Terza Via di Blairiana memoria (né liberismo spinto, ma nemmeno una regolazione pervasiva e asfissiante).

Diamo una occhiata da vicino a questa terza via e vediamone i tratti salienti:

  • A chi è diretta? Nella prima fase sperimentale, ai soli clienti BT altri usi (eventualmente con potenza impegnata > 1,5 kW). Pochini, ma è pur sempre una sperimentazione….se tutto andrà come desiderato, la platea si amplierà.
  • Chi la offre? I venditori operanti nel mercato libero in possesso di determinate caratteristiche: (i) economico-finanziarie (no procedimenti fallimentari o simili pregressi o in corso); (ii) Gestionali (onorabilità e professionalità degli amministratori); (iii) Operative (attività connesse all’approvvigionamento e gestione clienti). I venditori, però, avranno un tetto al numero di clienti che potranno rifornire in tutela SIMILE (e la sua definizione, assolutamente non chiarita dall’Autorità, è uno dei punti centrali del nuovo assetto del mercato e dovrà tener conto anche delle modalità di definizione dello sconto – cfr. infra) e, udite-udite, sarà prevista la possibilità di rifiutare un cliente (quindi la black list uscita dalla porta rientra dalla finestra…..ecco, l’ho detto!).
  • Come? I venditori con le “carte in regola” saranno liberi di partecipare ad una procedura concorsuale (gestita da un Amministratore…magari l’AU?!). Nel caso del Metodo 2.A – V.2, poi, il processo di scelta del fornitore della tutela SIMILE da parte del cliente sarà centralizzato: i clienti accederanno ad un apposito sito, vedranno quale fornitore ha ancora capienza e attiva la fornitura. Anche l’accettazione o rifiuto sarebbero comunicate tramite il sistema centralizzato.
  • Quanto? Il fornitore, in sede i procedura di assegnazione, dovrà offrire uno sconto sulla PCV (corrispettivo previsto dalle condizioni economiche della maggior tutela a copertura dei costi di commercializzazione del servizio di vendita). A seconda del metodo adottato in queste procedure verrà poi definito il corrispettivo PCV effettivamente applicato ai clienti: quello offerto in sede di gara (nel caso Pay as Bid) oppure unico per tutti e derivante dallo sconto offerto dal fornitore aggiudicatario che ha offerto lo sconto minore (Nel caso Marginal Price). Evidentemente, ognuno dei 2 metodi crea una specifica distorsione (d’altra parte, il metodo perfetto non esiste): nel primo caso, un fornitore molto forte sul lato acquisto potrà offrire uno sconto maggiore ai potenziali clienti e accaparrarsene una larga fetta (quindi, qui sarà importante come saranno definiti i tetti massimi), mentre nel secondo caso ci sarebbero meno incentivi a “buttare il cuore oltre l’ostacolo” tramite una politica di sconto aggressiva e gli esercenti più forti lato acquisti otterrebbero margini comparativamente maggiori. Allo stesso modo, è evidente che, in teoria, lo sconto massimo che un fornitore sarà disposto ad offrire sarà pari alla differenza tra le condizioni economiche definite dall’Autorità per il servizio di maggior tutela (peraltro destinate a cambiare comunque e a diventare tendenzialmente più gravose delle attuali. Questo è un punto-chiave) e quanto riesce a risparmiare sul costo per l’approvvigionamento dell’energia rispetto all’AU (che, a condizioni rinnovate, avrà comunque il ruolo di approvvigionatore dell’ultima istanza). Ad ogni modo, mica sarà tanto facile avere sconti significativi!
  • Quando? Per un anno, non prorogabile. Poi o ti trovi un fornitore sul mercato libero o te la vedi con l’ultima istanza. Ad ogni modo, saranno introdotte ulteriori migliorie in materia di recesso dal contratto di maggior tutela, in modo da evitare qualsiasi ostacolo, anche il più piccolo, alla possibilità di passare al mercato libero.

Come vedete, rimane escluso un punto, anche di grande importanza: il PERCHÉ.

Cosa mai dovrebbe/potrebbe spingere un cliente a passare dall’attuale tutela alla Tutela SIMILE? Perché dovrebbe? Lo sconto probabilmente non potrà essere così massiccio e decisivo (rispetto anche alle novellate condizioni dell’ultima istanza) da risvegliare la voglia di cambiamento del cliente e convincerlo a passare in questa “terra di mezzo” per un solo, breve anno….con poi lo sbatti di doversi trovare una offerta sul mercato libero adatta alle sue esigenze. D’altra parte, non è nemmeno chiaro (specie nella versione V.2) come farà il cliente (esistente, non quello di nuova attivazione) ad essere perfettamente cosciente che c’è la tutela SIMILE: quali sono i metodi per pubblicizzarla?

D’altro canto, è difficile capire fino in fondo quali possano essere le motivazioni che dovrebbero guidare il fornitore: perché “sprecare” le proprie forze per offrire un forte sconto per la Tutela SIMILE, per poi magari perdere il cliente dopo poco tempo? Se si è così bravi, non vale la pena  buttarsi senza riserve sul mercato libero? Lì, almeno, non c’è la sicurezza che dopo un anno il contratto scadrà! Inoltre, potresti vendergli anche altri servizi a valore aggiunto. Allo stesso modo, sarebbe strano che il fornitore metta in piedi di sua sponte un battage  pubblicitario per promuovere la Tutela SIMILE: anche in questo caso, meglio dirottare le risorse scarse sulle proprie offerte sul mercato libero, no?

A meno che, questa Tutela SIMILE (in stretta collaborazione con la nuova metodologia di copertura dei costi sostenuti da AU per l’acquisto di energia elettrica destinata ai clienti coinvolti nella sperimentazione) non sia altro che un astuto gioco di prestigio, dove il prestigiatore distrae il pubblico facendogli guardare esattamente quello che vuole e nel frattempo il trucco è già successo altrove.

Prima di chiudere, un’ultima considerazione: se il gioco dovesse riuscire solo parzialmente, che succederà al momento della cessazione dei servizi di tutela? Passeranno tutti tranquillamente e ordinatamente in ultima istanza? Ne siamo proprio sicuri-sicuri? Mah…!

Per ora, comunque, non ci resta che aspettare.

Alla prossima puntata!

(quanto scritto rappresenta esclusivamente il punto di vista dell’autore)