Tutela SIMILE, il punto della situazione 

Fra non molto, anche se a noi comuni mortali non è ancora dato sapere quando e soprattutto come, i clienti domestici e non domestici (altri usi/piccole imprese) connessi in BT si troveranno di fronte alla necessità di abbandonare la rassicurante baia della maggior tutela, dove le condizioni economiche sono definite periodicamente dall’Autorità, per intraprendere il viaggio che li porterà,  non senza peripezie,  o nella terra incognita che si estende oltre la maggior tutela (quella indicata nelle carte antiche con la dizione “hic sunt leones”!) o nel vasto mare del mercato libero che, come l’oceano, può essere fantastico e terribile allo stesso tempo e, quindi, per solcare in sicurezza le sue acque bisogna essere lupi di mare navigati.

Nel corso di tale viaggio il nostro cliente finale-Eroe, come ogni protagonista di cartoni animati Disney/Pixar che si rispetti, crescerà e maturerà (almeno nelle intenzioni!) fino ad acquisire tutte le competenze tecniche ed intellettuali necessarie per poter affrontare con successo l’Antagonista, qui impersonato dalle pratiche non sempre cristalline poste in essere da alcuni soggetti operanti nel mercato dell’energia.

Ma il nostro eroe, come tutti sanno, non può intraprendere questo viaggio iniziatico da solo! Solitamente, ad un certo punto ed in condizioni particolari, entra in scena l’Aiutante.

Nel nostro caso specifico, quest’ultimo assume le fattezze della Tutela SIMILE.

Come (non!) tutti sanno, infatti, dal 1° gennaio di quest’anno l’eroico cliente finale può sottoscrivere un contratto di cosiddetta tutela simile (solo per la genialità dell’acronimo ne varrebbe la pena!), il cui fine è quello di insegnare al cliente tutto ciò che ancora non sa/non sa fare e che gli sarà necessario, un domani, per solcare in scioltezza il mare magnum del mercato libero. Un po’ come fa Maui, il simpatico semidio Hawaiiano, con Moana Waialiki nel suo viaggio/missione nell’oceano pacifico nel recente film Disney Moana (In Italia Oceania, per evitare fraintendimenti tra gli aspiranti spettatori meno giovani).

Fin qui, tutto bene.

All’atto pratico, però, questo strumento/aiutante non si sta (per ora) dimostrando all’altezza delle aspettative. Com’è possibile vedere dalla tabella seguente, ad oggi i contratti sottoscritti/prenotati sono stati veramente pochini, pari al miserrimo 0,013% dei contratti a disposizione (dati al 14.02.2017):

tutela-simile-2

Nella seguente immagine, invece, è possibile avere un idea del traffico generato dal  portale portaletutelasimile.it. In particolare, dal 1° gennaio scorso lo hanno visitato circa 45.000 navigatori, circa 1.200/giorno. Non tantissimi. E, cosa più importante, in media il navigatore resta sulla pagina circa 5 minuti: non molti considerando il tempo necessario per registrarsi ed effettuare la prenotazione e possibile segno di un atteggiamento del tipo “uhhh è troppo difficile/lungo/ecc…non c’ho voglia”. Considerando i contratti stipulati/prenotati, potremmo dire, forse impropriamente, che la redemption si attesta intorno al 3%. 

(NOTA BENE: si tratta di dati stimati al 9.02.2017 dai vari servizi di monitoraggio siti web disponibili in rete. Niente di ufficiale e 101% preciso/accurato. Servono solo a dare una idea)

portale tutela simile.png

E’ un vero e proprio peccato, perché i venditori in generale sembrano crederci, specie quelli puri/nuovi entranti che hanno proposto i classici “sconti irripetibili”. Da un rapido conto, infatti, è possibile stimare in circa € 400 mln (media ponderata sul numero dei clienti domestici e non domestici degli sconti totali offerti nell’ipotesi di adesione di soli clienti domestici, pari a € 400 mln, e degli sconti totali offerti nell’ipotesi di adesione di soli clienti non domestici, pari € 600 mln) le risorse investite dagli operatori su questo progetto, a fronte di ben 7,8 mln di contratti disponibili per gli utenti domestici + non domestici.  Considerando che i clienti finali domestici+non domestici in maggior tutela sono circa 23 mln, i contratti offerti coprono potenzialmente circa il 34% del mercato. Niente male!

 (fonte: dati  al 2015 reperiti dalla relazione annuale AEEGSI. Totale, circa 23 mln di cui 20 domestici e circa 3 non domestici…ecco spiegati il dubbio di cui sopra: in questo caso i contratti disponibili sono il doppio degli potenziali clienti.).

Magari tale indicatore non è al 100% corretto, dato che si tratta di minori ricavi derivanti da contratti che non è detto si sarebbero chiusi sul mercato libero e, soprattutto,“a prezzo intero”, ma è comunque utile per valutare l’impegno profuso dagli operatori.

I motivi che fino a qui hanno tarpato le ali alla nostra tutela simile sono vari e variegati. Vediamone i principali:

  • Atavica diffidenza del cliente finale verso le novità: mi è capitato spesso di parlare della questione con soggetti che possono essere definiti senza dubbio “clienti informati” che, anche di fronte agli allettanti sconti proposti, non ritenevano conveniente abbandonare la tutela “per evitare problemi“, sostanzialmente di switch o  di doppia fatturazione. Legato a questo aspetto ce n’è poi un’altro molto interessante, che emerge sia parlando con i potenziali clienti, che analizzando i dati:in molti casi, anche dedicendo di aderire alla tutela simile di propria spontanea volontà, il cliente sceglie operatori con nomi noti (non esclusivamente come operatori del settore elettrico, ma in generale), anche a fronte di sconti sensibilmente minori. Il ché, in una situazione dove il contratto è blindato, le condizioni economiche le medesime per tutti e l’unica leva attivabile è l’entità del bonus, la dice lunghissima sulla loro  richiesta di sicurezza/certezza di fronte ad un mercato percepito poco chiaro/ostile (infatti la risposta sul perché hanno scelto un operatore X invece che Y rinunciando così a mille mila euri di bonus è sempre del tipo “eh, ma X è famosa/di grande dimensione, non avrò problemi/fatturazioni errate ecc.)
    • In questo caso, nell’immediato c’è poco da fare. Nel medio termine, però, è necessario rinforzare ed efficientare la catena informativa del settore e le relative procedure, in modo da assicurare al cliente, anche al più timoroso, quella “sicurezza” che oggi sembra mancare.
  • Oggettiva difficoltà/complessità della procedura e sua “lungaggine”: Sottoscrivere tale contratto non è facile e ciò è frutto in parte del design della procedura ed in parte delle procedure informatiche degli operatori. Il meccanismo della prenotazione e dell’accesso alla pagina “segreta” (talmente segreta che nemmeno google la indicizza, e scusate se è poco di questi tempi!), con tutti i suoi codici e codicilli non è il massimo della fluidità, e neanche la fase operativa di sottoscrizione del contratto di tutela simile con il fornitore prescelto è proprio una passeggiata, anche a causa di  qualche intoppo informatico.
    • Qui alcune contromisure, in parte, sono già state adottate, dato che recentemente c’è stata la riapertura dei termini per l’accreditamento dei facilitatori, ovvero di quei soggetti deputati a facilitare (nomen omen!) la sottoscrizione del contratto da parte del cliente finale. Anche da parte dei venditori ci sono stati miglioramenti, com’è normale che sia a valle della fase di rodaggio.

L’ultimo motivo che vorrei indicare è, secondo me, il più importante: la pubblicità, a.k.a.l’anima del commercio.

Ora, è impossibile vendere un prodotto – anche il migliore di questo mondo, quello che chiunque sognerebbe di possedere – senza che lo si faccia conoscere ai potenziali acquirenti.Quindi, com’è pensabile vendere un prodotto non proprio “eccitante” come l’energia elettrica, per di più nella sua versione “no frills” (ergo, nessun servizio supplementare, solo puri e semplici elettroni), utilizzando uno sconto come unica leva competitiva senza farlo sapere in giro?! Semplice: non è pensabile e infatti non si vende!

Si potrebbe controbattere ricordando che i venditori dovevano e dovranno inserire delle comunicazioni in bolletta…..ma veramente possiamo considerare la bolletta un medium pubblicitario efficace?! Magari va bene per le comunicazioni tecniche/operative relative alla gestione del contratto, ma da qui a dire che abbia la stessa abbia la stessa efficacia di un cartellone 50mt X 50mt nella principale via della città, ce ne passa! No, spiacente, la comunicazione in bolletta è doverosa, ma del tutto insufficiente.

Allo stesso modo, è difficile considerare il portaletutela un mezzo efficace per portare a conoscenza dei clienti potenzialmente interessati questa opportunità: ci vi accede lo fa esclusivamente perché già è a conosce della tutela simile. A tale conclusione ci si arriva guardando i dati relativi agli accessi al sito, dati quali emerge chiaramente che la quasi totalità (circa 95%) di questi avviene tramite ricerca su Google della parola chiave “tutela simile”. Quindi, non ci siamo: il portale è proprio l’oggetto da far conoscere, non il mezzo.

Stesso discorso vale per lo sportello per il consumatore (sito e numero verde): se non ho idea che esista una cosa chiamata maggior tutela, perché dovrei chiamare lo sportello per avere informazioni in merito?

Arriviamo quindi al tasto più dolente in assoluto: la mancanza pressoché totale di pubblicità tramite i canali classici e più efficaci: radio, televisione e social network, magari customizzando il messaggio veicolato tramite ciascun canale in base al fruitore tipo dello stesso, così da massimizzare le probabilità di intercettare soggetti potenzialmente interessati e, con essa, il valore ottenuto dalla spesa sostenuta.  Ho provato a cercare, giuro, ma non ho trovato nulla se non il video istituzionale di presentazione della tutela simile sul sito dell’ansa, il cui link è presente anche sul sito dell’Autorità, e qualche altro video realizzato da altri stakeholder. Poco, decisamente troppo poco per spingere per coinvolgere una buona fetta del mercato, cosa pure possibile dato che è innegabile che di offerte allettanti ce ne siano a sufficienza.

Per la pubblicità, però, ad oggi c’è una sola soluzione: dovrebbe essere l’Autorità a farsene carico, predisponendo un piano comunicativo di profilo puramente istituzionale adeguatamente distribuito nello spazio (fisico e virtuale)/tempo, eventualmente adattato ai vari canali attraverso i quali lo si veicola,  con cui far conoscere al mercato questa ulteriore possibilità. Difatti, anche qualora possibile, perché mai i venditori dovrebbero investire in comunicazione e marketing per spingere la tutela simile (su cui, comunque, già hanno investito)? Per loro è evidentemente più logico spingere le proprie offerte sul mercato libero, dove la durata del contratto è generalmente maggiore rispetto ai 12 mesi della tutela simile, se non a tempo indeterminato.

Non mi resta altro da aggiungere se non augurarvi una buona navigazione!

Unbundling: chiusura di un ciclo e prospettive future

Nel corso della riunione dello scorso 2 febbraio 2017, l’Autorità ha approvato 3 delibere di grandissimo interesse “sistemico” e da tempo attese, sia dai diretti interessati che da tanti altri soggetti gravitanti intorno al mondo dell’energia e della regolazione: altri operatori, consulenti, avvocati ecc… 

Si tratta delle delibere 40, 41 e 42/2016/S/com (triplete!), tutte accomunate da un unico tema, l’unbundling, declinato nelle sue varie forme, contabile e funzionale, all’occasione ampliato fino a lambire aree regolatorie ad esso attigue e da esso influenzate, come le tariffe. 

Queste delibere sono così importanti perché vanno a chiudere un ciclo iniziato 10 anni fa: quello aperto dalla delibera 11/07 di approvazione del testo unico unbundling, contabile ma soprattutto funzionale (la vera novità).

Negli anni successi, dopo un intervallo ragionevole per dare tempo agli operatori di mettersi al passo con le nuove regole (operazione molto onerosa in termini burocratico/amministrativi, ma anche pratici dato che andava ad incidere profondamente nell’operarività aziendale), sono iniziate le ispezioni, com’è naturale che sia.

Anche se in numero contenuto, le ispezioni si sono rilevate di indubbia efficacia dato che a valle di queste sono state avviati altrettanti procedimenti sanzionatori, senza contare l’indubbio effetto di moral suation sugli altri operatori. 

Per dovere di cronaca, si deve ricordare il procedimento avviato a carico di agsm Verona, il primo, e quindi fatalmente il più noto nel settore, a cui sono seguiti da quelli verso Deval, Gelsia+Gelsia Reti (che ha presentato impegni, poi accettati dell’Autorità), Valle Umbria Servizi – VUS e Edison Stoccaggio (la cui vicenda ha sollevato grande scalpore nell’ambiente per l’elevatissima sanzione comminata).


Il tratto saliente che emerge da tutte queste ispezioni è che l’applicazione pratica della regolazione in materia di unbundling, in realtà societarie ed operative complesse, non è così facile come ci si potrebbe aspettare.

I procedimenti avviati, al netto di quelli chiusi con la presentazione di impegni o con l’irrogazione di una sanzione, sono andati avanti, anche se decisamente a rilento, cosa più che comprensibile, dati i temi e ciò che c’è in ballo. 

Ora, tuttavia, le delibere appena approvate (ma ad oggi non ancora pubblicate: presumibilmente devono essere prima notificate agli interessati) vanno a costituire un importante punto fermo dell’intera vicenda, magari non finale ma senza dubbio di cruciale importanza per il settore.

Le valutazioni che saranno espresse dall’Autorità in merito alle varie fattispecie contestare agli operatori in sede di avvio di procedimento, infatti, sono destinate a “fare giurisprudenza” ed a influenzare profondamente le scelte e le valutazioni di tutti i soggetti interessati citati in precedenza. Oltre che alimentare numerosi convegni, riunioni, seminari ecc ecc. 

Ma, ovviamente, c’è di più. 

Le delibere in analisi, come già detto in precedenza, chiudono un ciclo durato 2 lustri e mandano definitivamente in pensione la vecchia regolazione ex delibera 11/07. 

Ci si potrà quindi focalizzare sulla nuova disciplina contenuta nel nuovo TIUF (unbundling funzionale), approvato con delibera 296/2015/com e TIUC (unbundling contabile), approvato con delibera 231/2014/R/com e smi.  Di conseguenza, non è inverosimile che nel medio termine (entro l’anno?) sia deliberato un nuovo ciclo di visite ispettive, focalizzare a verificare la corretta applicazione della regolazione ex TIUF e TIUC. 

Questa volta, però, con alle spalle la grande esperienza maturata con la precedente regolazione e, soprattutto, con in mente le valutazioni effettuate dall’Autorità per fattispecie concrete, di cui alle delibere in analisi. 


Energia&Giornali: Il peggior articolo di divulgazione in materia energetica del 2016?

Proprio quando si sta iniziando a discutere della cosiddetta post-verità (termine che personalmente trovo orribile. Chiamiamole falsità o interpretazione distorte o tendenziose dei fatti), mi è capitato sotto gli occhi questo articolo:

Bollette luce, in arrivo i nuovi contatori intelligenti: ecco come funzionano e chi paga l’installazione

Dato che è un tema di mio interesse ed ero curioso di vedere come veniva affrontato dai media generalisti, ho ben pensato di dargli una letta.

Ebbene, posso affermare che l’articolo in analisi è un serissimo candidato alla (poco) ambita leadership della classifica dei peggiori (pseudo)articoli di “divulgazione” (che Piero&Alberto Angela possano perdonarmi!) in materia energetica del 2016.

Precisiamo subito una questione: è palese che ciò non è dovuto a malafede, quanto piuttosto al modo di fare informazione oggigiorno imperante: un misto di superficialità, spettacolarizzazione di ogni cosa e utilizzo di parole-chiave atte a scatenare l’indignazione del lettore, spesso non addentro al tema trattato. Il tutto, ovviamente, per aumentare le letture e quindi il “valore economico” dell’articolo stesso (il che non è evidentemente sbagliato di-per-sé: mica i giornali campano di aria! Ed un articolo troppo tecnico e dettagliato, per svariati motivi (difficile da capire/lungo da leggere/spesso è assente un “cattivo” contro cui scagliarsi ecc) non genera traffico/copie vendute).

Si tratta infatti di un articolo scritto da un non addetto ai lavori che però, essendo un giornalista, ha utilizzato tutte le classiche tecniche per generare lo sdegno dei lettori (meglio, di una loro parte specifica) verso quei soggetti che nell’immaginario collettivo da sempre incarnano l’archetipo di “potere forte”/”detentore di interessi inconfessabili”/”circolo massonico” o, in via più triviale, di coloro i quali voglio sempre e comunque in*****e i poveri et onestissimi cittadini: governo, multinazionali del terrore, ecc. ecc.

Entriamo un po’ nel dettaglio.

Nell’articolo vengono mischiati senza logica temi diversi (smart meter 2G, fine delle Tutele di prezzo, cablaggio in fibra ottica del paese, l’istruttoria AGCM su E-Distribuzione per i lettori di impulsi dei misuratori (!!!)) e fin qui sarebbe anche quasi accettabile: mica è detto che tutti debbano essere addentro a temi così specialistici!

Il problema nasce quando questi vengono inframezzati da interpretazioni palesemente distorte di alcuni aspetti oppure da vere e proprie invenzioni.

Vediamone degli esempi:

“Evidenti anche gli altri vantaggi. Saranno più veloci ed efficienti le procedure di cambio fornitura e di voltura. Soprattutto in vista del 2018 quando,  con il passaggio obbligatorio al mercato libero, i clienti potranno sfruttare la concorrenza scegliendo le migliori offerte legate alle proprie esigenze, proprio come succede con i cellulari”

Quanto appena riportato è evidentemente una interpretazione distorta dei fatti per almeno 2 ragioni tra esse collegate: (i) ad oggi non c’è niente di certo circa la fine delle tutele di prezzo a partire dal 2018 per il semplice fatto che il DDL Concorrenza, che deve sancire i tempi e i modi di tale fine, è seppellito da qualche parte in Senato e da un po’ non se ne hanno più notizie e (ii) come noto tra gli addetti ai lavori, l’intenzione è quella di mantenere comunque un “servizio universale” (probabilmente simile al servizio di salvaguardia e quindi più costoso della maggior tutela così come la conoscevamo fino al 31.12.2016) per i clienti che decideranno di non passare al mercato libero e, quindi, nessuno sarà obbligato con la forza a passarci.

Vediamo altri esempi:

Le aziende riceveranno un incentivo maggiore, pari a 125 euro, se concluderanno in tempi brevi la sostituzione“.

Oppure:

Sorge, poi, inevitabilmente la domanda: quanto costa cambiare il cantatore? La risposta è abbastanza ovvia. Come tutte le spese sostenute per l’ammodernamento del sistema elettrico, anche questa sarà spalmata sulla bolletta di tutti i consumatori lungo i 15 anni di vita del contatore. Mentre se il cambio dell’apparecchio avviene prima del termine della vita utile (15 anni), la spesa derivante dal cambiamento è a carico dell’azienda. Peccato però che il 99% dei contatori sia stato installato nel 2001. 

Nel caso del primo esempio, si tratta di una dichiarazione proveniente dall’associazione Codici che però, oltre ad essere del tutto carente di dettagli (quali aziende? 125€ in assoluto non mi sembra tutto ‘sto incentivo su piani di miliardi di euro…forse erano €/misuratore messo in servizio?!Mah….! Quali sono i “tempi brevi”? mesi? anni?lustri?!), è completamente, assolutamente, terribilmente errata!

Si tratta di un errore da penna blu cobalto, roba da bocciatura diretta! Dato però che è un tema ultra-tecnico sul punto non si può infierire più di tanto(i 125 infatti sono il limite – nemmeno in euro, ma in percentuale – sia per il rapporto tra spesa unitaria complessiva proposta dall’operatore e spesa unitaria prevista dal regolatore che per la spesa unitaria effettivamente sostenuta. Dall’interazione di questi elementi nella c.d. matrice IQI si determina poi l’incentivo/penalità riconosciuta all’operatore). Dove invece si deve colpire duramente è sulla totale assenza di fact-checking e di imparzialità da parte dell’autore dell’articolo

Da notare inoltre l’utilizzo della classica tecnica giornalistica di creare artificiosamente dicotomie tra “noi”, immancabilmente i buoni, i puri di cuori, i migliori esponenti della ragione e “loro”, brutti, sporchi, cattivi e portatori di inconfessabili interessi di bottega (ovviamente a danno dei “noi”). Non c’è bisogno di dire che il lettore-target tende sempre ad identificarsi con il “noi” e a indignarsi verso “loro”, con tutto il corollario economico che ne segue.

Nel caso specifico, ciò si estrinseca nel dare al “noi” le voci delle varie associazioni dei consumatori  e riportane le dichiarazioni, senza però verificarle in alcun modo e inserendo, anzi, il link alla delibera 646/2016/R/eel dell’AEEGSI sul riconoscimento dei costi degli smart meter 2G, facendo con ciò intendere che quanto riportato sia effettivamente suffragato da questo documento che però, essendo contorto anche per l’esperto di settore oramai rotto a tutto, è quasi indecifrabile da un lettore non addentro a questi temi e che, pertanto, difficilmente riuscirà a capire che dei 125€ (così, assoluti…) non c’è traccia! Sempre in quest’ottica ricade un altro elemento di interesse: nessuno si è degnato di chiedere a “loro” cosa ne pensassero dell’argomento! E si che sarebbe bastato così poco: bastava chiamare E-Distribuzione o l’AEEGSI e chiedere una dichiarazione, facendogli magari anche presente quanto detto dalle altre parti! Invece, niente…nemmeno la frase standard “XXX, a nostra richiesta di commentare, si è rifiutato di rilasciare dichiarazioni”.

Nel caso del secondo esempio, sinceramente non ho parole se non di disappunto: si parte bene, dato che è verissimo che gli investimenti infrastrutturali vengono coperti tramite le tariffe pagate dagli utenti finali ed è altrettanto vero che la vita utile dei sistemi di misura 2G è di 15 anni.

Poi, però, arriva una uscita improvvida e senza fondamento: “Mentre se il cambio dell’apparecchio avviene prima del termine della vita utile, la spesa derivante dal cambiamento è a carico dell’azienda. Peccato però che il 99% dei contatori sia stato installato nel 2001“.

Tale assioma è sostanzialmente fondato su un dato di partenza falso: non è vero, infatti, che “il 99% dei contatori sia stato installato nel 2001ed è la stessa E-Distribuzione a fornire pubblicamente i dati reali, visto che nel proprio piano 2G riporta le installazioni annuali del periodo 2000 – 2016 dei misuratori 1G (cfr. pag. 20). Da questa fonte è possibile vedere che nel 2001 erano stati installati “ben” 109.142 smart meter 1G su un totale attivi al 31.10.2016 di 31.937.278, ovvero “ben” lo 0,34%! Il restante 98,66% ai tempi era ancora elettromeccanico. Al massimo, si può dire che il piano di messa in servizio degli smart meter 2G elaborato da E-Distribuzione tende a “ricalcare” quello seguito per gli smart meter 1G a suo tempo, così da sostituire, negli 8 anni di piano massivo, tendenzialmente degli asset che hanno completato la vita utile.

Ma ciò non è rilevante dato che, anche se tutti i 32 milioni di misuratori installati presso gli utenti BT avessero concluso da anni la loro vita utile, l’equazione proposta dall’articolo non starebbe comunque in piedi . Infatti, affermare che “se il cambio dell’apparecchio avviene prima del termine della vita utile, la spesa derivante dal cambiamento è a carico dell’azienda” è un grosso errore! La verità, in genere, è piuttosto diversa: l’azienda perde le quote di ammortamento residue e la remunerazione del capitale netto residuo dell’asset dismesso, ma dall’altra parte guadagna le quote di ammortamento e remunerazione del nuovo asset installato in sostituzione del vecchio e l’effetto netto di questi due eventi si riverbera sulle tariffe pagate dagli utenti. Poi nel caso degli smart meter 2G la questione si complica ulteriormente dato che verranno comunque riconosciuti in tariffa, fino al loro naturale azzeramento per fine vita utile, tutti gli investimenti relativi agli smart meter 1G esistenti al momento di avvio del piano di messa in servizio degli smart meter 2G ed il riconoscimento degli investimenti (valorizzati in un modo piuttosto complesso) relativi a questi ultimi asset seguirà – in “negativo” – proprio il percorso di fine vita utile degli smart meter 1G.

Quindi, il nesso causale implicito “Misuratori installati nel 2001–> oggi hanno finito la vita utile–>quelli nuovi li paga l’utente (tié…)–>la multinazionale del terrore è furba e, aiutata dai soliti poteri forti, lucra sulle spalle dei cittadini” non sta in piedi.

La verità è che gli investimenti infrastrutturali li paga sempre l’utente e sarebbe quindi più opportuno analizzare la loro bontà/necessità invece che sprecare tempo a cercare complotti lì dove non ci sono. Nel caso specifico, si sarebbe potuto valutare se fosse più opportuno utilizzare gli smart meter 2G per sostituire gli attuali 1G (che andavano comunque cambiati per vari motivi, non ultimo la questione della validità legale delle misure dei misuratori installati pre-2007) oppure continuare con gli 1G (cioè, sostituire gli attuali 1G con altri 1G  nuovi) e utilizzare altri strumenti tecnici/normativi/regolatori per ottenere gli stessi effetti .

Non mancano, infine, le parole-chiave inserite nel testo ed opportunamente sottolineate al solo scopo di solleticare subdolamente il lettore, aizzandolo contro i soliti “poteri forti”. Vediamone un esempio:

Quindi è praticamente impossibile sapere quanto incida sulla singola utenza, perché non si tratta di una voce a sé tipo il canone Rai. L’unica cosa certa è che non dovrebbero esserci aggravi rispetto a quanto già si sta pagando fino ad oggi. Ma la certezza si avrà solo a partire da gennaio 2017.

(Tralasciamo le altre imprecisioni contenute nell’estratto riportato: da gennaio 2017 non si saprà un bel niente, dato che mancano ancora tantissimi step prima che E-Distribuzione – e solo lei per ora – avvii il suo piano 2G i cui primissimi costi si vedranno nel 2018 se tutto va bene e se ci sarà un aggravio o meno è tutto da vedere)

Che senso ha, se non quello prima ipotizzato, buttare nella mischia il famigerato ed esecrato Canone Rai? Non è nemmeno una voce della bolletta, ma un elemento posticcio inserito a forza per finalità politico/amministrative ben precise!

Detto questo, mi auguro che il 2017 porti ad una sana, e necessaria, riflessione sulle modalità di fare informazione.